Gli schiavi del mare della Thailandia. Il trash fish insanguinato che arriva sulle nostre tavole

Il pesce insanguinato utilizzato anche nel cibo per cani e gatti e nelle pillole di Omega3?

[24 giugno 2014]

Per anni è stato un segreto che in realtà conoscevano in molti: l’industria della pesca della Thailandia, uno dei più grossi fornitori dei mercati Usa ed Ue, è coinvolta nello sfruttamento barbarico dei pescatori stranieri ridotti in schiavitù.

A far emergere definitivamente questo scandalo mndiale era stato il rapporto “Slavery at Sea – The Continued Plight of Trafficked Migrants in Thailand’s Fishing Industry” pubblicato il 4 marzo da ‘Environmental Justice Foundation (Ejf) e poi il GlobalPost e The Guardian hanno contribuito a svelare la rete criminale che costringe esseri umani a lavorare senza paga, prigionieri dei pesxcherecci su cui vivono, lavorano e muoiono. E’ una vera e propria tratta di esseri umani, prelevati dai poverissimi villaggi del Myanmar e della Cambogia con la promessa di un lavoro in Thailandia e poi costretti al lavoro forzato nell’industria della pesca con l’utilizzo sistematico della violenza.

Il rapporto dell’Ejf denunciava anche «Da una parte il fallimento del governo thailandese nell’identificare e sanzionare I criminali, I funzionari corrotti e gli operatori economici senza scrupoli e dall’akltra quello di non riuscire ad applicare delle misure che puntino a regolamentare la flotta da pesca e le pratiche di reclutamento dei pescatori»

La Thailandia è il terzo esportatore mondiale di prodotti ittici e quindi la schiavitù sui pescherecci rappresenta un problema mondiale. Il rapporto Ejf b constata che «La corruzione endemica, la non applicazione della legge, l’aiuto insufficiente alle vittime, le condizioni di lavoro inaccettabili e le politiche migratorie deficitarie non sono stati risolti». L’Ue nel 2012 ha importato 835,5 milioni di euro di prodotti della pesca dalla Thailandia, gli Usa più di 1,6 miliardi di dollari nel 2013 e “Slavery at Sea” chiede ai politici Ue di  tenere in considerazione la tratta di esseri umani nei negoziati commerciali con la Thailandia ed al governo Usa di retrocedere la Thailandia  dal livello 2 al livello 3 della Tier 2 Watchlist.

Un migrante birmano di 21 anni ha raccontato all’Ejf di essere stato reclutato con la promessa di un buon lavoro in una fabbrica per confezionare ananas in Thailandia. L’11 marzo 2013, insieme ad altri 36 migranti birmani hanno iniziato un viaggio che li ha portati ad essere venduti ad un peschereccio thailandese, tre di loro sono scomparsi, probabilmente assassinati per aver rifiutato di continuare il viaggio.

Gli schiavi che sono riusciti a fuggire raccontano che la frontiera viene spesso addirittura passata a bordo di auto della polizia guidate da uomini in borghese che poi li hanno portati a Samae San, nella provincia di  Chonburi.  I testimoni raccontano di 10 mesi di lavoro senza salario con continue violenze ed abusi da arte del capitano del peschereccio.

La Myanmar Association of Thailand tra il  gennaio 2013 e il febbraio 2014 ha partecipato a  29 operazioni nelle quali sono stati liberati 201 schiavi del mare a bordo di pescherecci thailandesi. L’jf denuncia che «I proprietari di queste navi,  la polizia, il personale dei rifugiati, alcuni funzionari della giustizia ed anche I giudici fanno regolarmente pressione sulle vittime della tratta perché abbandonino le denunce e rientrino a casa loro». “‘Slavery at Sea” presenta il caso di 14 uomini salvati nel porto di Kantang nel marzo 2013, dopo mesi di sfruttamento, abusi e violenze e poi lasciati in balia di una giustizia complice degli schiavisti e che non assicura alle vittime nemmeno un interprete.

La buona notizia è che il trafficante di carne umana  coinvolto nell’affaire di  Kantang, che  sarebbe responsabile dell’assassinio di 40 lavoratori migranti, è stato arrestato, ma nessuna misura è stata presa contro l’armatore del peschereccio o contro i funzionari locali sospettati di essere coinvolti.

Le informazioni più recenti  mettono in evidenza lo stretto legame tra sovra-pesca e pesca illegale e tratta degli esseri umani «La riduzione delle catture legata alla sovra-pesca – spiegano ad Ejf . obbliga gli operatori a pescare più lontano e durante periodi più lunghi. Questa tendenza emergente significa che le ispezioni si rarefanno sempre più ed un armatore a riferito all’Ejf  che i lavoratori vengono trasferiti tra le imbarcazioni in mare, per evitare le ispezioni nei porti e per impedir loro  di scappare».

La disobbedienza degli schiavi viene punita con percosse, mutilazioni ed anche con la morte. Un pescatore thailandese ha detto al GlobalPost che l’omicidio su pescherecci thailandesi è praticamente di routine: «Ho visto un intero equipaggio straniero ucciso … Il boss non voleva pagarli, li ha allineati su un lato della barca e gli ha sparato, uno per uno».

Questi orrori ormai noti potrebbero spingere gli Usa ad annunciare sanzioni contro la pesca thailandese, con conseguenze enormi per un’industria da 7 miliardi dollari come quella ittica thailandese che rifornisce l’America e l’Europa di gamberi e pesce a buon mercato.  Ma ora, in questa storia di schiavitù, spunta anche il “trash fish”, un termine usato per quei pesci sotto-taglia o che non sono graditi dai mercati e che vengono comunque catturati e sbarcati per alimentare l’industria dei mangimi per animali e dell’olio di pesce.

Secondo il GlobalPost, «Il legame tra pesce spazzatura e lavoro forzato è chiaro. I racconti degli  schiavi fuggiti indicano che le vittime lavoravano sempre su pescherecci di armatori Thai, piccole imbarcazioni che viaggiano su enormi distanze per prendere il trash fish che finisce nelle reti giganti».

Steve Trent, direttore esecutivo di Ejf sottolinea che «C’è grande pressione per ridurre i costi. Nella mente di alcune persone è praticamente legittimato l’utilizzo del lavoro in schiavitù. Le attività di pesca sono fuori controllo. Non c’è una gestione efficace. In un tempo relativamente breve, dal momento che i pescherecci industriali sono state introdotti nel la regione, si è avuto un calo di oltre il 90% delle catture. Si stanno sgretolando sotto il peso di questa cattiva gestione».

Gran parte della catena di approvvigionamento dal peschereccio rete al supermercato non è semplicemente monitorata ed adeguatamente sorvegliata. Così il pesce pescato dagli schiavi raggiunge le nostre tavole e nessuna impresa che rivende o trasforma il pesce thailandese in cibo per animali è in grado di affermare che i loro prodotti sono “rifiuti acquisti di pesce sono “slavery free”.  «Affermano di non averlo saputo. O preferivano guardare da un’altra parte . dice  Trent – .a ora  hanno la chiara evidenza dell’abuso per la produzione di trash fish … e non possono essere sicuri di non avere qualcosa sui loro  scaffali che non provenga dalla schiavitù o dal lavoro forzato durante a sua produzione».

Nel solo 2013 gli Usa hanno importato dalla Thailandia  ingredienti per cibo per animali per 171 milioni dollari valore di cani e gatti entrato negli Stati Uniti dalla Thailandia, ma anche gamberetti e salsa di pesce sono frutto della schiavitù del trash fish. Anche le pillole dell’olio di pesce, molto utilizzate come fonte di Omega 3, vengono a volte prodotte con trash fish. Anche sgombri e sardine, le specie più comuni utilizzate per fare le pillole, sono spesso pescati dagli schiavi su pescherecci thailandesi. Trent conclude: «Non credo che la gente dei principali mercati di consumo voglia mangiare un prodotto per la salute prodotto da schiavi».