Ecco qual è l’impronta ecologica dell’Italia (e una strada per provare a ridurla)

[21 agosto 2014]

L’Italia è tra quei paesi mediterranei (assieme a Grecia e Spagna, per citarne altri due) che oltre a trovarsi in una posizione di debito ecologico, si trova anche ad affrontare un periodo economico non dei più brillanti. Ed è qui che la dinamica dei prezzi e la loro volatilità entra in gioco.

Dal 1961 al 2004, l’impronta ecologica pro capite di un cittadino italiano medio è più che raddoppiata, passando da circa 2,0 a circa 5,0 ettari globali (gha). La domanda pro capite di risorse naturali in Italia è aumentata cosi tanto che gli italiani contribuivano nel 2004 a quasi il 25% del deficit ecologico dell’intera area mediterranea. Tuttavia, dopo aver raggiunto il valore massimo nel 2004, l’impronta ecologica pro capite in Italia è iniziata a diminuire progressivamente, fino a raggiungere il valore di 4,3 ettari pro capite nel 2009, per poi risalire a 4,5 ettari a persona nel 2010. Purtroppo tale riduzione dell’impronta ecologica nel quinquennio 2005-2009 non rispecchia tanto il risultato di mirate politiche ambientali, ma piuttosto la conseguenza di un forte aumento dei prezzi e della contemporanea flessione del nostro sistema economico. Trend simili a quello italiano si possono riscontrare anche in Grecia e Spagna, come evidenziato da un nostro recente studio sull’impronta ecologica dell’area mediterranea pubblicato nel 2012.

Per promuovere uno sviluppo sostenibile, all’interno di un contesto con risorse naturali limitate, le nazioni hanno molte possibilità di scelta, dato che manovrano grandi bilanci finanziari e prendono decisioni infrastrutturali. Nell’analisi di cui sopra abbiamo evidenziato come l’impronta ecologica dei cittadini italiani sia dovuta principalmente ai consumi alimentari (21% del totale), ai consumi domestici (18% del totale) e alla mobilità (15%). Pertanto, il primo passo da fare sarebbe proprio quello di partire da una riforma delle politiche in questi tre settori che punti a diminuire la dipendenza dalle risorse naturali e al contempo rilanciare l’economia. Ad esempio, l’Italia è storicamente un Paese a vocazione agricola ma per le nostre tavole importiamo grandi quantitativi di grano, cereali e carne dalla Francia, e di verdura e frutta dalla Spagna. E molto di questo cibo va sprecato. Una prima mossa potrebbe essere quindi quella di ridurre gli sprechi alimentari e rilanciare la produzione agricola, in special modo quella mirata alla produzione di prodotti biologici.

Per quanto riguarda il settore domestico, siamo sempre più vittime di una “Vita usa e getta” – come ci ha ricordato ieri anche Mario Tozzi in un articolo sull’Earth Overshoot Day su La Stampa – in cui un materiale durevole come la plastica è quotidianamente usato per imballaggi e per fabbricare oggetti che nella maggior parte dei casi sono utilizzati solo poche volte. Anche in questo caso si potrebbe intervenire con politiche finalizzate a diminuire gli imballaggi e a favorire la produzione di prodotti, utensili e elettrodomestici riparabili e riutilizzabili, come peraltro sta chiedendo una petizione promossa dalla rete civica italiana, per non parlare della necessità del riciclo. Risparmio ed efficienza energetica sono poi essenziali.

Da ultimo, per quel che riguarda il settore dei trasporti, nuovamente avremmo bisogno di politiche volte a favorire il trasporto pubblico piuttosto che quello privato, nonché di investimenti nel settore ricerca per lo sviluppo di combustibili alternativi (come ad esempio i biocombustibili di seconda generazione) e di nuove tecnologie per la produzione di energia elettrica. Sfortunatamente, poche di queste politiche sono a oggi sul banco di lavoro del governo.

Si sente molto parlare di circular economy – economia circolare – e quindi, con un po’ di audacia, mi spingerei a proporre una ricetta “di sistema” per la riduzione dell’impronta ecologica italiana e per il rilancio economico, quella che definirei un’Agricultural Circular Economy, mirata a una forte riconversione agricola del sistema economico italiano. Un modello che preveda l’utilizzo dei terreni agricoli per varie funzioni, dalla produzione di cibo (e di tutte le eccellenze alimentari tipiche del nostro territorio), alla produzione di combustilibi (per esempio bioetanolo e biocombustibili di seconda generazione da scarti agricoli e forestali) fino alla produzione di plastiche alternative (per esempio bioplastiche a base di amidi, cellulose ed oli vegetali) per imballaggi e altri usi».

di Alessandro Galli, senior scientist del Global Footprint Network in esclusiva per greenreport.it