Dopo l'acqua dolce è la risorsa naturale più consumata al mondo

E se l’economia fosse davvero un castello di sabbia (rubata)?

Le “Sand Mafias” all’attacco dell’ambiente. Sempre più conflitti

[6 agosto 2014]

L’ultimo rapporto “Sand, rarer than one thinks” dell’Unep Global Environmental Alert Service (Geas) già confermava che la sabbia, con un consumo mondiale annuo stimato in 15 miliardi di tonnellate e con un volume di scambi di 70 miliardi di dollari,  è diventata – dopo l’acqua dolce – la risorsa naturale più consumata al mondo. «Sabbia e ghiaia – si legge nel report – sono estratti in tutto il mondo e rappresentano il maggior volume di materiale solido estratto a livello mondiale. Formata dai processi erosivi nel corso di migliaia di anni, sono ora in fase di estrazione ad una velocità di gran lunga superiore alla loro rinnovo. Inoltre, il volume che viene estratto sta avendo un forte impatto sui fiumi, i delta e gli ecosistemi costieri e marini, che si traduce in perdita di terreni lungo il fiume o nell’erosione costiera, nell’abbassamento della falda freatica e nella diminuzione della quantità di apporto di sedimenti».

Nonostante le quantità colossali di sabbia e ghiaia che utilizziamo, la nostra crescente dipendenza da questi materiali e il forte impatto ambientale della loro estrazione, il problema è stato per lo più ignorato dai policy makers e resta in gran parte sconosciuto alla maggioranza dell’opinione pubblica. Quando vi arriva (come nel caso dell’utilizzo di materiali riciclati, ove possibile, al posto della materia vergine) lo fa invece in modo distorto, da mondo dell’informazione come da quello di normative spesso retrograde e/o inapplicate.

L’utilizzo per la produzione di cemento e per gli aggregati per il calcestruzzo a livello mondiale può essere stimato in 25.900 – 29.600 milioni di tonnellate annue (dati 2012). Abbastanza calcestruzzo da costruire un muro alto 27 metri per 27 metri di larghezza intorno all’equatore; a questo vanno aggiunti tutti gli aggregati utilizzati nelle bonifiche, nelle modifiche costiere e nei rilevati stradali (per i quali non sono disponibili statistiche globali) e oltre 180 milioni di tonnellate di sabbia utilizzate dall’industria. «Quindi – si legge nel rapporto Unep-Geas – una stima prudenziale del consumo mondiale di aggregati può essere superiore a 40 miliardi di tonnellate l’anno. Questo è il doppio della quantità annuale di sedimenti portata da tutti i fiumi del mondo, rendendo così l’umanità il più grande agente di trasformazione del pianeta. Tale alta estrazione ha un impatto enorme sull’ambiente. L’estrazione di sabbia ha Impatti su diverse industrie: il turismo attraverso l’erosione delle spiagge, la pesca a causa della distruzione della fauna e della flora bentonica, le assicurazioni, mentre l’estrazione di sabbia di fiume può abbassare la falda (il che porta ad un aggravamento della siccità) ed  aggrava le inondazioni, l’erosione costiera aumenta gli impatti delle mareggiate».

L’allarme sabbia viene ora rilanciato dall’inchiesta “Building an economy on quicksand”, realizzata da Jakob Villioth per Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trad (Ejolt), che a sua volta sottolinea: «Durante gli ultimi due secoli la sabbia è diventata una merce di vitale importanza per le nostre economie moderne. La maggior parte delle nostre case, grattacieli e ponti sono realizzati con cemento armato, che è fatto per due terzi di sabbia (più cemento, acqua e ghiaia). Sono necessarie 200 tonnellate di sabbia per costruire una casa di medie dimensioni, 1 km di autostrada richiede 30.000 tonnellate di sabbia. Soprattutto in Asia e gli Stati arabi, per  la fame dell’industria edile e la richiesta sempre crescente di cemento da parte della Cina, i consumi sono aumentati esponenzialmente dal 437,5% in 20 anni, mentre l’utilizzo nel resto del mondo è aumentato del 59,8%».

Ma la sabbia di alta qualità, ad alto tasso di silicio, è necessaria per produrre i chip per computer e microprocessori ed utilizziamo la sabbia anche nei detergenti, cosmetici e molti altri prodotti, «ma – dice Villioth –  una volta che la sabbia è stata trasformata in calcestruzzo, i componenti sono legati per sempre e non più disponibili come risorse.

Questo enorme peso della sabbia e ghiaia (“aggregati”) nei flussi di materia di molte economie sta scatenando molti conflitti sull’estrazione di questi materiali considerati fino a poco tempo fa abbondanti  e gli scontri per il possesso delle risorse sabbiose sono così diffusi che in India hanno inventato un nuovo termine entrato nel vocabolario delle ingiustizie ambientali: “sand mafias”.

Queste mafie della sabbia controllano gran parte dell’edilizia, corrompendo ed utilizzando metodi brutali che arrivano all’assassini di attivisti ambientali e sindacali, mentre, come denunciava già nel 2010 il Times of India, la rete di interessi e coperture si estendono fino ai massimi livelli della polizia e del governo.  In India l’estrazione illegale di sabbia sta minacciando l’approvvigionamento idrico delle comunità locali, dato che la sabbia di fiume è un acquifero naturale e il suo esaurimento compromette la ricarica delle falde sotterranee. A  gennaio l’ex ministro per il commercio e l’industria dell’India, Sudarsana Natchiappan, ha dichiarato che a causa dell’estrazione della sabbia nei letti dei fiumi, il livello delle acque di falda è sceso ad un ritmo allarmante essiccando centinaia di  migliaia di pozzi nell’India meridionale e portando ad una penuria di acqua per usi agricoli.

Ma la “sand mafia” è al lavoro un po’ in tutto il mondo: in Marocco  non è raro vedere centinaia di spalatori che caricano la sabbia delle spiagge sui camion che riforniscono i cantieri per costruire grandi villaggi turistici ed alberghi che ospiteranno i turisti attirati da quelle stesse spiagge che si stanno rubando. «Fino a poco tempo fa – spiega l’inchiesta di Ejolt – la sabbia veniva  estratta in cave terrestri e negli alvei, tuttavia, queste risorse interne sono state quasi esaurite, così  l’estrazione di aggregati dalle miniere si è spostata nelle aree marine e costiere».

Allora perché non si utilizza la sabbia dei deserti, che in Africa e Asia non mancano certo? Perché, come ha rivelato la ricerca “Performance of mortar and concrete made with a fine aggregate of desert sand” pubblicata nel 2006 da  Building and Environment, la sabbia dai deserti non può essere utilizzata per molti scopi, dato che l’erosione del vento nel tempo ha dato forme arrotondate ai granelli, che non legano bene: per la maggior parte degli usi industriali, sono necessari granelli con una superficie ruvida, che stanno insieme naturalmente. A differenza di quanto si crede, la sabbia del deserto, troppo  fine e di bassa resistenza, non è stata utilizzata nemmeno per la creazione delle isole artificiali di Dubai che si affacciano sul deserto. Gli Emirati arabi uniti per la loro follia edilizia hanno utilizzato sabbia marina e, una volta esauriti i banchi davanti alle loro coste, ora importano sabbia dall’Australia.

Mentre anche in Italia si attuano costosi ripascimenti delle spiagge, la maggior parte della sabbia viene ormai estratta dal fondo dell’oceano e in tutto il mondo migliaia di grandi navi succhiano enormi quantità di sabbia dai fondali davanti alle zone costiere. Il risultato è disastroso e noto: spostamento delle correnti, cambiamento dei fondali, movimenti diversi delle onde, e le voragini create dall’estrazione della sabbia vengono riempite dalla sabbia che scorre verso le buche dalle aree circostanti e magari dalle vicine spiagge dove è stato attuato il ripascimento. E’ questo circolo vizioso, ben visibile anche da noi, che a Miami ogni anno costringe a costosi ripascimenti delle spiagge con sabbia dragata per non far fuggire via i turisti da spiagge famose.

L’estrazione di aggregati marini ha addirittura cambiato i confini internazionali. In Indonesia dal 2005 ad oggi sono scomparse almeno 24 piccole isole sono scomparsi a causa dell’erosione causata da estrazione illegale di sabbia. La maggior parte di questa sabbia va a finire a  Singapore, che g dagli anni ’60 ha ampliato artificialmente la sua superficie del 22%. Dopo questo pesante prezzo ambientale e territoriale pagato, Indonesia, Malaysia e Vietnam  hanno vietato le esportazioni di sabbia a Singapore, ma questo ha spostato solo il problema in Paesi come la Cambogia.

I conflitti causati da estrazione di sabbia sono stati per la prima volta portato all’attenzione del grande pubblico nel 2013 dal documentario “Sand Wars”, Ma nonostante la crescente rarità della sabbia, Secondo il rapporto “Shifting sand” di Global Witness, negli Usa e negli altri Paesi sviluppati il ​​prezzo della sabbia è rimasto abbastanza stabile, oscillando tra i  4,50 ed i 6,7 dollari a tonnellata 1910 e il 2013. Questo perché la sabbia è ancora molto conveniente, liberamente accessibile e comporta solo i costi di estrazione, quindi non ci sono incentivi per indurre un cambiamento nel suo devastante consumo.

L’Unep sottolinea che è necessario un meccanismo globale per monitorare l’estrazione di sabbia e le sue conseguenze: «Valutazioni d’impatto scientifico e ambientale dovrebbero essere attuate sistematicamente prima di qualsiasi autorizzazione per l’estrazione di sabbia. Altre soluzioni includono l’ottimizzazione delle infrastrutture degli edifici, la sostituzione delle sabbie riciclando il calcestruzzo, utilizzando la cenere dei  rifiuti, la sostituzione del calcestruzzo nelle costruzioni con materiale riciclato». Ma, come per i combustibili fossili e le altre risorse difficilmente rinnovabili, per l’Unep bisognerebbe tassare l’estrazione di sabbia ed aggregati per incentivare l’utilizzo di materiali da costruzione alternativi. Inoltre, il rapporto sottolinea che «c’è un urgente bisogno di regolamentare l’estrazione di sabbia sia nelle acque nazionali e internazionali».

L’Unep conclude che «l’attuazione di un meccanismo di controllo per quanto riguarda l’estrazione ed il commercio globali di aggregati potrebbe (…) portare la questione nell’agenda politica e forse portare ad un quadro internazionale per migliorare la governance estrattiva, dato che l’attuale preoccupazione politica non corrisponde all’urgenza della situazione».