Le mani della mafia sull’ambiente toscano, secondo la Normale di Pisa

Presentato oggi in Regione il primo rapporto annuale sulla criminalità organizzata curato dalla celebre Scuola

[11 dicembre 2017]

Non esistono regioni sul territorio nazionale immuni da mafia e corruzione, e la Toscana non fa eccezione: lo conferma la Scuola Normale di Pisa, in un rapporto commissionato dalla Regione e presentato oggi dal presidente Enrico Rossi insieme all’assessore Vittorio Bugli. All’interno del Primo rapporto sui fenomeni di criminalità organizzata e corruzione in Toscana emerge però che la presenza della mafia in Toscana non è sempre palese. Tutto il contrario, dato che «la Toscana mostra una sensibile diminuzione nel numero di denunce per 416bis (associazione di tipo mafioso, ndr) negli ultimi 15 anni». A crescere dagli anni ’90 ad oggi sono semmai le denunce per associazione a delinquere, a testimonianza «di una presenza in regione di mercati illeciti ben organizzati e strutturati», che in Toscana vogliono sia far affari sia reinvestire il frutto di attività consumate altrove. Come?

La Normale spiega che «il settore immobiliare, insieme a quello finanziario, resta il principale canale di investimento e riciclaggio delle mafie storiche», come mostrano anche i dati (Anbsc) sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, raccolti durante la stesura del report: dei 392 beni censiti sul territorio toscano «l’11% sono aziende, mentre il rimanente 89% sono beni immobili». La mafia però ha molti interessi, e alcuni di questi impattano direttamente su settori che possiamo definire (anche) ambientali: è il caso ad esempio del caporalato e lavoro irregolare, con la Maremma e il Senese più esposti di altri territori, ma anche il traffico illecito di rifiuti. Un tema, quest’ultimo, cui la Normale ha dedicato un capitolo a parte all’interno del proprio rapporto, anticipando che presto «verrà dedicato un focus di indagine specifico su questo settore».

Nel frattempo, la Normale ricorda che la «Toscana per diverse ragioni si posiziona tra le prime regioni in Italia per fenomeni di criminalità ambientale secondo le statistiche raccolte e rielaborate da Legambiente ogni anno», ed è dunque utile tornare a dargli un’occhiata. Nel dossier Ecomafia 2017, Legambiente individua 25.302 “illegalità ambientali” nel 2016, valore molto simile a quello già censito un decennio fa (30mila, nel 2007) e pari al 6,8% del dato nazionale; per quanto riguarda in particolare gli illeciti legati al ciclo dei rifiuti riportati da Legambiente sono 324 le infrazioni accertate (il 5,7% del dato nazionale) con 431 denunce, 99 sequestri ma 0 arresti. Illegalità impunite dunque?

No, semplicemente illegalità presunte in molti casi, ancora da accertare al di là del clamore mediatico. Andando ad osservare «i principali eventi di criminalità organizzata e di eventi-spia emersi nel corso del 2016 in Toscana» riportati dalla Normale ad esempio, spiccano capitoli che hanno a che fare con le “illegalità ambientali” – come alla voce “fanghi tossici nei campi di grano e pulper incenerito illecitamente” o a quella “incendio discarica del Cassero a Casalguidi” – ma gli «eventi qui presentati si riferiscono a procedimenti in corso. L’accertamento delle effettive responsabilità dei soggetti coinvolti è ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria», come sottolineano dalla Normale.

Un reato – “ambientale” o meno – è tale quand’è accertato dal sistema giudiziario. Nel frattempo, gli indizi raccolti dalla Normale aiutano però a capire quali sono le vulnerabilità che espongono l’ambiente toscano ai presunti appetiti della mafia, proponendo «molteplici» ragioni: le «caratteristiche specifiche delle principali attività produttive presenti sul territorio», dove i rifiuti speciali prodotti sono 10,1 milioni di tonnellate nel solo 2016; la presenza nell’economia regionale «di settori a c.d. legalità debole (pensiamo al settore tessile e del confezionamento nell’area vasta-centro)»; senza dimenticare che «il numero di violazioni è anche in funzione dell’efficacia e degli obiettivi delle attività di controllo, nonché della loro frequenza nel tempo. Non è dunque remota l’ipotesi che regioni più virtuose sul fronte dei controlli siano, paradossalmente, anche quelle che infine presentano un numero più elevato di violazioni».

Detto questo, più in generale a favorire gli affari della mafia in Toscana sono «vulnerabilità territoriali e demografiche», «istituzionali e amministrative», «economiche e di accesso al credito». Soffermandosi su queste ultime, dalla Normale osservano che «in un contesto economico in cui i perduranti effetti della crisi degli scorsi anni continuano a condizionare le dinamiche economico-finanziarie e sociali del territorio, lascerebbero, come confermato dall’autorità giudiziaria, spazi di agibilità alle organizzazioni criminali».

In altre parole, dove l’economia sana non riesce a funzionare, si fa spazio a quella malata. Una grande verità all’interno della quale trovano in qualche modo spazio – paradosso tra i paradossi – anche le conseguenze delle inchieste in corso ed ancora lungamente sospese.

Uno spiacevole risvolto di quella sui “fanghi tossici nei campi di grano” (ovvero l’inchiesta Demetra) ad esempio, è che ormai il 100% dei fanghi da depurazione urbana viene esportato fuori Regione, con grandi costi per imprese e cittadini, in quanto all’interno del territorio regionale non si sa più come gestire tali fanghi. O ancora, l’inchiesta su “incendio discarica del Cassero” ha portato al sequestro di tale discarica da ormai quasi un anno, con il conseguente stop alle attività; nel frattempo dal 1 gennaio 2017 a Prato è scattato il nuovo regolamento che impone la deassimilazione degli scarti tessili, estesa nel corso dei mesi all’intero distretto tessile. Ciò significa che le aziende che producono scarti tessili non possono più usufruire del servizio pubblico di raccolta dei rifiuti urbani, ma devono autonomamente affidarsi ad imprese autorizzate allo smaltimento di tali rifiuti: di impianti autorizzati però in Toscana ce ne sono troppo pochi rispetto alle esigenze delle imprese locali, e la chiusura del Cassero ha contribuito al deflagrare della situazione e al moltiplicarsi degli “illeciti ambientali” con l’abbandono di sempre più rifiuti in discariche abusive che punteggiano il territorio. «Il sequestro, ormai da marzo scorso, della discarica del Cassero ha dato il colpo di grazia a un sistema di gestione dei rifiuti fragile fino all’inconsistenza», sostiene al proposito Confindustria Toscana Nord.

Carenza di impianti autorizzati, normativa di settore confusa e contraddittoria, iter giudiziari lunghissimi: tutto questo come impatta sugli “illeciti ambientali” in Toscana? La risposta la si può immaginare, ma sarebbe interessante arrivasse – documentata – da un’autorità come la Normale di Pisa.