Sconfitto in Svizzera il referendum proposto dai Giovani socialisti

Lunga vita alle disuguaglianze: se la democrazia diretta boccia il salario massimo

La debacle alle urne dell’iniziativa 1:12 è una sconfitta anche per l’economia ecologica

[25 novembre 2013]

La colpa della crisi va cercata nell’aumento delle disuguaglianze economiche. Nell’avidità dei gatti grassi, dei banchieri avidi, del manager strapagati, degli speculatori senza più freni inibitori alle loro frenesie. E nel corrispettivo consumismo di un ceto medio sempre più povero, e dunque sempre più indebitato. Con il passare degli anni i primi, il famoso 1%, ha continuato ad arricchirsi alle spalle del 99% reso famoso dal motto dal movimento Occupy Wall Street: ma dategli potere, a quel 99% raggirato, e vedrete che le cose cambieranno. O forse no.

La Confederazione svizzera ha una lunga tradizione di democrazia diretta, e ieri nelle urne si è tenuto lo scontro epocale tra la grande massa dei cittadini e i più ricchi tra loro. Con l’iniziativa popolare 1:12 – Per salari equi, proposta dai Giovani socialisti elvetici (e appoggiata, tra gli altri, dai Verdi) il coltello era dalla parte della maggioranza, che ha deciso di fare harakiri. La formulazione del referendum era semplice: il salario massimo versato da un’impresa non può superare di oltre dodici volte il salario minimo versato dalla stessa impresa. Ma gli svizzeri hanno risposto no, grazie. I manager potranno tranquillamente continuare a incassare in un mese quanto un normale dipendente guadagna in un anno, e anche più.

Il referendum è stato bocciato in tutti i cantoni (dov’è andato più vicino alla vittoria è stato nel Ticino, il Cantone “italiano”). Nonostante una partecipazione eccezionalmente elevata per i canoni svizzeri – è andato al voto il 53,6% degli aventi diritto – il 65% degli elvetici si è espresso a sfavore di un tetto massimo allo stipendio dei manager, e solo il 34,7% ha chiesto il contrario.

Si tratta di un «magnifico autogol» per i Giovani socialisti, affermano adesso i detrattori, puntualizzando non senza ragione «il ripudio delle idee della sinistra sulla politica salariale» in Svizzera. Certo lo stato alpino non è mai stato una fucina di comunisti, ma è stato anch’esso segnato da un grande aumento delle disuguaglianze nello scorrere del tempo: se nel 1984 il rapporto tra lo stipendio minimo e quello massimo era di 1:6, osserva il sindacato Unia, nel 1998 di 1:13, nel 2011 era arrivato in media a 1:43. Eppure, i circa 6 milioni di possibili votanti hanno deciso di salvaguardare le possibilità di guadagno di quella manciata di persone (i promotori del referendum le stimano in 10mila, uomo più uomo meno) che sono i fuori categoria dello stipendio.

La Svizzera brucia così, oltre che un’occasione di uguaglianza, l’opportunità di diventare inconsapevole sperimentatrice di una delle principali istituzioni per un’economia di stato stazionario così come ipotizzata da Herman Daly, uno dei padri fondatori dell’economia ecologica. Secondo l’economista Usa, infatti, porre un tetto massimo al salario e alla ricchezza accumulabili – insieme all’introduzione di un reddito minimo – rappresenta una condizione irrinunciabile per un sistema socioeconomico più sostenibile. Per uno strano scherzo del destino gli svizzeri sembrano destinati ad affossare anche l’obiettivo di un reddito di base, ma la formulazione estrema del referendum (che chiede una paga minima di 4mila franchi svizzeri al mese, più di 3mila euro) fa presagire un’altra facile sconfitta.

Indagando i perché di questa debacle, il socialista svizzero Filippo Rivola osserva amareggiato che i contrari al referendum hanno speso per contrastarlo « cifre enormi: stimiamo almeno 12-15 milioni di franchi contro i nostri 800mila» impiegati per la promozione.

Non può essere però questa una spiegazione sufficiente. L’esito dell’iniziativa 1:12 è piuttosto la testimonianza di una democrazia che non può funzionare solo a colpi di referendum, dove la partecipazione diventa un valore solo insieme a consapevolezza e organizzazione. Ci parla anche della capacità di manipolare l’opinione pubblica da parte delle vere classi dirigenti che coincidono sempre meno (a cominciare dalla Svizzera dei banchieri e dei supermanager alla Marchionne) con la classe politica.

Ma neanche questo basta a motivare l’esito delle urne: il risultato che viene dalla Svizzera – dove il motto della Confederazione, ricordiamo, è «Uno per tutti, tutti per uno» – ci ricorda la complessità psicologica del cittadino, dell’elettore, e infine del consumatore che ancora nessuno ha pienamente compreso. Una complessità meravigliosa che è anche un’arma a doppio taglio che non è in nessuno dei classici libri d’economia, ma con la quale dovremmo prima o poi finalmente iniziare a fare i conti.