Sabato a Roma l’Assemblea nazionale

Ecodem al bivio, Vigni: «Il nostro è un ultimatum al Pd»

Il presidente: «Ci siamo stufati, ma voglio sperare che il partito sappia rifondarsi davvero»

[27 giugno 2013]

Dal 2008, anno di fondazione degli Ecodem, sono passati 5 anni: qual è il bilancio della sua esperienza come presidente?

«Gli Ecodem sono nati con due obiettivi: dare al PD un più forte profilo ecologista, e rinnovare l’ambientalismo, superando ogni logica minoritaria e fondamentalista. In questi anni abbiamo seminato buone idee e cultura politica nel PD. Ci siamo battuti per costruire un moderno ambientalismo capace di far cadere il muro tra ecologia e economia Abbiamo, non senza fatica, spinto il PD a prendere posizioni giuste, come nel referendum sul nucleare. Ma so bene che la nostra scommessa è ancora in larga parte tutta da vincere. Con l’assemblea nazionale dell’associazione vogliamo rilanciare il nostro progetto. Noi avevamo voluto la nascita del PD perché vedevamo che si stava entrando dentro un passaggio d’epoca e serviva un nuovo pensiero politico. Sentivamo che le vecchie carte geografiche non erano più sufficienti per navigare in mezzo alle sfide del nuovo secolo. A 5 anni di distanza, dico che il PD è nato tardi e cresciuto storto. Ma ha ancora la possibilità di essere il perno dell’Italia che verrà. A condizione che con il prossimo congresso avvenga una vera e propria rifondazione. Noi ci saremo, con le nostre idee. A cominciare da quella di un green new deal come unica strada per uscire dalla tempesta perfetta che  nasce dall’intreccio crisi economica e crisi ambientale».

L’ultima vostra iniziativa delle dieci proposte green per contrastare la crisi, per quanto possiamo vedere noi dall’esterno, non sembra essere stata presa in carico dal Pd, meno che mai ora con questa (non so quanto da parte vostra digeribile) “larga intesa” con il Pdl. Anche la scelta di Orlando come ministro dell’ambiente – che sarà presente all’assemblea del 29 giugno “Il futuro dell’Italia ha un cuore verde” – ha lasciato, almeno a noi ma non solo, molti dubbi. E’ così che anche lei vede le cose? E se sì, che spiegazione si è dato?

«E’ vero che Orlando non si era occupato in precedenza di ambiente, ma  in queste prime settimane di lavoro ha dimostrato di saper affrontare bene la sfida. Ciò detto, da un governo con una maggioranza così anomala e dalla vita così incerta non mi aspetto certo la rivoluzione ecologica. Dobbiamo provare, però, a cogliere questa opportunità. Con proposte che riguardano sia le politiche ambientali in senso stretto – dal consumo di suolo al dissesto idrogeologico, fino ai parchi – sia la necessità di imprimere un segno ecologico alle politiche industriali, fiscali, per l’energia, l’agricoltura, i trasporti. Ad esempio il provvedimento per la proroga degli ecobonus per l’efficienza energetica in edilizia – che noi vogliamo rendere permanenti ed estendere alla sicurezza antisimica – va nella direzione giusta, e lo rivendichiamo come un nostro risultato. Facciamo 5 proposte prioritarie. Un piano “Industria 2020”, per una politica industriale integralmente ecologica che promuova ricerca, innovazione, innovazione in tutti i sistemi manifatturieri. Misure di fiscalità ecologica, ad esempio per incentivare il mercato del riciclo. Politiche per i servizi pubblici locali -rifiuti, acqua, trasporti – con investimenti di cui il paese ha grande bisogno (acquedotti, depurazione, impianti per il recupero dei rifiuti). Rivedere la strategia energetica nazionale traducendola in politiche concrete, con un piano per l’efficienza energetica, facendo dell’Italia un paese protagonista dell’impegno per il clima. Infine, investimenti per la difesa del suolo: sugli F35 non voglio fare facile demagogia, ma la migliore difesa per la sicurezza degli italiani non è intanto metterli un po’ di più al riparo da frane e alluvioni, rinunciando a qualche cacciabombardiere?

Nella presentazione del vostro prossimo congresso si legge che «Il paese ha bisogno di un Pd diverso da quello confinato all’angolo da esasperate logiche correntizie che hanno fino ad oggi prodotto degrado nella vita interna del partito, compromesso le libertà individuali e favorito il primato della fedeltà sul merito. Logiche che hanno solo incentivato l’abbandono silenzioso di militanti ed elettori. Noi Ecodem abbiamo sempre rifiutato di essere corrente tra le correnti, pagando però un prezzo altissimo per questa scelta di coerenza, in termini di riconoscimento delle competenze e di rappresentanza. E’ arrivato il momento di dire basta e per questo far sentire forte la nostra voce nel congresso del Pd»: sembra una dichiarazione di guerra.

 

«Si, ci siamo davvero stufati. La domanda è: chi in questo partito è portatore di una cultura politica ma non vuole farsi corrente ha diritto di cittadinanza o no? Vogliamo spazzar via quel degrado correntizio che soffoca il PD o no? Pretendiamo una risposta chiara e fatti concreti. Uso un’espressione che non mi piace, ma ci sono momenti in cui bisogna farsi capire: sì, questo è un ultimatum».

E’ dunque a rischio la vostra permanenza nel Pd nel caso il vostro appello rimanga inascoltato?

«Voglio sperare che il PD sappia rifondarsi davvero. Sbarazzarsi del degrado correntizio per far vivere la pluralità di culture politiche in maniera libera e aperta. E diventare davvero la casa del riformismo del 21° secolo, di cui la cultura ecologista è ingrediente fondamentale. Se non fosse così, sarebbe dura trovare le motivazioni per andare avanti. Ogni limite ha una pazienza, avrebbe detto il grande Totò».

Proprio in questi giorni c’è il congresso anche di Green Italia, questo nuovo movimento politico fondato tra gli altri da Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, che sono tra i fondatori degli Ecodem. Come vi ponete rispetto a questa iniziativa?

«E’ una scelta che rispetto, ma che non condivido. Noi non riteniamo tramontata la possibilità e la necessità di dare al PD un più forte profilo ecologista. Non ci arrendiamo. Siamo tenaci. Perché pensiamo che il PD non sarà il partito riformista del nuovo secolo se non avrà nel cuore le ragioni dell’ambiente e dell’economia verde, senza delegarne ad altri la rappresentanza. E perché se il più grande partito della sinistra italiana non sarà capace di camminare verso questa nuova frontiera sarà un guaio per l’ambiente e un guaio per l’Italia».

Come mai la cultura ambientalista, che pure sembra molto più forte nella società rispetto a qualche anno fa, come dimostrano anche confusamente il comitatismo e lo stesso M5S, non riesce non dico a permeare, ma nemmeno a condizionare il centro-sinistra che pure è il punto di riferimento di gran parte di quell’elettorato?

«C’è un problema acutissimo che riguarda la politica. Un deficit ancora più grave di quello dei bilanci pubblici è il deficit di idee e di visione del futuro che grava sulla politica. Anche sulla sinistra. In tutti i paesi occidentali si assiste da tempo ad una forte crescita di attenzione e di sensibilità attorno ai temi ambientali. Crescono aspirazioni verso stili di vita ecologicamente sostenibili, mentre attorno alla green economy prende corpo una nuova economia, fatta di migliaia di imprese e nuove professioni. E’ un intreccio di valori, interessi, culture, che chiede rappresentanza politica. Mentre le culture politiche più tradizionali fanno fatica a mobilitare speranze, mettere l’ambiente al centro del discorso politico consente invece di proporre un’idea di futuro desiderabile. Per il PD è una sfida ineludibile. Ma anche l’ambientalismo è di fronte ad una prova di maturità. Niente fa più male alle buone ragioni dell’ambiente di un certo ambientalismo minoritario, tanto fondamentalista quanto miope, prigioniero di sindromi nimby e capace solo di dire no a tutto. Attenzione: c’è anche una versione populista dell’ambientalismo: soluzioni semplicistiche a problemi complessi, demagogie che solleticano la pancia ma non risolvono i problemi. Se vogliamo fare dell’ambiente la bussola che guida il cambiamento dell’economia e della società, quella ecologista deve farsi sempre più cultura di governo, capace di unire concretezza e visione del futuro, radicalità e pragmatismo, obiettivi locali e dimensione globale. L’ambientalismo, per vincere, deve saper indicare un progetto di cambiamento credibile, un’idea di futuro che possa avere il consenso della maggioranza delle persone».