Presentato il report Federchimica e Plasticeurope Italia

Plastica e italiani, è amore odio: non ci fidiamo ma è impossibile farne a meno

Obiettivi ambientali insieme a quelli economici per ricreare la fiducia, passando dal riciclo

[27 novembre 2013]

Quando parliamo di risorse in esaurimento, per una distorta forma mentis pensiamo ormai in prima battuta soltanto al petrolio. Le altre risorse naturali rimangono in secondo piano ma, paradossalmente, lo stesso destino è ancor più valido per quello che del petrolio è uno dei derivati più famosi: la plastica. Guardatevi attorno, sarà davvero molto difficile non trovare un oggetto che non sia costruito almeno in parte grazie a questo materiale.

Il XX è stato il secolo della plastica, il problema è che – a quanto oggi la scienza sembra suggerirci – lo sarà anche il XXI, ma con risorse petrolifere in netto declino. Se con l’avanzare deciso delle fonti rinnovabili abbiamo almeno un’idea sul come potrebbe essere un futuro senza fonti fossili, immaginando un avvenire senza plastica rimaniamo ancora spiazzati. Ecco che assumono un profondo valore gli interrogativi sollevati da Federchimica e Plasticerope Italia nell’evento di presentazione dello studio L’eccellenza della filiera della plastica per il rilancio industriale dell’Italia e dell’Europa  ad opera dell’economista Paolo Savona.

Savona, visto anche il suo background, non ha mancato di sottolineare il ruolo strategico della plastica anche per la nostra economia, evidenziando un ruolo altrimenti poco conosciuto. I numeri sono di tutto rispetto: in Europa la plastica dà lavoro a circa 1,5 milioni di addetti, di cui quasi 160.000 in Italia, dove rappresenta il 14% (circa 43 miliardi di euro) del fatturato totale del manifatturiero. L’Italia è al terzo posto in Europa per occupati, fatturato e valore aggiunto delle fasi di produzione e trasformazione delle materie plastiche – in Europa, 1 azienda su 3 del ciclo del fine vita della plastica è italiana, con competenze di alto livello – il secondo mercato di consumo e il secondo produttore di macchinari, e può vantare eccellenze industriali nei materiali innovativi, anche di livello mondiale.
E’ un ruolo di primo piano quello che lo studio realizzato da T.E.H. Ambrosetti dà alle materie plastiche, con proiezioni che attribuirebbero grandi potenziali di crescita non solo per tutto il manifatturiero ma anche per l’economia: per ogni 100 Euro di PIL prodotto nel settore della plastica verrebbero generati 58 Euro di PIL per la manifattura e 238 Euro di PIL complessivo per il sistema economico nel suo insieme; per ogni unità di lavoro in più nel comparto plastica si può prevedere un +2,74 unità di lavoro; un miglioramento del 10% del fatturato complessivo della filiera della plastica italiana può portare ad un aumento dello 0,6% del PIL nazionale (+4,6% nel comparto manifatturiero) e alla creazione di oltre 40.000 nuovi posti di lavoro.

A fronte di numeri importanti, il settore industriale della plastica comporta anche numerose problematiche ambientali legate al fine vita dei prodotti, almeno nel nostro Paese, e dunque non stupisce che – come riporta lo studio – in Italia la quota di diffidenza verso la plastica interessi il 43% della popolazione, contro il 22% in Germania. Affrontare di petto questa mancanza porterebbe però con se un duplice vantaggio: ambientale ed economico.

«La prima opzione per la valorizzazione dei rifiuti plastici è quella del riciclo», come ha infatti sottolineato Giorgio Quagliuolo, presidente Unionplast, l’Associazione dei produttori di manufatti plastici, benché anche nell’odierno convegno milanese si sia come consuetudine offerto, purtroppo e ancora, maggiore spazio alla termovalorizzazione, piuttosto che a quello del riciclo.

Eppure, come evidenzia proprio lo studio illustrato da Federchimica, si stima che la produzione globale di plastica passerà dagli attuali 235 milioni agli oltre 300 milioni di tonnellate nel 2025, in linea con l’aumento della popolazione e l’industrializzazione. Si tratta di una previsione che dobbiamo tentare di sfatare, resa rischiosa da perseguire dai limiti fisici imposti dalle risorse naturali alla crescita dell’economia.

Per lenire il bisogno di plastica nel mondo (nell’attesa e nella speranza che la ricerca scientifica e la tecnologia ci forniscano un bene succedaneo credibile, quando per molti aspetti le bioplastiche già oggi rappresentano un buon inizio, pur con le loro contraddizioni), il primo punto sta nel riciclare quella che già abbiamo e il secondo – probabilmente – nel sapersi accontentare.