Scandaloso: le missioni di pace dell’Onu costano meno di due giorni di spese militari

[24 aprile 2014]

L’ultimo rapporto “Vital Signs” del Worldwatch Institute  evidenzia che «Il bilancio approvato per le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite dal luglio 2013 al giugno 2014 corre a 7,83 miliardi dollari, 390 milioni di dollari in più rispetto all’anno precedente.  Questo è il terzo più alto budget dal record di 8,26 miliardi di dollari spesi nel 2009-10. Nonostante alcune oscillazioni relativamente minori negli ultimi sette anni, i budget del peacekeeping sono molto più stabili rispetto agli anni ‘90, quando ad un rapido aumento della spesa è seguito da un brusco declino».

Michael Renner, il ricercatore senior del Worldwatch Instituteche che ha curato lo studio, evidenzia che «Da quando è stato inventato il peacekeeping negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite hanno speso un ammontare di 124 miliardi di dollari su queste missioni – un importo che impallidisce in confronto anche ad un solo anno di spese militari mondiali, che nel 2012 si sono attestate a 1.753 miliardi dollari. Gli eserciti del mondo non potrebbero operare neanche per due giorni con il bilancio annuale del peacekeeping».

Eppure le missioni di pace dell’Onu sono chiamate a tentare di spegnere gli incendi provocati da quelle armi e oggi il peacekeeping è molto più complesso che al tempo della Guerra Fredda: è difficile distinguere tra buoni e cattivi in posti come il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana.  Alcune missioni Onu riguardano il “peace enforcement”, ma molte altre comportano anche molti compiti “civili”, come l’assistenza per organizzare elezioni democratiche, lo sviluppo di istituzioni, la riforma dei sistemi giudiziari  e la formazione per le forze di polizia, nonché altre misure per favorire e consolidare la pace.

Attualmente nel mondo ci sono 14 missioni di pace dell’Onu: 8 in Africa, 3 in Medio Oriente, 2 in Asia, 1 in Europa e 1 nelle Americhe. L’Onu ha dispiegato in totale 117.630 “caschi blu”, la maggior parte dei quali sono forze di pace in uniforme. Tanto per fare un confronto, 36 Paesi hanno eserciti che superano la forza dei caschi blu in divisa e civili, e 5 Paesi hanno eserciti con più di un milione di soldati. Nel marzo 2010, il numero delle truppe, osservatori militari e polizia civile dell’Onu arrivò a 101.939 effettivi, il livello più alto mai raggiunto, poi si è mantenuto sempre sotto le 100.000 unità.

Mentre i Paesi ricchi ed emergenti vendono le armi, sono i Paesi poveri, soprattutto dell’Asia meridionale, a contribuire alla maggior parte delle forze di pace. Renner  spiega che «La decisione di stabilire, espandere, o terminare una operazione di peacekeeping sono prese dai membri del Consiglio di Sicurezza. Ma tra i 5  membri permanenti, solo la Cina sta dando un notevole contributo di personale con 2.186 caschi blu. Insieme, i “Perm-5” forniscono meno del 4% del totale delle forze di pace dell’Onu». Eppure sono proprio Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia a decidere spesso come, quando, dove e se mandare i caschi blu. Ma il loro potere è economico: i “Perm-5” rappresentano una quota sostanziale del finanziamento alle missioni di pace. Insieme agli altri 10 primi contribuenti forniscono oltre l’80% del bilancio totale nel 2013, con Usa e Giappone che da soli arrivano quasi alla metà di questa quota (39%).  Francia, Germania, Gran Bretagna e Cina hanno contribuito per quasi il 28%, mentre Italia, Russia,  Canada e spagna insieme arrivano al 13,5%.

L’Onu non ha il monopolio delle missioni di pace,  peacekeepers non-Onu si possono trovare in tutte le regioni del mondo, anche se a volte lavorano in collaborazione con i caschi blu Onu. In tutto, le missioni Onu e di altri soggetti nel 2013 dispiegavano circa 251.000 persone, circa 213.000 dei quali erano militari.

Renner fa notare che «Le missioni di peacekeeping di vario tipo sono diventate una presenza costante nelle diverse regioni del mondo. Anche se non stanno necessariamente rendendo il mondo un posto più tranquillo, con l’eccezione delle piccole missioni dell’Organization for Security and Co-operation in Europe, vengono inviate solo dopo un conflitto che pesa sulla coscienza dei decision makers a livello mondiale, che svolgono una ruolo importante nel cercare di portare una parvenza di pace nelle aree turbolente».

Ecco gli altri dati salienti del rapporto del Worldwatch Institute:

Il numero di civili coinvolti nella peacekeeping è salito da 8.430 nel gennaio 2000 ad un picco di 22.616 nel l dicembre 2010, ma poi è sceso sotto i 19.000 negli ultimi due anni. Oltre alle operazioni di mantenimento della pace, ci sono anche diverse missioni “politiche e di costruzione della pace”, con il personale in gran parte civile. Nel gennaio del 2014, c’erano 13 missioni di questo tipo (in genere dopo la conclusione di una missione di peacekeeping) in Africa, Medio Oriente e Asia occidentale, con un totale di 3.810 persone.

Durante 65 anni di peacekeeping sono stati uccisi in servizio 3.211 peacekeepers, 1.400 sono morti in missioni di pace attualmente in corso.

Nel gennaio 2014 le più grandi missioni dei Caschi blu, sia in termini di spesa che di personale, sono gli interventi in Repubblica democratica del Congo (con 25.723 persone e un budget di 1,5 miliardi di dollari) e in Darfur, Sudan, (con 23.754 persone e un budget di 1,3 miliardi dollari), due aree dove però continuano scontri armati e massacri.