Ancora una volta è lo Stato innovatore a farsi carico della ricerca e dello sviluppo

Ebola, al via i primi test per il vaccino ma il genoma del virus muta troppo rapidamente

Per iniziare l’epidemia, confermano i ricercatori, è bastata una singola persona infetta

[29 agosto 2014]

Il National Institutes of Health Usa (Nih) ha annunciato l’avvio nella prossima settimana dei primi test per un vaccino sperimentale contro il virus Ebola che, secondo l’Oms, in Africa Occidentale è già costato la vita a 1.552 persone, una cifra peraltro giudicata molto al di sotto della realtà da Ong come Medici senza Frontiere.

Secondo il Nih, la fase iniziale del tes clinico permetterà di determinare se il vaccino, sviluppato insieme al National Institute of Allergy and Infectious Diseases e al laboratorio farmaceutico  GlaxoSmithKline, provochi una risposta immunitaria adeguata. I test saranno eseguiti nel laboratori Nih del Maryland su 20 in buona salute tra i 18 e i 50 anni, parallelamente il Nih ed un consorzio internazionale del quale fa parte la fondazione Wellcome Trust, testeranno il vaccino Niaid-Gsk su volontari in buona salute in Gran Bretagna  e in Gambia e Mali- il Nih sta anche valutando se fare test del vaccino anche in Nigeria.

Entro l’autunno dovrebbero essere fatti test anche su un altro vaccino sperimentale contro Ebole, quello sviluppato a dall’Agence de la santé publique du Canada.Ancora una volta, dunque, è lo Stato innovatore a farsi carico dello sviluppo di un farmaco altamente innovativo (ma poco remunerativo), e non le imprese private del bio-tech, nonostante la loro retorica.

Questi vaccini si trovano però a fare i conti con quanto scoperto dai ricercatori del Broad Institute e dell’università di Harvard, che hanno appena annunciato di aver sequenziato – in collaborazione con il ministero della Salute della Sierra Leone – il genoma del virus Ebola: il team ha scoperto più di 300 mutazioni genetiche che rendono i genomi dei virus Ebola 2014 distinti dai genomi virali legati alle epidemie precedenti ed a hanno anche trovato variazioni di sequenza che indicano che «l’attuale epidemia è iniziata da una singola introduzione negli esseri umani, poi si è diffusa da persona a persona nel corso di molti mesi».

Scoperte che potrebbero avere importanti implicazioni per test diagnostici rapidi sul campo e i ricercatori sperano che i loro risultati «possano accelerare la comprensione scientifica dell’epidemia ed aiutare gli sforzi globali per contenerla».

I ricercatori hanno sequenziato 99 genomi dei virus Ebola raccolti da 78 pazienti in Sierra Leone durante i primi 24 giorni dello scoppio dell’epidemia, alcuni pazienti hanno contribuito con campioni più di una volta, consentendo ai ricercatori una visione più chiara di come il virus possa mutare in un singolo individuo nel corso dell’infezione. Il team di ricerca spiega ancora: «Le variazioni identificate erano spesso in parti del genoma che codificano le proteine. Alcune delle variazioni rilevate possono influenzare i primer, o punti di partenza per la sintesi del DNA, utilizzato nella reazione a catena della polimerasi (PCR) alla base dei test diagnostici , sottolineando l’importanza della sorveglianza genomica e la necessità di vigilare».

Uno degli autori dello studio pubblicato su Science, Perdis Sabeti del  Broad Institute e professore associato alla Harvard University, ha detto che «mettendo i dati immediatamente a disposizione della comunità, speriamo di accelerare gli sforzi di risposta. Quando abbiamo presentato la nostra prima serie di sequenze di Ebola a giugno, alcuni dei maggiori specialisti epidemici a livello mondiale ci hanno contattato, e molti di loro stanno lavorando attivamente sui dati. Siamo stati onorati e incoraggiati. È necessario un spirito di collaborazione internazionale e multidisciplinare per far luce rapidamente sulla epidemia in corso».

Il focolaio di Ebola nello Zaire del 2014 è senza precedenti sia per la sua estensione sia per la sua comparsa in  zone popolate. I focolai precedenti erano localizzati per lo più in regioni scarsamente popolate dell’Africa centrale, con la maggiore mortalità che si era fermata a 318 casi riportati nel 1976 L’attuale epidemia si è manifestata nell’Africa occidentale, densamente popolata.

Augustine Goba, direttore del Lassa Laboratory al Kenema Government Hospital in Sierra Leone, uno degli autori del primo studio, ha identificato il primo caso dei Ebola in Sierra Leone con diagnosi basate sulla PCR e sottolinea il grande contributo che stanno dando i ricercatori africani: «In Sierra Leone abbiamo stabilito la sorveglianza per Ebola ben prima della diffusione della malattia e cominciammo lo screening retrospettivo per la malattia su campioni già nel gennaio di quest’anno. Questo è stato possibile grazie al nostro lavoro di lunga data per diagnosticare e studiare un’altra malattia mortale, la febbre di Lassa. Così abbiamo potuto identificare i casi e tracciare la diffusione del virus Ebola non appena è arrivato nel nostro Paese».

Il team di ricerca ha aumentato la quantità di dati genomici disponibili sul virus Ebola ed ha utilizzato la tecnica “deep sequencing”, nella quale la sequenza viene ripetuta abbastanza spesso da produrre un’elevata fiducia nei risultati, su tutti i campioni disponibili. Questo ha permesso loro di rilevare molteplici mutazioni che alterano le sequenze proteiche, i potenziali bersagli per la diagnostica e per i futuri vaccini e terapie.

Gli scienziati dicono che «I ceppi di Ebola responsabili dell’attuale epidemia hanno probabilmente un antenato comune, risalente al primo focolaio registrato nel 1976» e hanno anche tracciato il percorso della  trasmissione e relazioni evolutive dei campioni, rivelando che «il lignaggio responsabile dell’attuale focolaio negli ultimi dieci anni diverge dalla versione Middle African del virus ed è stato diffuso dalla Guinea alla Sierra Leone di 12 persone che avevano frequentato lo stesso funerale».

Il team ha catalogato ben 395 mutazioni (più di 340 che contraddistinguono l’attuale epidemia da quelle precedenti, e più di 50 nel focolaio dell’Africa Occidentale) che possono servire come punto di partenza per altri gruppi di ricerca. Stephen Gire, un ricercatore del laboratorio Sabeti al Broad Institute, spiega ancora: «Abbiamo scoperto più di 300 indizi genetici su ciò che distingue questo focolaio dai e focolai precedenti. Anche se non sappiamo se queste differenze sono legate alla gravità dell’attuale epidemia, condividendo questi dati con la comunità della ricerca, speriamo di accelerare la nostra comprensione di questa epidemia e sostenere gli sforzi globali per contenerla»

Sabeti conclude: «Abbiamo davanti ancora una battaglia straordinaria da fare  e abbiamo perso già molti amici e colleghi, come il nostro buon amico e collega Dr. Humarr Khan, un coautore senior di tutto questo. Con la concessione immediata di questi dati alla comunità di ricerca, speriamo di dimostrare che la trasparenza e la partnership sono un modo di onorare l’eredità di Humarr. Siamo tutti insieme in questa lotta».