Destinazione Africa. Dopo il summit Usa riparte la caccia alle risorse con gli europei?

Ma gli africani non si fidano più dei “benefattori” occidentali

[7 agosto 2014]

Si è concluso a Washington l’U.S.-Africa Leaders Summit, ma la stampa africana non sembra ottimista; Radio France Internationali (Rfi) fa un po’ perfidamente notare come questo «contrasti con le numerose foto dei Capi di Stato tutti sorrisi in compagnia di Barack Obama o di John Kerry», come nel caso del discusso ed eterno presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré, con il quale Kerry si è complimentato per i suoi sforzi per la pace nel Sahel. Ma proprio il quotidiano burkinabè Le Pays scrive che «l’Africa deve convincersi che non spetta agli altri realizzare il suo benessere al posto suo». Le Pays avverte: «Barack Obama vuole prima di tutto difendere gli interessi economici del suo Paese. I predatori della democrazia non si sono fatti pregare per accorrere a Washington, (…) gli africani non si illudano».

Intervistato da Guinée Conakry Info, Achille Mbembé, un camerunense che insegna all’università sudafricana di  Witwaterstrand, ha detto che «L’Africa deve trovare da sola le soluzioni. L’Africa deve ridiventare il suo centro. Deve ricostruire un vasto spazio di circolazione; abolire progressivamente le frontiere ereditate dalla colonizzazione, accogliere nel suo seno le nuove diaspore; mettere in campo proprie forze di intervento rapido; finanziare da sola le sue istituzioni; mettere in atto immensi progetti di sviluppo di infrastrutture sub-regionali; creare delle università e dei centri di formazione comunitari; iniziare e proseguire un ciclo di sviluppo delle energie rinnovabili. L’attuale balcanizzazione non serve ai nostri popoli e impedisce loro di realizzare il loro potenziale nel mondo».

Per il giornale di Kinshasa Congo Rdc) l’Observateur Paalga. «Tutto non si riduce a professare delle belle teorie da un’alta cattedra, anche se è la sala ovale. Bisogna mettersi risolutamente le mani in  tasca per far uscire dalla fossa il continente nero». A dire il vero Obama la mano al portafoglio l’ha messa, visto che ha annunciato 33 miliardi di dollari di finanziamenti Usa in Africa, ma tutto resta all’interno di un “rinnovato” African Growth and Opportunity Act, quell’Agoa che moltissimi africani considerano un accordo neocolonialista. Si tratta  non di sovvenzioni, ma di investimenti pubblici e privati su precisi dossier, 7 miliardi dei quali sono stati sbloccati dall’amministrazione Usa per sviluppare gli scambi commerciali America-Africa. 14 miliardi di dollari dovrebbero venire dai privati, con investimenti statunitensi in settori che vanno dalle banche all’edilizia. I restanti 12 miliardi andranno a finanziare l’iniziativa Power Africa, con l’obiettivo di migliorare l’approvvigionamento elettrico delle famiglie e delle imprese. In realtà si tratta di un programma con investimenti di  Banca Mondiale, imprese private Usa e governo svedese che è ormai dotato di 26 miliardi di dollari che dovrebbero permettere a 60 milioni di famiglie africane di collegarsi entro il 2018 alla rete elettrica. Ma i dubbi che Power Africa riesca davvero a raddoppiare l’accesso all’energia elettrica degli africani sono molti anche tra le 12 agenzia statunitensi guidate da Usaid e che stanno lavorando alla prima fase del progetto in Ghana, Liberia, Nigeria, l’Etiopia, Kenia e Tanzania.

Amadou Sy, della Brookings Institution di Washington è ottimista: «E’ un modello che dà al settore pubblico Americano il ruolo di sherpa del settore private, per far chiarezza, giungere ad una buona stima dei rischi e anche delle soluzioni per offrire garanzie parziali, delle cauzioni per gli investimenti intrapresi da parte delle imprese, il tutto in un numero limitato di Paesi. Quindi, io lo vedo come un laboratorio e, con l’annuncio di 14 miliardi da parte del settore privato, la partenza è piuttosto promettente».

Ma il problema è che bisogna che il progetto funzioni. Secondo Stephen Hayes. Che dirige il Corporate Council on Africa, l’organismo che riunisce le imprese Usa presenti in Africa, «Sono stati identificati i siti delle centrali, ma siamo lontani dall’eseguire il compito.  Identificare I siti e finalizzare I contratti sono due cose differenti. E anche quando avete il contratto, ci vorrà del tempo per costruire le centrali e farle funzionare. Quindi, mi piacerebbe vedere più risultati a partire da secondo anno. Le imprese americane hanno fatto il loro dovere, sono andar te in Africa, ma gli ostacoli vengono soprattutto dal finanziamento, da pate americana per noi imprese è molto difficile avere finanziamenti. Il meccanismo bancario pubblico Ex-Im Bank  in Africa è più rischioso». Ma molti africani pensano che Obama voglia usare Power Africa come un cavallo di Troia per aprire la strada alle imprese americane con contratti lucrosi e per contrastare la penetrazione cinese nel continente e scalzare la presenza neocoloniale francese e britannica. Ma il senatore democratico Chris Coons, a capo della sub-commissione Africa, non vede quale sia il problema: «Permettere alle imprese americane di aver accesso a questi mercati , di creare dei mercati nelle infrastrutture legate all’elettricità, aiuterà i Paesi africani. Svilupperà il settore industriale in Africa, ma anche i servizi sanitari. I servizi educativi, che hanno bisogno di elettricità, Aumentare l’accesso all’elettricità aiuterà l’Africa e gli Africani. Barack Obama non ha niente di cui vergognarsi: è del tutto appropriato che gli Usa aiutino le imprese americane a procurarsi delle opportunità in Africa. E’ quel che fanno i nostri concorrenti e, finché lo sui fa in maniera equa e giusta, come nel nostro caso, è qualcosa che penso possa aiutare sia gli Stati Uniti che l’Africa». Sarà, ma allora perché dopo le parole di Coons sembra di sentir risuonare una musica che è un misto di “faccetta nera”, “la Marsigliese”, “Dio salvi la regina” e “L’Oriente è rosso”?

Anche il presidente tunisino Moncef Marzouki ha espresso qualche dubbio e i Paesi Africani ci hanno guadagnato poco e nulla con l’Agoa rinnovato a Washington, che interessa un numero limitato di prodotti e, guarda caso, essenzialmente idrocarburi. A fare la parte del leone nell’Agoa sono Sudafrica, Nigeria ed Angola, ma insieme tutti i 54 Paesi africani attirano l’1% degli investimenti americani ed hanno con gli Usa scambi commerciali che equivalgono appena a quelli che gli Statunitensi hanno con il solo Brasile.

Non a caso Obama al summit Usa-Africa ha evitato di parlare di buona governane e diritti umani, anche se Kerry ha detto che gli Usa sono a favore dell’alternanza al potere fra gli educati applausi dei molti dei dinosauri che governano l’Arica, mentre il vicepresidente Usa  Joe Biden ha paragonato la corruzione ad un cancro che allontana gli investimenti e impedisce lo sviluppo di fronte a una platea composta in buona parte da cleptomani che fanno buoni affari con la Cina che non dà loro lezioni.

Anche alcuni Capi di Stato e di governo africani presenti a Washington sono coscienti dell’immagine negativa che fornisce la politica africana, ma il presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, non ha trovato di meglio che prendersela con la stampa «Che copre solo le crisi nell’attualità sul continente». Invece il tunisino Marzouki e il presidente del Senegal Macki Sall sono rimasti delusi dalla scarsa conoscenza dell’Africa dimostrata dai loro interlocutori americani ed hanno ricordato che «Il continente conta 54 Paesi, che ciascuno presenta delle caratteristiche molto diverse.  La crisi attuale in Libia o l’epidemia di febbre Ebola non possono rappresentare l’immagine di tutto il continente»

Intanto, proprio mentre terminava il summit Usa-Africa, la Commissione europea ha dato il via alla prima fase di un nuovo “Programma Panafricano”, riguardante lo sviluppo e la cooperazione, che dovrebbe favorire il processo di integrazione dell’Africa a livello continentale. L’Ue ha deciso di finanziare con 415 milioni di euro una serie di progetti da attuare entro il 2017.

Il programma panafricano era stato annunciato ad aprile al summit Ue-Africa di Bruxelles ed è dotato di un finanziamento da 845 milioni per il periodo 2014-2020, con l’obiettivo principale di accrescere la mobilità ed a migliorare gli scambi commerciali in tutta l’Africa, permettendo ai due continenti «Di affrontare meglio le sfide transnazionali e mondiali come la migrazione e la mobilità, il cambiamento climatico o la sicurezza».

La prima fase lanciata ieri prevede interventi in ’agricoltura sostenibile, ’ambiente, insegnamento superiore, governance, infrastrutture, migrazioni e tecnologie dell’informazione e della comunicazione e nella ricerca e innovazione.

Con un occhio a Washington, il presidente uscente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, ha detto che «Le sfide alle quali siamo di fronte superano oggi le nostre frontiere nazionali. Questo è vero sia in Europa che in Africa che dappertutto. E’ per questo che ho proposto di creare un programma panafricano, per trovare delle soluzioni a livello regionale e continentale e sostenere il processo di integrazione africana, nella quale l’Unione africana svolge un ruolo centrale. Oggi l’alleanza tra l’’Africa e l’Europa si dimostra più indispensabile che mai. Questo programma la consoliderà ulteriormente».

Il commissario Ue allo sviluppo, Piebalgs, ha aggiunto: «Questo è soprattutto un programma innovatore  che permetterà all’Ue di stabilire un legame tra le azioni di cooperazione che conduce con l’Africa del Nord, l’Africa del Sud e l’Africa subsahariana, ci aiuterà così ad assicurare una migliore coerenza delle politiche per lo sviluppo, creando delle sinergie tra la cooperazione e lo sviluppo ed altre politiche dell’Ue».

Se i milioni di euro messi sul tavolo dall’Ue possono sembrare poco di fronte ai miliardi di dollari di finanziamenti promessi dagli americani, la vecchia Europa ha dalla sua anche gli investimenti diretti in  Africa delle ex potenze coloniali e la rete di rapporti politici ed economici neo-coloniali che rendono gli europei sicuramente più esperti di cose africane degli americani e più addentro alle segrete cose delle corti delle dittature e delle neo-democrazie africane..

Se la guerra politico-commerciale tra Usa e Ue per le risorse africane è già cominciata da tempo, il summit di Washington servirà sicuramente a dargli nuovo vigore… e c’è da giurare che cinesi, brasiliani, indiani, russi e sudafricani non staranno a guardare.