L’Ue rimane il maggior blocco commerciale del mondo

Sfide e opportunità di una reindustrializzazione dell’Unione europea

[17 febbraio 2014]

Secondo la Relazione sulla struttura industriale dell’UE 2013: competere nella catena globale di generazione del valore” presentata oggi dalla Commissione europea «vi sono segnali di parziale ripresa, anche se molti settori non sono ancora tornati ai loro livelli di sviluppo precedenti alla crisi. Il settore manifatturiero è stato colpito dalla crisi più severamente di quello dei servizi: in proporzione al risultato economico globale, la produzione manifatturiera è significativamente calata; vi sono però significative differenze tra settori. Ad esempio, il settore farmaceutico è in costante crescita dall’inizio della crisi finanziaria, mentre le industrie manifatturiere ad alta tecnologia in linea generale non hanno subito lo stesso grado di impatto negativo di altri settori industriali. In parallelo sono in crescita le interconnessioni tra settore manifatturiero e terziario, giacché i prodotti diventano sempre più sofisticati e includono una quota di servizi sempre maggiore».

Nel suo insieme l’Ue rappresenta una parte significativa dei flussi d’investimenti esteri diretti (Ied): circa il 22% degli afflussi e il 30% dei deflussi, ma «sia afflussi che deflussi sono stati duramente colpiti dalla crisi – dice il rapporto – Il fatto che i deflussi interni all’Ue siano calati più drasticamente di quelli del resto del mondo indica che le imprese dell’Ue hanno un’attitudine più positiva riguardo alle opportunità esterne rispetto a quella che hanno riguardo alle opportunità disponibili all’interno dell’Ue».

Comunque l’Ue resta leader mondiale in termini di scambi ed ha un vantaggio comparativo in due terzi delle esportazioni. La Relazione evidenzia che «l’Ue deve sfruttare i propri punti di forza per contribuire a invertire la tendenza che vede il calo della quota dell’industria manifatturiera sul reddito nazionale, che conferma la necessità di agevolare l’internazionalizzazione e l’integrazione delle imprese dell’Ue all’interno di catene globali del valore».

Dopo la crisi finanziaria, già nel 2009,  l’industria manifatturiera europea sembrava essere in ripresa, ma la cosa si è interrotta nel terzo trimestre del 2011 e da allora i tassi di crescita della produzione manifatturiera sono nuovamente calati. Invece, «i dati per il primo e il secondo trimestre del 2013 indicano una lenta ripresa della produzione industriale nell’Ue. Tuttavia i dati più recenti dimostrano la fragilità di questa ripresa, poiché la produzione è nuovamente scesa leggermente nel terzo trimestre del 2013».

Infatti, «i dati sulla produzione manifatturiera dell’Ue evidenziano notevoli differenze tra gli Stati membri», con un deciso recupero in Romania, Polonia, Slovacchia e Paesi baltici che hanno riguadagnato e superato i picchi anteriori alla recessione. Ci sono anche differenze di rilievo tra i diversi settori: «Le industrie che producono beni di consumo come i prodotti alimentari e le bevande, nonché farmaci, dopo l’insorgere della crisi hanno registrato risultati relativamente migliori di altri settori. Inoltre le industrie manifatturiere ad alta tecnologia, in generale, non sono state colpite negativamente alla stregua degli altri settori. Nel complesso, il settore dei servizi è stato colpito meno duramente di quello edilizio, dell’industrie manifatturiera e di quella mineraria».

Aumenta la quota dei servizi sul Pil e questo per il rapporto «è dovuto alla maggiore elasticità della domanda di servizi, che tende a trasferire la domanda finale verso i servizi, giacché con il passare del tempo i redditi crescono. Inoltre il calo dei prezzi relativi di produzione rispetto al prezzo dei servizi – che va fatto risalire alla più marcata crescita della produttività nel settore manifatturiero – tende a ridurre la quota relativa della produzione in termini nominali. Per quanto concerne l’occupazione, lo spostamento settoriale è persino più pronunciato, a causa del fatto che tali servizi sono caratterizzati da una maggiore intensità di manodopera e generalmente da una minora crescita della produttività».

Manifatturiero e servizi sono sempre più interconnessi: «A partire dal 1995 il ricorso ai servizi da parte delle imprese manifatturiere è aumentato in quasi tutti i settori industriali. Il settore manifatturiero sta cambiando, con il passaggio dal predominio numerico degli operatori di macchina e dei lavoratori della catena di montaggio a una struttura basata sempre più sulle professioni del terziario e sui fattori di produzione. Ciò si riflette nell’aumento della quota di lavoratori con occupazioni correlate ai servizi, quali le attività in materia di R&S, progettazione tecnica, programmazione di software, studi di mercato, ricerca di mercato, progettazione organizzativa e formazione nell’assistenza post-vendita, servizi di manutenzione e supporto. Tramite queste correlazioni la crescita della produttività nel settore manifatturiero può ripercuotersi positivamente sul settore dei servizi. Ciò è particolarmente importante in considerazione del fatto che, nel periodo 2001-2010, l’occupazione è aumentata solo nei settori dei servizi. Pertanto un settore manifatturiero forte può contribuire a integrare incrementi della concorrenzialità in altri settori dell’economia».

L’Ue ha ancora un vantaggio comparato in quasi tutti i settori ad esclusione di quello edilizio e di quello dei viaggi. L’economia Usa ha un vantaggio per quanto riguarda servizi finanziari e assicurativi e viaggi; Russia Cina e Giappone sono specializzati in servizi di costruzione, l’India è altamente specializzata in servizi informatici e di informazione; il Brasile presenta un elevato vantaggio comparato rilevato (Vcr) in altri servizi alle imprese.

Il rapporto conferma quel che già sapevamo: la crisi dell’industria manifatturiera dell’Ue è servita a ridurre i costi e ad aumentare la produttività del lavoro, ma evidenzia qualcosa che dovrebbe preoccupare molto l’Italia immobile: «In particolare sono stati i settori ad alta tecnologia il principale motore della crescita. Essi hanno infatti resistito meglio all’impatto negativo della crisi finanziaria, grazie all’aumento della produttività e a una limitata dipendenza energetica. La specializzazione nel settore delle alte tecnologie e delle industrie a bassa intensità energetica è fondamentale per il posizionamento strategico globale delle industrie nella catena del valore. Ciò si traduce in contributi alla crescita complessiva della produttività superiori alla media, e conseguentemente in una crescita del reddito reale. Tuttavia, i dati sulle richieste di brevetti dimostrano che molte industrie ad alta e media tecnologia nell’Ue hanno performance ancora relativamente deboli rispetto all’aggregato mondo e, in particolare, agli Stati Uniti. Questa mancanza di innovazione è una minaccia per i futuri incrementi di produttività». Al contrario, investire in settori ad alta intensità tecnologica e che migliorino la produttività delle risorse – energetiche e materiali –, come la green economy, mantiene la sua valenza di scelta strategica per l’economia nel suo complesso.

I dati sulle esportazioni illustrano, in ogni modo, l’importanza del mercato unico UE a livello mondiale: «Le esportazioni originanti dai paesi Ue-27, compresi gli scambi intra-Ue, rappresentano il 37% delle esportazioni mondiali complessive del 2011, mentre un quarto delle esportazioni mondiali complessive ha avuto luogo all’interno dell’Ue-27: gli scambi tra i paesi dell’Ue hanno rappresentato un quarto degli scambi mondiali di beni manifatturieri nel 2011. A titolo di confronto, gli scambi intraregionali in Asia rappresentano il 17% del commercio mondiale e quelli del Nord America il 4%.

L’Ue è inoltre il maggior blocco commerciale del mondo. Nel 2010 le esportazioni dall’Ue verso i Paesi extra Ue rappresentavano il 16% del commercio mondiale. L’UE vanta anche una larga quota del commercio mondiale di prodotti industriali: le esportazioni originarie nei paesi dell’Ue-27 (compresi gli scambi intra-Ue) rappresentavano il 37% delle esportazioni mondiali complessive del 2011. Nel 2012 le esportazioni dall’Ue, dall’Asia e dal Nord America rappresentavano il 78 % del totale delle esportazioni mondiali di beni».

Se si escludono tessili, carta, macchinari, attrezzature elettriche e metallurgiche, in  tutti i settori manifatturieri, metà o più delle esportazioni dell’Ue vanno verso Paesi a reddito elevato: «L’Ue ha più grandi quote di mercato a livello mondiale in tutti i settori industriali (a livello di 2 cifre) tranne per i computer, tessili, abbigliamento e cuoio (il leader è la Cina). Le maggiori quote di mercato per le industrie manifatturiere dell’Ue sono in stampa e riproduzione di supporti registrati, tabacco, bevande, prodotti farmaceutici, della carta e dei prodotti di carta e dei veicoli a motore».

Se la Cina può contare su vantaggi comparativi sia per i manufatti ad alta tecnologia che per quelli a bassa tecnologia e negli ultimi anni la Cina ha aumentato la quota delle esportazioni di beni a elevata intensità tecnologica, importa gran parte dei componenti dai Paesi sviluppati e «i dati relativi al commercio sotto l’aspetto del valore aggiunto confermano che la quota delle importazioni di fattori di produzione ad alta tecnologia rimane più elevata in Cina che nell’Ue, in particolare per i prodotti ad alta tecnologia».

Il rapporto sottolinea che «la globalizzazione ha frammentato le “catene di valore” delle imprese e ha convinto un numero crescente di esse a dare vita a reti transfrontaliere. Di conseguenza gli scambi, gli investimenti e la produzione mondiale vedono un’organizzazione sempre più articolata in “catene globali del valore” (Cgv). L’internazionalizzazione e l’integrazione delle imprese dell’Ue all’interno di catene globali del valore è un mezzo per accrescerne la competitività e garantire l’accesso ai mercati globali a condizioni concorrenziali più favorevoli».

Ma l’industria ha bisogno di investimenti e se la crescita dei flussi commerciali globali è stata accompagnata da una crescita ancor più sostenuta dei flussi globali di capitali, i flussi  di Ied da e verso l’Ue  sono concentrati nel sistema finanziario e nel settore immobiliare. L’intermediazione finanziaria, le attività immobiliari e finanziarie rappresentano circa tre quarti degli stock di Ied in uscita e circa due terzi di quelli in entrata. E’ la conferma che la rendita, e non la produzione dei beni, è al centro dell’economia finanziaria.  Il rapporto conclude: «I paesi dell’Ue, insieme, rappresentano una percentuale significativa dei flussi di Ied mondiali, ma sia gli afflussi che i deflussi sono stati gravemente colpiti dalla crisi. Infatti nel 2010 nell’UE gli afflussi Ied erano scesi a circa un terzo del livello del 2007, mentre i deflussi erano calati ancor più drasticamente. La maggior quota del calo degli afflussi di Ide nell’Ue è dovuta a un brusco calo dei flussi intra-Ue».