Ritornare alle diete ancestrali per salvare uomo e pianeta

De-colonizzare i nostri regimi alimentari per riconnettere salute e natura

[30 gennaio 2014]

La recrudescenza senza precedenti delle malattie croniche non contagiose ha spinto chi si occupa di salute e gli attivisti dei popoli autoctoni a insistere sulla necessità di ritornare a diete che sono state messe da parte per passare all’alimentazione globalizzata e standardizzata. Recuperare i cibi perduti contribuirebbe a migliorare il rapporto tra gli esseri umani e il pianeta, favorendo la salute ambientale e umana. Come spiega a Irin (l’agenzia stampa umanitaria dell’Onu) la nutrizionista francese Sarah Somian, «lo sviluppo del modello agricolo industriale ha largamente contribuito a disconnettere la gente dagli alimenti che trovano nei loro piatti».

Invece, molti degli alimenti tradizionali non trasformati che consumano le comunità rurali, dal miglio al caribù, sono ricchi di nutrimenti, contengono acidi grassi e micronutrienti e hanno virtù purificatrici solitamente assenti nei regimi alimentari dei Paesi a reddito medio-alto. Secondo gli esperti citati da Irin nel dossier “Revenir aux régimes alimentaires ancestraux pour soulager les maux modernes”, «i regimi alimentari autoctoni di tutto il mondo, sia che si tratti di alimenti di origine forestale tipo radici o tubercoli nell’est dell’India o di pesci di acqua fredda, caribù e foche nel nord del Canada, sono diversificati, adattati all’ambente locale e in grado di prevenire la malnutrizione e le malattie». Jo Woodman, una ricercatrice-attivista di Survival International, spiega che «numerosi popoli tribali ed autoctoni seguono un regime alimentare complesso e autosufficiente, mostrando un’alimentazione  molto diversificata ed equilibrata da un punto di vista nutrizionale».

E’ anche vero che molti  popoli autoctoni avevano (e hanno) a che fare spesso con la penuria di cibo, ma secondo il dossier Irin, lo sconvolgimento dei modi di vita tradizionale dovuto al degrado ambientale e all’introduzione di alimenti trasformati, di grassi ed oli raffinati e di glucidi semplici, contribuisce ad aggravare lo stato di salute delle popolazioni autoctone e al declino della produzione di alimenti ricchi di nutrienti che potrebbero essere di beneficio a tutte le comunità, ma che non risultano “appetibili” per il commercio alimentare globalizzato.

Harriet Kuhnlein, fondatrice del Centre of Indigenous People’s Nutrition and Environment, dell’università  canadese McGill, au Canada, spiega su Irin che  «i sistemi alimentari tradizionali devono essere documentati in modo che i decision makers misurino le conseguenze della distruzione di un ecosistema, non semplicemente per le popolazioni autoctona, ma per tutti e per ciascuno»,

Dall’inizio degli anni ’60 il consumo di alimenti di origine animale, carne, uova e latticini, è esploso con la crescita economica, l’urbanizzazione e il boom demografico mondiale. Secondo l’International Livestock Research Institute, nel 2013 questi alimenti hanno rappresentato il 13% dell’apporto energetico alimentare e gli animali da allevamento consumano fino ad un terzo dei cereali coltivati sul pianeta. L’Unep  aggiunge che l’espansione delle terre agricole, che avviene soprattutto per coltivare questi cereali, è responsabile dell’80% della deforestazione mondiale. La  popolazione umana dovrebbe raggiungere i 9 miliardi entro il 2050 e per allora sarà necessario produrre il 50% di alimenti in più per nutrirla. Il problema, come dice la Kuhnlein,  è se ci saranno gli ecosistemi sani per poterlo fare: «quando un ambiente è inquinato o distrutto, il cibo che fornisce risulta alterato».

Gli antichi sistemi alimentari autoctoni potrebbero rivelare una inaspettata “modernità”: si adattano all’ambiente per poter raccogliere, preparare ed ottimizzare il cibo, sono diversificati e vanno da quelli dei Guyakis, cacciatori-raccoglitori nomadi del Paraguay orientale, ai Masai, allevatori nomadi del nord del  Kenya, ai gruppi di pescatori Inuit  del Canada, agli agricoltori di miglio Kondhi dell’India orientale, ai Sami/Lapponi della Scandinavia. Etnie diversissime  che però condividono una caratteristica comune, scrive Irin, «una conoscenza approfondita del modo in cui alimentarsi bene senza danneggiare l’ecosistema». Uno studio del 2009 sui sistemi alimentari, la nutrizione e la salute dei popoli autoctoni finanziato dalla Fao ed al quale ha partecipato anche la Kuhnlein, evidenziava che «i sistemi alimentari dei popoli autoctoni nascondono dei tesori di conoscenze eredità delle culture ancestrali e di modi di vita in armonia con gli ecosistemi locali»,

L’alimentazione fast food e “marketing” sta subendo qualche cedimento, negli ultimi anni cereali come la quinoa, il fonio e il miglio, tradizionalmente coltivati da comunità rurali ed autoctone dei Paesi in via di sviluppo, dove le giovani generazioni consumano sempre più prodotti importati, sono diventati di moda nei Paesi sviluppati. Così la ricerca, il marketing e la finanza che punta sulle commodities alimentari hanno contribuito a far conoscere le virtù di questi cereali altamente proteici e che popoli come quelli del Pacifico, i loro prodotti dimenticati ci aiutano a guarire alle malattie del benessere e del consumismo. La Somian fa notare che «guardando ai numerosi benefici per la salute di questi alimenti dimenticati o finora sconosciuti, è essenziale valorizzare la saggezza delle culture autoctone delle precedenti generazioni per ridurre le malattie e le infiammazioni».

Debjeet Sarangi, il direttore di Living Farm, una Ong che lavora con i contadini dei popoli autoctoni racconta che i  Kondhi dell’Odissa, noti per aver sconfitto una multinazionale mineraria che voleva scavare la loro montagna sacra, coltivano in modo tradizionale fino a 16 varietà di miglio, «però, la superficie che i Kondhi (circa 100.000 persone ripartite in 15.000 villaggi) dedicano alla coltivazione del miglio è scesa di circa il 63%, passando dai 500.000 ettari nel 1975 a leggermente più di 200.000 ettari nel 2008. Queste terre sono state trasformate in risiere nel quadro di programmi sovvenzionati dal governo che propongono un riso bianco impeccabile, nonostante i rischi per la salute che comporta il riso bianco raffinato. Perché rimpiazzare delle terre che producevano degli alimenti nutrienti in una regione dove la malnutrizione è frequente?» Living Farm nel 2011 rivelò che il 75% dei bambini kondhi di meno di 5 anni erano troppo magri per la loro età  e che il 55% di loro aveva un ritardo nella crescita, un segnale della malnutrizione cronica.

L’Arthrospira platensis, meglio conosciuta come spirulina, è un altro dei “super-alimenti” la cui popolarità è in crescita. Si tratta di un tipo di cianobatteri che prospera negli stagni e nei laghi salati con acque alcaline e calde  e che in numerosi sistemi tradizionali viene usato come alimento, per esempio tra i Kanembou del Ciad nord-occidentale. Uno studio del Langone Medical Center dell’università di New York  ha rivelato che la spirulina può rafforzare l’immunità  alle malattie, ridurre le infiammazioni e le allergie, oltre a rappresentare una fonte sana di proteine.  La Woodman sottolinea: «E’ profondamente ironico vedere numerosi dietisti che propongono i regimi alimentari e i cibi tradizionali ed autoctoni mentre i regimi alimentari occidentali  si impongono tra i popoli tribali di tutto il mondo».

Per Martin Reinhardt, un ojibwé della tribù chippewa di  Sault Ste Marie, che insegna studi amerindi alla Northern Michigan University, «abbiamo perso il rapporto originario con il mondo che ci circonda. Storicamente gli antenati degli amerindi creavano i sistemi alimentari pianificandoli per 7 generazioni a venire, insegnando ad ogni generazione che era sua responsabilità assicurare la sopravvivenza della settima. Per far questo, cacciavano e raccoglievano unicamente quello di cui avevano bisogno, economizzando le risorse come il legname e l’acqua e proteggendo la biodiversità degli alimenti. Ma quando gli amerindi furono costretti ad assimilarsi, l’accesso storico a queste conoscenze nutrizionali andò perduto». Secondo lo Special Diabetes Program for Indians dell’Indian Health Service, il sistema sanitario per gli amerindi del governo federale Usa, i 566 popoli autoctoni presenti negli Usa presentano un livello di diabete 9 volte superiore alla già alta media nazionale. Il ministero della salute del Canada dice che tra le Premières Nations e gli Inuit il tasso di diabete è 5 volte superiore alla media nazionale.

Un rapporto dell’International Fund for Agricultural Development, rivelava la tragica situazione del Laos, dove minoranze etniche che vivono negli altipiani del nord, come gli Yawa, gli Htin e i Khmu, che si nutrono tradizionalmente di prodotti della foresta, maiali selvatici, cuore di bambù, banane e patate  dolci ricche di vitamina C, negli ultimi decenni sono stati scacciati a migliaia dalle loro terre dal governo comunista laotiano per ragioni economico-politiche. La cosa è confermata da Jim Chamberlain, un antropologo ed ex consulente della Banca Mondiale a Vientiane, «le comunità hanno meno accesso di prima alle risorse naturali. Il regime alimentare tradizionale di queste comunità si basava sulla foresta. Lo sfollamento ha comportato un deterioramento del loro stato nutrizionale. Il tasso di malnutrizione tra i bambini laotiani di meno di 5 anni è il più elevato dell’Asia del sud-est».

E’ lo stesso governo conservatore del Canada, noto per il suo eco-scetticismo e per voler mettere la mordacchia ai ricercatori scientifici, ad ammettere che nel nord del Paese i pesci  ricchi di acidi grassi omega 3, alla base dell’alimentazione delle tribù artiche, vivono in acque sempre più contaminate da mercurio. La deforestazione mondiale serve sempre più spesso a far spazio alla produzione agricola industriale, a detrimento dei nutrienti e dei servizi ecosistemici prodotti dalle foreste abbattute

Chi si batte contro l’omologazione alimentare di massa è convinto che ristabilire i sistemi alimentari tradizionali sia fondamentale per la salute pubblica ed individuale e per l’ambiente, ma anche che l’inesistenza di un mercato per questi “super-alimenti” tribali sia una sfida per tutto il movimento ambientalista ed umanitario.

Il progetto Decolonize Your Diet, del Center for Native American Studies della Northern Michigan University è arrivato alla conclusione che «la distruzione ambientale è in gran parte dovuta al distacco della società moderna  dei sistemi alimentari» e Reinhardt, che ha coordinato il progetto dal 2010 al 2012,  conclude: «L’obiettivo è quello di far comprendere alla gente a fare il collegamento tra cibo, cultura, salute ed ambiente. Gli esseri umani possono e debbono riconnettersi con la natura, per il modo così intimo per il quale ne dipende la loro sopravvivenza. Spero che non abbiamo superato il limite che il pianeta può tollerare».