Schiavi in alto mare, il lato oscuro della pesca

Un settore fonte di cibo e lavoro ma «allo stesso tempo anche di oppressione per i più vulnerabili»

[22 novembre 2016]

Dalla pesca arriva il 17% di tutte le proteine animali consumate nel mondo, lavoro per circa il 10% della popolazione globale e un export che vale 135 miliardi di dollari annui. Numeri che non combaciano sempre con la sostenibilità, sia dal punto di vista ambientale – la sovrapesca rappresenta ormai un problema dalle dimensioni critiche anche nelle nostre acque, quelle del Mediterraneo – sia da quello sociale. In occasione della Giornata mondiale della pesca, intervenendo all’ evento organizzato dalla Fao e dal Vaticano, il direttore generale dell’organizzazione Onu Graziano da Silva ha affermato che – anche se il settore ittico è fonte di cibo, sostentamento e opportunità per milioni di persone – esso è «allo stesso tempo anche fonte di oppressione per i più vulnerabili».

Il settore è infatti afflitto dal non rispetto dei diritti umani, come la pesca pirata, i conflitti per le zone di pesca, il lavoro minorile e forzato e il traffico di esseri umani. Le vittime raccontano di aver subito ogni sorta di vessazione lavorando a bordo di imbarcazioni in aree remote per mesi o perfino per anni alla volta. Vessazioni – sottolineano dalla Fao – che includono lavoro forzato e servitù per debito, violenza e abusi psicologici, cibo scadente e condizioni di vita non-igieniche. Lunghe ore di duro lavoro, per resistere alle quali i pescatori vengono talvolta costretti ad assumere anfetamine.  I lavoratori vengono spesso attratti in situazioni del genere con l’inganno o con la forza. Una volta a bordo, possono rimanere intrappolati per mesi se non per anni.

Etichettando la situazione degli abusi nella pesca come un esempio di “schiavitù moderna”, Gianni Rosas, direttore dell’Ufficio Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) per l’Italia e San Marino, ha portato l’attenzione sui recenti sviluppi positivi citando gli sviluppi a livello internazionale per la creazione di efficaci meccanismi istituzionali come il Protocollo 2014 della Convenzione Ilo sul lavoro forzato e la Convenzione 188 dell’Ilo sull’Impiego nel settore ittico: sia la Fao che la Santa Sede hanno salutato con favore il fatto che un numero sufficiente di paesi abbia sottoscritto la Convenzione 188 permettendone l’entrata in vigore tra un anno, nel novembre 2017, ma ancora non basta.

Nonostante i progressi a livello nazionale e internazionale per promuovere la sostenibilità della pesca e combattere tali problemi, le misure di protezione del lavoro rimangono spesso inadeguate o inapplicate. La necessità di controlli (e sanzioni) a livello internazionale è stringente, ma una forma di controllo importante quanto necessaria può e deve partire anche dal basso, dal singolo consumatore: senza la maggiore consapevolezza sulla necessità di acquistare solo pesce prodotto in modo equo e sostenibile le catene degli schiavi in alto mare non si spezzeranno.