Al contempo, il 36% dei Millennials mostra un’elevata «tendenza al complottismo»

Poveri giovani, consumatori (potenzialmente) sostenibili ma squattrinati

Secondo l’Università di Siena il 40% dei 16-35enni è disposto a cambiare abitudini per tutelare l’ambiente, ma «è il prezzo il fattore che incide di più nella scelta dei cibi»

[23 maggio 2017]

I giovani italiani sono unanimemente riconosciuti come il segmento della popolazione nazionale più attenta all’importanza dello sviluppo sostenibile, e i dati raccolti dall’Università di Siena sui loro stili alimentari rafforza questa tesi: il 40% dei 16-35enni intervistati per la ricerca Giovani, cibo, salute e sostenibilità è «disponibile, almeno in linea di principio, a consumare in modo diverso se ciò rappresenta una scelta ecologicamente sostenibile». Il problema è che non sempre può permetterselo, economicamente parlando.

Come noto, i prodotti (non solo alimentari) più sostenibili hanno un prezzo più alto rispetto alla concorrenza. Attenzione, prezzo e non costo: le ricadute ambientalmente, socialmente ed anche economicamente negative che caratterizzano le produzioni insostenibili ricadono sull’intera collettività, ma finché non saranno internalizzate e direttamente visibili sullo scontrino d’acquisto continueranno a rimanere in secondo piano.

È dunque significativo osservare cosa orienti i Millennials nell’avvicinarsi al cibo: secondo l’università di Siena «non ci sono dubbi, è il prezzo il fattore che incide di più nella scelta dei cibi, con il 91% degli intervistati che lo indica come molto o abbastanza importante, seguito dalle proprietà nutrizionali e dalla stagionalità del prodotto (85% e 84% del campione), dalla provenienza italiana (83%) e dall’affidabilità del brand (81%)».

Dati che richiamano indirettamente ad altri, quelli che descrivono le forti difficoltà economiche che gravano oggi sui giovani italiani. Come mostrano i dati Caritas riferiti all’Italia del 2016, degli «oltre 4,5 milioni di poveri totali, il 46,6% risulta under 34», mentre nel rapporto Coop riferito alla stessa annualità si esplicita che la «ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è ora meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%: il rapporto tra la ricchezza delle famiglie anziane e quella dei giovani è passato da 1 ad oltre 3», marcando un divario generazionale sempre più ampio. «La ricchezza è tutta nel portafoglio degli anziani (la silver economy fa faville) e lascia sempre più scoperti gli under 35 (la ricchezza finanziaria degli over65 si aggira intorno ai 154.000 euro contro i poco più di 18.000 degli under 35). Su questa generazione (Millenials) e sulle altre a seguire (generazione delle reti) grava un tasso di disoccupazione pari al 37,6% e 4 su 5 di loro – superati in questo solo dai loro coetanei bulgari – ammettono di sentirsi ai margini della società».

Dati che per forza di cose riemergono poi all’interno del carrello della spesa, e che contribuiscono a chiarire come mai la lotta alle disuguaglianze economiche sia un elemento chiare per la promozione di uno sviluppo più sostenibile. «Dalla nostra indagine – spiega Pierangelo Isernia, direttore del dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena e coordinatore della ricerca –  emerge un quadro diversificato degli stili alimentari dei giovani italiani. La maggioranza di loro è potenzialmente attenta e consapevole delle proprie scelte alimentari, ma anche per la difficile situazione economica del paese le considerazioni di convenienza e di prezzo sono preminenti»

Elementi che non sono però sufficienti a spiegare però un triste paradosso che segna i Millenials: secondo i dati raccolti dall’Università di Siena le generazioni più giovani – e in media più istruite – sono anche quelle dove trova spazio una visione del mondo cospiratoria su alimentazione e problematiche connesse alla salute, con particolare riferimento ad un tema molto attuale, quello dei vaccini. Una netta maggioranza di intervistati è d’accordo con l’esistenza di complotti di vario genere orchestrati dall’industria alimentare, farmaceutica e le grandi catene di fast-food con la complicità della politica. Un atteggiamento questo – si legge nella ricerca – che riguarda una quota minoritaria ma consistente di giovani. In altre parole, i dati «mostrano come tra i giovani sotto i trentasei anni vi sia una certa tendenza al complottismo. Solo il 21% dei rispondenti sembra infatti non dare credito a cospirazioni di varia natura, mentre il 36% si colloca sul livello più alto dell’indice».

Fortunatamente, «la maggioranza, oltre l’80%,  ritiene però che i benefici del vaccino contro morbillo, parotite e rosolia superino i rischi e più del 70% che i bambini sani dovrebbero essere obbligatoriamente vaccinati per frequentare la scuola». Chi non la pensa così, però, non sembra neanche disposto a cambiare idea di fronte a dati scientifici inoppugnabili in materia. «Dato interessante, che merita riflessione – conclude con amarezza Isernia – è che dall’altro lato, coloro che ritengono i vaccini dannosi, nonostante la qualità scientifica delle informazioni loro fornite sui benefici dei vaccini, non modificano le loro opinioni».