Dall’Ue approvazione definitiva per la direttiva sui sacchetti di plastica: cosa cambia

[29 aprile 2015]

I sacchetti di plastica leggeri più sottili di 50 micron – ossia la stragrande maggioranza dei sacchetti di plastica utilizzati nell’Ue – sono meno riutilizzabili rispetto ai modelli più spessi e diventano rifiuti più rapidamente. Purtroppo sono ancora moltissimi i cittadini europei che, invece di differenziarli correttamente una volta arrivati a fino ciclo vita, gettano questi shopper senza riguardi: per colpa loro, e non certo della plastica come spesso superficialmente si afferma, questi oggetti quando si disperdono nell’ambiente vanno a inquinare gravemente gli habitat che incontrano, soprattutto i corsi d’acqua e gli ecosistemi acquatici.

Per combattere questo pericolo il Parlamento europeo ha compiuto la sua scelta. Concludendo un percorso iniziato nel 2013, ieri con 590 voti favorevoli gli europarlamentari ha approvato definitivamente la Direttiva che obbliga gli Stati membri a ridurre il consumo di sacchetti in plastica per asporto merci, riconoscendo la libertà di ciascun paese a adottare le proprie strategie di riduzione; l’Italia, in particolare, si muove per una volta d’anticipo avendo già da anni (con in prima linea l’impegno parlamentare di Francesco Ferrante) sancito il divieto di commercializzare i sacchetti non biodegradabili e non compostabili. Quello che l’Europarlamento chiede agli Stati membri è di «adottare misure per ridurre il consumo medio annuo di sacchetti di plastica a 90 sacchetti leggeri per cittadino entro il 2019 e a 40 entro il 2025; oppure, garantire che, entro il 2018, i sacchetti leggeri non siano più forniti ai consumatori a titolo gratuito».

«Questa legislazione – ha detto Margrete Auken (Verdi/ALE, DK), relatrice per il provvedimento – creerà una vera e propria situazione favorevole per tutti. Stiamo parlando di un problema ambientale immenso. Miliardi di sacchetti di plastica finiscono direttamente in natura come rifiuti non trattati. Danneggiano la natura, i pesci, gli uccelli, e dobbiamo fare i conti con tutto ciò, dopo che il Parlamento ha accettato la proposta di raccomandazione per la seconda lettura che conferma l’accordo raggiunto con il Consiglio dei ministri nel novembre dello scorso anno. La Commissione europea ha detto che i paesi dovrebbero affrontare la questione da soli, ma in realtà non lo stanno facendo! Si potrebbero risparmiare 740 milioni di euro l’anno, secondo i calcoli della Commissione».

Adesso che l’ultimo scoglio del voto europeo è superato, l’auspicio è che si passi finalmente a un nuovo esercizio di realismo: il mondo, del resto, è tutto attaccato. Si prenda l’esempio italiano: da una parte il divieto di commercializzazione degli shopper tradizionali, per quanto non sempre applicato sul territorio, ha permesso all’Italia di anticipare i competitor favorendo le condizioni utili alla creazione di aziende leader mondiali nelle bioplastiche, e la realizzazioni di centri d’eccellenza come Porto Torres. Dall’altra, come noto non è affatto raro trovare shopper compostabili conferiti erroneamente dai cittadini nella raccolta differenziata per il riciclo della plastica, pregiudicando così non una ma ben due possibilità di recupero di materia. Insieme alle leggi (e alla loro approvazione) non si può prescindere dalla buona comunicazione, per creare un humus culturale nei cittadini pronto ad accogliere l’innovazione. Altrimenti, il pregio maggiore degli shopper biodegradabili rischia di essere solo la loro ridotta permanenza negli habitat naturali, una volta gettati nell’ambiente come i tradizionali, banditi sacchetti di plastica.