Necessario tagliare sussidi alle fonti fossili: in Italia valgono 12 miliardi

Sciopero dei benzinai e rincaro carburanti. C’è una terza via

L’Economist: «Questi incentivi nascono per difendere i poveri, in realtà li colpiscono»

[17 giugno 2014]

Oggi, entro fine giornata si prevedono file ciclopiche attorno ai distributori di carburanti sparsi nelle città di tutta Italia, assediati da clienti ansiosi di abbeverare i propri assetati veicoli: domani lo sciopero delle pompe di benzina – iniziato in forme più morbide da qualche giorno – raggiungerà il suo apice, con la chiusura totale degli impianti fino a giovedì mattina. Immancabilmente, nel mentre i prezzi della benzina sono saliti. Dopo la prima ondata di rincari, oggi se ne rileva già una seconda – con protagonisti quasi tutti i maggiori marchi -, principalmente a causa dall’aumento delle quotazioni dei prodotti raffinati sul mercato del Mediterraneo.

Il prezzo mondiale del petrolio è rimasto negli ultimi tempi insolitamente stabile a livello mondiale, a causa del boom produttivo causato dallo shale negli Usa, ma se i rincari alla pompa si fanno sentire immediatamente, le compagnie non sono così diligenti anche coi ribassi dei prezzi, che infatti non arrivano quasi mai (nella giusta entità, almeno) al consumatore finale. Questa situazione di paradossale ingiustizia, in concomitanza con il nuovo sciopero dei distributori di carburanti, conduce a una pruriginosa domanda: perché l’Italia, ancora oggi, concede ai combustibili fossili 12 miliardi di euro di aiuti pubblici, tra sussidi diretti e indiretti? Ai tanto vituperati incentivi alle fonti rinnovabili e alle accuse loro rivolte di aumentare il costo della bolletta elettrica nazionale, non si accompagno altrettante critiche verso quest’altro, inquinante tipo di sussidi, che rimane pressoché misconosciuto dall’opinione pubblica.

Ed è un vero peccato, perché è molto interessante osservare gli effetti macroeconomici prodotti dai sussidi alle fonti fossili. Recentemente, anche l’Economist ha gettato un’occhiata – a livello globale, e in particolar modo sui paesi produttori di petrolio e/o in via di sviluppo – sullo spinoso tema, osservando che «tali programmi spesso iniziano con nobili intenzioni – per mantenere basso il costo della vita per i poveri o, nel caso dei paesi produttori di petrolio, per fornire un esempio tangibile dei vantaggi dell’abbondanza di petrolio – ma hanno conseguenze disastrose, distruggendo i bilanci, distorcendo le economie, recando danno all’ambiente e, a conti fatti, colpendo piuttosto che aiutando i poveri».

Partendo dal dato di fatto, ossia da un ammontare di sussidi ai combustibili fossili che a livello mondiale raggiunge l’astronomica cifra di 500 miliardi di dollari (ovvero 4 volte tanto gli aiuti esteri allo sviluppo), l’Economist riconosce che – tipicamente – il vantaggio di tali sussidi va per il 40% al quinto più ricco della popolazione, mentre ai poveri arriva solo il 7%. Una doppia beffa, se si pensa che paesi come l’Egitto spendono 7 volte di più per i sussidi ai carburanti che non per la salute dei propri cittadini.

Conclusione, questi 500 miliardi di dollari potrebbero facilmente essere dirottati su lidi più fruttuosi e puliti. Grazie alla loro “semplice” cancellazione,  ad esempio, l’International Energy agency stima che le emissioni di CO2 equivalenti potrebbero automaticamente ridursi del 6% entro il 2020.

Detto ciò, è innegabile che avanzare una simile proposta politica ottenendo poi dei risultati sia estremamente difficile, non da ultimo perché anche i più poveri non sono affatto felici di vedersi aumentati i prezzi della benzina. «L’esperienza – sottolinea l’Economist – suggerisce che ogni tentativo di tagliare i sussidi deve essere accompagnato da una campagna di educazione pubblica per spiegare i costi e le ingiustizie di sussidi, deve avere un chiaro calendario per aumenti di prezzo graduali e deve essere sostenuto da trasferimenti mirati per contrastare l’effetto di un prezzo del carburante più alto sulle persone più povere».

Molti paesi in via di sviluppo – dall’Indonesia all’Iran, dal Marocco fino al paradiso petrolifero del Kuwait – stanno tentando di muoversi in questa direzione, e lo stesso farebbe bene a fare l’Italia, che pure partirebbe da una situazione di vantaggio, in quanto paese “sviluppato”. La situazione è apparentemente propizia: alla guida del paese c’è un governo dal piglio energico, e l’escalation geopolitica in Iraq e Ucraina – accompagnata, perché no, anche dallo sciopero dei benzinai – rappresenta uno spunto di riflessione importante sul tema. Anziché concentrasi su un decreto spalma incentivi per le rinnovabili (adombrato da dubbi di incostituzionalità), il governo Renzi potrebbe iniziare a trovare i fondi che cerca aggredendo i sussidi ai combustibili fossili, per poi passare al conseguente riordino delle risorse in altri campi: non ultimo quello del riciclo, preferito (a parole) alla termovalorizzazione, ma al quale (sostanzialmente) sono destinati fondi molto minori.

Una riconversione ecologica dell’economia, ormai dovrebbe essere chiaro, passa anche da un doloroso ma necessario rincaro del prezzo delle risorse naturali. Alla politica resta il compito di distribuirne il peso, salvaguardando i più deboli.