Privatizzare i salvataggi ed esternalizzare il diritto di asilo, oppure ridurre le barriere?

Tragedia dei migranti nel Mediterraneo, che fare?

Nell’Ue solo il 9% del totale dei rifugiati reinsediati nel mondo

[21 aprile 2015]

Le due tragedie del mare al largo di Malta e dell’Italia e della Grecia ci avvertono che la migrazione estiva dei disperati (forse un milione), ostaggi dei trafficanti e delle milizie governative ed islamiste sulle coste libiche, è appena iniziata.

Un esodo inarrestabile perché la Guerra sta facendo strage in Siria, in Iraq, in Somalia, nello Yemen ed altrove e la Libia è sprofondata in un caos sanguinoso dopo l’intervento militare occidentale. Eppure le organizzazioni umanitarie avevano da mesi  lanciato l’allarme sulla necessità di un’azione urgente, ma in pochi giorni il numero di morti (accertati) in mare è salito a quasi la metà del triste record di 3.500 vittime del 2014.

L’agenzia stampa umanitari dell’Onu, Irin,  avverte che «La situazione quest’ano è ancora peggior, perché l’aiuto alle imbarcazioni di migranti in difficoltà è stato ridotto. L’operazione di ricerca e salvataggi della Marina italiana Mare Nostrum è stata sospesa nel novembre 2014, dopo aver salvato circa 150.000. Non è stata rimpiazzata da nessuna operazione della stessa capacità e portata geografica».

Una stroncatura senza appello dell’operazione Triton che, secondo l’Unione europea e il governo Alfano/Renzi, avrebbe dovuto essere risolutiva. Ora si parla confusamente di fermare i barconi in porto, ma nessuno spiega come verranno fermati i gommoni di fortuna che partono dalle spiagge o  i panfili come quello schiantatosi ieri sulle coste greche, le navi senza pilota, i pescherecci fantasma… E, come fa notare Irin, «La Commissione europea non ha indicato di aver intenzione di integrare una missione  di ricerca e salvataggio finanziata dall’Unione europea in una nuova politica migratoria che dovrebbe essere resa nota all’inizio di maggio», anche se l’ultima immane ecatombe marina sembra aver convinto i burocrati ed i politici europei a cambiare passo.

Mentre la crisi umanitaria nel Mediterraneo precipita, Irin ha fatto una lista di soluzioni che sono state proposte – e in alcuni casi già messe in atto –  da organizzazioni umanitarie, attivisti e settore privato

Privatizzare le operazioni di salvataggio. La settimana scorsa Medici Senza Frontiere (MSF) ha annunciato una nuova partnership con Migrant Offshore Aid Station (MOAS), un’iniziativa privata con base a Malta, inaugurata l’estate scorsa, che ha salvato 3.000 migranti nello spazio di due mesi con la sua nave da 40 metri , la Phoenix. Grazie a questo partenariato con MSF, l’equipaggio di 20 persone comprenderà due medici e un infermiere che potranno trattare le insolazioni, le disidratazioni e l’ipotermia, ma anche malattie croniche come il diabete. Questa operazione congiunta di salvataggio in mare e di soccorso medico sarà condotta da maggio ad ottobre e coprirà il cosiddetto itinerario  del Mediterraneo centrale, tra l’Italia, Malta e la costa nord della Libia. Dei punti di sbarco saranno determinati dai guardia coste italiani La Phoenix sarà equipaggiata di cibo, di acqua e coperte, così come di battelli pneumatici ultrarapidi e di droni di sorveglianza.

Hernan Del Valle, direttore affari umanitari di MSF Amsterdam, la branca dell’organizzazione che dirige questa iniziativa, ammette: «E’ una goccia nell’oceano, ma speriamo di incoraggiare altre navi a lanciarsi nel salvataggio in mare e spingere l’Unione europea a ritornare sulla sua decisione di sospendere le operazioni di soccorso».

Secondo MSF, l’itinerario del Mediterraneo centrale è il più pericoloso, non solo per i rischi in mare, ma per le violenze estreme che i migranti ed i richiedenti asilo subiscono lungo i viaggi che li portano sulle coste libiche. «Il Sicilia e a Lampedusa – spiega Irin – le équipes mediche di MSF curano spesso dei migranti che hanno subito delle violenze e degli atti di tortura da parte dei loro passeurs». Il direttore del MOAS, Martin Xuereb, è convinto che «MSF sarà essenziale per permetterci di concentrare i nostri sforzi sulle cure mediche post-salvataggio».

Gli imprenditori tedeschi Harald Höppner e Matthias Kuhn hanno organizzato un’iniziativa di salvataggio meno ambiziosa: a partire da età maggio, un’imbarcazione di 21 metri pattuglierà per tre mesi al largo delle coste nord-occidentali della Libia. Höppner e Kuhn hanno finanziato le spese iniziali del progetto, ma sperano di sostenerlo con delle donazioni.

Secondo Jean-François Durieux, direttore del programma diritti dei rifugiati dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario  di  Sanremo, «Iniziative private come queste rappresentano un tentativo innovativo di ovviare alla mancanza di risposta coordinata da parte dell’Ue. Sicuramente non è la soluzione. Con tante piccole imbarcazioni che attraversano il mare, non è un unico battello privato che risolverà il problema. Ma il loro aiuto è estremamente benvenuto. Non c’è nessuna ragione che gli Stati [membri dell’Ue] siano i soli a condurre delle operazioni di salvataggio. Qu, il messaggio importante è che il settore privato ha una grande responsabilità, perché l’obbligo di salvataggio in mare vale per tutte le imbarcazioni. Anche se queste iniziative voglio senza alcun dubbio salvare delle vite, questo non è sufficiente a risolvere il problema. Questa iniziativa attesta un desiderio di mantenere la questione all’ordine del giorno: dimostra che delle persone hanno bisogno di aiuto, che possiamo aiutarle e che gli Stati devono assumersi le loro responsabilità».

Compensare le compagnie di trasporto marittimo. Nel 2014, 800 navi da trasporto hanno deviato dal  loro itinerario per salvare circa 40.000 migranti in mare, principalmente nel Mediterraneo. Durante un meeting organizzato a  marzo a Londra dall’International maritime organization (Imo) sulla migrazione via mare, gli armatori hanno dichiarato di non riuscire a far fronte ai costi ed ai pericoli di queste operazioni  di salvataggio. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) , ormai gli armatori hanno fatto cambiare le rotte alle loro navi per evitare le zone dove rischiano di incrociare l i barconi ed i gommoni dei migranti. A marzo l’Unhcr ha proposto di ricompensare gli armatori private per le eventuali perdite economiche provocate dal salvataggio dei migranti. L’agenzia Onu ricorda che «Un tale meccanismo era stat messo in atto dall’Imo durante l’esodo dal Vietnam negli anni ’80 e potrebbe essere riattivato».

Fare una campagna per più reinsediamenti. Se I programmi di reinsediamento nell’Ue fossero ampliati, i rifugiati avrebbero meno bisogno di imbarcarsi sui barconi dei trafficanti. Irin sottolinea che  il contributo attuale dell’Europa al reinsediamento resta debole: gli Stati membri accolgono solo il 9% del totale dei rifugiati reinsediati nel mondo. Nel 2014, la cifra totale  per tutti gli Stati membri era solo di 7.525 rifugiati reinsediati. La Germania ha tuttavia ammesso 10.000 rifugiati siriani per motivi umanitari. L’Imo e 5 Ong hanno lanciato una campagna esortando l’Europa ad offrire  20.000 posti di reinsediamento all’anno fino al 2020.
Esternalizzare. Per rispondere alla crisi, ameno fino alle ultime tragedie, diversi ministri degli interni dell’Ue hanno proposto di esternalizzare il “filtraggio” ed il trattamento delle richieste di asilo nei Paesi dell’Africa del Nord. Il nostro governo è andato oltre ed ha proposto che il pattugliamento del Mediterraneo venga esternalizzato a Paesi come l’Egitto e la Tunisia. I migranti “beccati” verrebbero sbarcati nei porti di questi Paesi e i clandestini verrebbero rinviati nei loro Paesi di origine. Peccato che tra i profughi “economici” non manchino gli egiziani ed i tunisini e che molti “clandestini” verrebbero rispediti in paesi dove li aspetta la morte, la galera o la completa rovina economica, visto che hanno speso tutto per il loro viaggio della speranza.

Ma secondo l’Italia. Un’iniziativa come questa avrebbe «Un vero effetto dissuasivo e sempre meno migranti sarebbero pronti a mettere la loro vita in pericolo per raggiungere le coste europee». Ma gli esperti di migrazione non sono d’accordo. Ruben Andersson, della London School of Economics, in un articolo scritto per Irin  spiega che «Questo genere di collaborazione con gli Stati africani crea degli incentivi perversi che contribuiscono al maltrattamento degli immigrati, alimentano il  traffico dei migranti e fanno della crisi migratoria una “profezia auto-realizzatrice”».

Ridurre le barriere. I richiedenti asilo ed altri migranti optano sempre più per le traversate marittime, perché le frontiere terrestri sono diventate invalicabili.  Nel 2012, la Grecia ha eretto una recinzione lungo la sua frontiera con la Turchia ed altri Paesi hanno seguito il suo esempio. Nel 2014 anche la Bulgaria ha chiuso la frontiera con la Turchia e la Spagna ha blindato le frontiere di Ceuta et Melilla, le sue enclave sulla costa nord del Marocco.

Inoltre, le guardie di frontiera di diversi Paesi ai confini dell’Ue sono accusate di respingere i migranti e di rifiutare loro l’accesso all’asilo anche quando ne hanno tutto il diritto secondo i trattati internazionali

Numerosi gruppi di difesa dei diritti umani chiedono invece di ridurre i controlli/respingimenti  alle frontiere  e di creare corridoi di accesso umanitari all’Ue – sicuri e legali – e dicono che «Sono le sole soluzioni sostenibili per l’aggravamento della crisi nel Mediterraneo».