Venerdì 6 febbraio manifestazione di piazza a Firenze e nel resto d’Italia

Toscana, il latte importato dall’estero supera del 360% quello prodotto in loco

Coldiretti: «Il 40% non ha né un nome, né un cognome. Vogliamo sapere cosa diventa»

[4 febbraio 2015]

La Toscana del latte sta lentamente affogando sommersa dalla marea bianca che monta al di fuori dei confini regionali. Mentre per la storica Mukki il futuro è ancora assai nebuloso, a diradare le nebbie che circondano il settore degli allevamenti da latte nel suo complesso ci pensano i numeri diffusi oggi da Coldiretti Toscana, che si fa avanti insieme all’Associazione allevatori italiani.

Stritolati tra i costi della produzione, quelli della burocrazia e la dinamica dei prezzi (dalla stalla alla tavola il prezzo del latte quadruplica, solo il 17% va agli allevatori) sono 600 i piccoli allevamenti specializzati nella produzione del latte che in Toscana hanno chiuso i battenti dal 2003 a oggi, segnando in percentuale un impressionante -71%; solo dal 2013 a oggi sono 2mila le vacche da latte che mancano all’appello, come se se ne fossero macellate al giorno. Allargando lo sguardo al passato remoto, ossia al 1990, si registrano in Toscana 20mila stalle in meno (-206%).

Un trend che potrebbe in parte trovare giustificazione nella tendenza alla marginalizzazione del settore primario (agricoltura e zootecnia) in ogni economia occidentale matura, come lo è certo quella della Toscana. Ma il grande bicchiere del latte regionale si è svuotato anche per un altro, grande e ricorrente motivo: quello della globalizzazione delle merci.

Nell’anno dell’Expo 2015 – snocciolano da Coldiretti – a fare impressione è il fiume di latte importato dall’estero che supera del 360% il latte prodotto in loco dai nostri allevamenti: 230mila tonnellate le importazioni, 68.300 la produzione toscana. E’ il differenziale, tra prodotto ed importazioni, più alto in Italia. ®In Toscana i prodotti entrano stranieri, e penso al latte e ai semilavorati, ma anche all’olio e tanti altri, ed escono italiani. Più latte importato significa provenienza dubbia quando non c’è l’obbligo di origine nell’etichetta del latte, dei formaggi e di tutti i derivati – spiega Tulio Marcelli, presidente Coldiretti Toscana – con il 40% del latte che non ha né un nome, né un cognome. Vogliamo sapere cosa diventa questo latte e quale forma assume».

«La politica delle multinazionali del latte spinge per una omologazione sostituendo il latte locale e territoriale con latte importato. – prosegue Roberto Nocentini, presidente Aia Toscana – tutto questo avviene nell’assoluta mancanza di trasparenza e completamente alle spalle dei consumatori». È un refrain che si ripete, andando a toccare anche i segmenti della produzione primaria toscana, che portano la fama della nostra Regione in ogni parte del globo terracqueo: il vino e l’olio. Soprattutto quest’ultimo, solo l’anno scorso si era trovato nel mezzo di una diatriba lanciata dalle pagine del New York Times, e alla quale proprio gli agricoltori risposero con gli argomenti più solidi, non risparmiando la denuncia dei problemi che caratterizzano il settore.

Adesso che la stessa storia si ripete sul latte, sono ancora gli agricoltori e gli allevatori a rispondere che non conviene piangere su quello versato, ma occorre trovare soluzioni: venerdì 6 febbraio, dalle 9,30, saranno in Piazza della Repubblica, nel cuore del centro di Firenze e in contemporanea in molte altre piazze italiane, per cercare di trovarle in nome del tanto sbandierato Made in Italy.