Migranti: l’esternalizzazione dell’asilo

L’Unione europea vuole prendere la china scivolosa dell’Australia?

[23 marzo 2015]

Ieri sera Presa Diretta di Riccardo Iacona ci ha mostrato il verminaio, i marcanti di carne umana, lo sporco intrecci tra affari e politica che alimentano l’affare immigrazione sulla pelle dei migranti, un sottobosco al quale fanno riferimento le stesse forze del centro-destra e della destra estrema che, mentre si intascano i contributi e non forniscono servizi, poi i vanno in televisione e nelle piazze a manifestare contro “l’invasione” e a spargere falsità come gli stipendi dati a migranti e richiedenti asilo.  Tutto questo mentre la Libia è definitivamente esplosa, la Tunisia viene attaccata dal terrorismo islamista e i profughi della “Terza Guerra Mondiale” che ha il suo campo di battaglia tra l’Africa e l’Afghanistan passando per il Medio Oriente, gonfia di profughi le sponde del Mediterraneo.

Di fronte a tutto questo l’Unione europea ha avuto la bella idea di “esternalizzare” il trattamento delle domande di asilo in Nord Africa, prendendo esempio dalla non certo umanitaria esperienza dell’Australia.

L’Unione europea e l’Italia vedono con terrore gonfiarsi l’ondata che nel 2014 ha scaricato sulle nostre coste 170.000 profughi (una goccia rispetto a quelli che vivono nei Paesi in via di sviluppo o a quelli arrivati nella piccola Tunisia dalla Libia) che potrebbe trasformarsi in uno tsunami nei prossimi mesi, quando le condizioni meteorologiche più favorevoli e i risultati sanguinosi dei nostri sciagurati interventi in Libia,  Siria/Iraq ed Afghanistan porteranno centinaia di migliaia di disperati a tentare di salvarsi in Europa. Tra questi ci sono migliaia di richiedenti asilo, di perseguitati dalle dittature, di persone alle quali lo Stato Islamico, Boko Haram o i governi che avrebbero dovuto proteggerli hanno terminato le famiglie, imprigionato i fratelli, torturato loro ed i loro amici.

Una situazione che fa paura – sulle quale lucrano le destre – e che è particolarmente delicata ai confini marittimi dell’Unione europea, tra l’Italia e la Grecia. Per questo, sulle ali della nostalgia dei bei tempi andati di Mubarak, Ben Alì e Gheddafi,  sta riprendendo piede l a vecchia proposta  di controllare le richieste di asilo dei migranti al di fuori dell’Unione europea.

A Fine febbraio il ministro degli interni tedesco, Thomas de Maiziere, ha detto che bisognerebbe mettere in piedi centri di transito in Africa del Nord e poi ha rifatto qualche giorno fa la stessa proposta al vertice dei ministri degli interni dell’Ue. Poi il commissario europea per le  migrazioni e gli affari interni, il greco Dimitris Avramopoulos ha detto che andrà in Egitto, Tunisia e Marocco «Per creare una zona nella regione» per combattere il contrabbando e l’immigrazione clandestina, mentre il nostro ministro degli interni, Angelino Alfano, ha assicurato che «Si tratta di una missione umanitaria che permetterebbe all’Europa di filtrare [gli ingressi] e di smantellare un immenso traffico di esseri umani».

Come spiega Irin, l’agenzia stampa umanitaria dell’Onu, «La proposta viene presentata come una maniera per ridurre il flusso di migranti e di richiedenti asilo che rischiano la vita per raggiungere l’Europa, offrendo loro di richiedere un visto o di depositare una richiesta di asilo in maniera legale nei Paesi di transito o di origine».   Tutto bene? Non proprio, a partire dall’iniziativa che viene presa ad esempio, quella dell’Australia che ha esternalizzato il trattamento delle richieste di asilo con l’intento dichiarato s di esaminarle in «Nel quadro di un processo di ripartizione giusto», ma, come spiega Irin, «Questo sistema attualmente serve apertamente a dissuadere i migranti ed i rifugiati a recarsi in Australia».  Così i centri di transito extraterritoriali creati dall’Australia da oltre 10 anni servono a trasferire i richiedenti asilo intercettati nelle remote a Nauru e nell’isola di Manus in Papua Nuova Guinea dove trovano vere e proprie galere tropicali, con violazioni dei diritti umani che possono far rimpiangere quelle dei Paesi dai quali i profughi sono fuggiti.

L’Australia ignora i richiami dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) che la accusa di violare la Convenzione sui rifugiati del 1951 sul diritto di asilo ed anzi il governo di centro-destra di Canberra ha recentemente eliminato questi fastidiosi obblighi dalla sua legislazione sull’immigrazione.

L’Australia sta mettendo – in maniera più soft – in atto il sogno dei vari Calderoli e Salvini: dalla fine del  2013 ha lanciato un’operazione militare che intercetta quasi tutte le imbarcazioni cariche di migranti provenienti dall’Indonesia. Quelli che vengono detenuti a Nauru e Manus ed ai quali viene poi riconosciuto lo Status di rifugiato – quasi sempre afghani, siriani e gente che fugge da altre dittature e guerre – non possono andare in Australia ma possono andare nella poverissima Papua Nuova Guinea, nella piccolissima Nauru ormai priva di qualsiasi risorsa e che ha trasformato i migranti in un business, o in Cambogia, un Paese retto da un governo autoritario e corrotto dal quale scappano diversi dissidenti politici.

Melissa Phillips, un’esperta di migrazioni dell’università di Melbourne, avverte gli europei «E’ diventata  una politica del “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Se seguite la stessa logica della politica australiana, vi mettete su un terreno scivoloso»

Per ora L’Europa non sembra voler seguire l’esempio dell’Australia, cioè intercettare le imbarcazioni ed inviare i migranti in Paesi terzi (quali?) per metterli in lager dove esaminar le richieste di asilo (quelli ce li abbiamo già in Italia…), ma è indubitabile che la pressione di una parte dell’opinione sempre più disinformata dalla propaganda xenofoba – che sta crescendo anche politicamente – sta indicendo i governi di diversi Paesi a rafforzare le misure di “detenzione” ed a rafforzare i controlli alle frontiere, cosa particolarmente difficile se la frontiera è liquida, a meno di non pensare che un blocco navale come quello proposto da Salvini possa davvero fermare le centinaia di migliaia di profughi che si trovano staggi della guerra civile in Libia.

Il problema dell’Europa, come dimostra anche il recente rapporto Eurostat, è che ogni Paese ha le sue priorità ed i propri obiettivi in materia di migrazione ed un sistema di esame delle domande di asilo nei Paesi extra-Ue dovrebbe passare da un accordo tra gli Stati membri sulla ripartizione delle quote dei rifugiati riconosciuti nell’Ue. Dato che, nonostante tutte le chiacchiere e gli impegni, una politica comunitaria sull’asilo resta un’utopia e che perfino l’accoglienza dei rifugiati di guerra siriani è estremamente differente a seconda degli Stati Ue, sembra poco probabile che i governi europei arrivino ad un accordo.

L’indagine Irin fa notare un altro aspetto che scompare nelle “assicurazioni” governative e nella propaganda leghista/fascista: «La messa in campo  di centri di transito extraterritoriali presenta altre difficoltà pratiche, a cominciare dalla determinazione della loro collocazione. La maggioranza delle barche che l’anno scorso hanno fatto la traversata venivano dalla Libia. Sarebbe quindi logico installare lì questi centri di transito. Solo che la Libia è in preda ad un violento  conflitto che ha poche possibilità di essere risolto presto. A giudicare dalle dichiarazioni del Commissario europeo agli affari interni, la Tunisia, l’Egitto ed il Marocco sono dei potenziali candidati, ma i precedenti di questi tre Paesi in materia di diritti dell’uomo sono piuttosto preoccupanti. L’Ue come potrebbe  garantire che i Paesi ospitanti i centri di transito li gestiscano conformemente alla legislazione europea ed internazionale relativa ai rifugiati ed ai diritti dell’uomo?»

La legittimità di questa politica dovrebbe essere approvata dall’Unhcr e dipenderebbe in gran parte dall’aiuto tecnico che l’Agenzia Onu potrebbe e vorrebbe dare. Il portavoce Unchr, William Spindler, ha detto all’Irin: «Anche se l’Unhcr non esclude la possibilità di un accoglimento dei richiedenti asilo in un Paese terzo sulla base di un accordo multilaterale, in circostanze eccezionali e soggette a garanzie adeguate, la posizione dell’Unhcr è che i richiedenti asilo devono vedere la loro domanda trattata sul territorio dello Stato nel quale arrivano. L’Unhcr propone l’attuazione di alter vie legali per le persone in cerca di protezione internazionale in Europa, quali dei programmi di rilascio di visti umanitari, la riunificazione delle famiglie allargate e l’aumento e la migliore ripartizione tra gli Stati membri dei siti dei posti di reinsediamento».
Tornando ai centri di rilascio dei permessi dei richiedenti asilo nei Paesi terzi, sul suo blog, Nando Sigona, un ricercatore che si occupa di migrazioni per l’università di Birmingham, ha fatto recentemente notare che «Delle proposte come quelle sono più facili da redigere che da applicare necessitano di un grosso trasferimento di risorse finanziarie ed umane. E’ da più di un decennio che queste proposte che sostengono l’esternalizzazione del trattamento delle richieste di asilo sono sul tavolo, ma non hanno mai raggiunto completamente la via di una loro attuazione».

E’ però evidente che l’esplosione della guerra e del terrorismo nella costa sud del mediterraneo dopo lo sciagurato intervento Nato in Libia e le primavere arabe in Tunisia, sfociate in una giovane e debole democrazia a Tunisi e in un regime autoritario al Cairo che attizza lo scontro in Libia, stanno facendo il gioco delle destre xenofobe sulla costa nord del Mediterraneo, spingendo i governi a cercare soluzioni miracolistiche da dare in pasto all’opinione pubblica, «In questo caso . conclude Irin – resta da vedere se l’Europa eviterà la china scivolosa presa dall’Australia». Ma ci pare che gli sciatori, padani e nazional-nazionalisti ed eterni slalomisti della politica “moderata”, siano in molti e già con ai piedi gli sci del comodo populismo anti-immigrati.