Enorme sversamento di sostanze chimiche tossiche nella città-fabbrica di Shishi

«Ecco come le fabbriche tessili cinesi inquinano il mare» [PHOTOGALLERY]

Il dossier di Greenpeace riguarda un’area contaminata grande come 50 piscine olimpiche

[9 gennaio 2014]

Greenpeace East Asia documenta un enorme sversamento di acque reflue industriali nerastre in mare, di fronte alla Wubao Dyeing Industrial Zone in Cina, attraverso il dossier “A little story of Monstrous Mess II – Investigation of hazardous chemicals in the wastewater from dyeing facilities in Shishi China”. L’area inquinata direttamente dalla sostanza nerastra è grande più o meno come 50 piscine olimpiche ed è stata facilmente individuata con immagini satellitari. Il pennacchio scuro di acque reflue fuoriesce da una tubazione di scarico sottomarina perpendicolare alla linea di costa. Greenpeace dice che «Il tubo appartiene al depuratore comunale della Wubao Dyeing Industrial Zone – Haitian Environmental Engineering Co. Ltd». Si tratta di un impianto che tratta le acque reflue provenienti da 19 tintorie e fabbriche della città di Shishi, nella provincia del Fujian.

I test effettuati dagli ambientalisti cinesi hanno trovato che due tintorie scaricano sostanze chimiche tossiche come il nonifenolo, un distruttore ormonale, aniline clorurate e antimonio nelle acque reflue scaricate da due di questi impianti di tintura, prima di raggiungere l’impianto di trattamento delle acque reflue. Alcune delle sostanze chimiche trovate nello studio sono le stesse rilevate in alcuni vestiti per bambini realizzati a Shishi. La città/fabbrica di Shishi è uno dei più grandi centri di produzione di abbigliamento per bambini in Cina, oltre il 70% dei suoi prodotti vengono esportati in Medio Oriente, sud-est asiatico ed Africa.

La realizzazione di depuratori comunali lungo la costa non si è rivelata come la salvezza dell’ambiente marino cinese, dato che sostanze chimiche pericolose possono ancora essere presenti nelle acque reflue trattate in concentrazioni notevoli. Molti contaminanti quindi si accumulano nei sedimenti e risalgono la catena alimentare marina, producendo una grave situazione di contaminazione delle acque costiere cinesi.

La violazione delle norme ambientali, spesso con la posa di tubi di scarico abusivi,  è una pratica comune delle industrie che operano sulla costa cinese, Lee Chih An, toxics campaigner di Greenpeace East Asia, sottolinea che «Questo non è un caso isolato. Tra i 435 punti di scarico registrati, nel 2012 in più dei due terzi sono state trovate violazione delle norme ambientali e uno in ogni quattro non ha mai soddisfatto tutte le norme.  In questo caso, il tubo di scarico delle acque reflue comunali è lungo 2,4 km ed è sepolto in fondo al mare, il che dimostra quanto siano disposti ad allontanarsi gli inquinatori per nascondere i loro sporchi segreti».

Greenpeace East Asia dice che «Questa tubazione appartenente alla Wubao Dyeing Industrial Zone è solo la punta dell’iceberg di un problema molto più grande. Ci sono 435 punti di scarico come questo lungo la costa della Cina, che complessivamente rilasciano 32,2 miliardi di tonnellate di acque reflue all’anno. Tra questi, secondo i dati ufficiali della State Ocean Administration della Cina,  il 68% ha dati di scarico illeciti, e il 25% non ha mai rispettato gli standard ambientali nazionali».

L’industria tessile è nota per i suoi processi produttivi ad alta intensità chimica. Anche se è il primo produttore tessile e consumatore di  prodotti chimici al mondo, la Cina ha iniziato solo di recente a stabilire un sistema di regolamentazione delle sostanze chimiche.  La politica sulle sostanze chimiche pericolose, entrato in vigore marzo 2013,  prevede che, entro il 31 gennaio 2014,  le fabbriche registrino gli scarichi e diano tutte le  informazioni sulle sostanze chimiche pericolose che usano.  Ma fino ad ora non c’è stata nessuna informazione pubblica.

Greenpeace chiede al governo cinese di «Applicare  la politica appena promulgata che richiede che le fabbriche che utilizzano e lo scarico di sostanze chimiche pericolose  registrino lo scarico e trasferiscano le  informazioni e divulghino queste informazioni all’opinione pubblica. Chiediamo inoltre alle fabbriche di divulgare le informazioni sullo scarico di sostanze chimiche pericolose discarico e di eliminare passo passo tali sostanze chimiche dalla produzione di vestiti».