I dati presentati oggi al Forum QualEnergia?

Il 53% degli italiani è spaventato dalla disoccupazione tecnologica

Quale via di fuga? Il 74% vede nella green economy la possibilità di creare nuovi posti di lavoro

[29 novembre 2017]

La grancassa della campagna elettorale italiana è pienamente avviata, e i maggiori partiti si sperticano in costose promesse che spaziano dal bonus di 80 euro per le famiglie con figli all’innalzamento della pensione minima per una frazione degli anziani più poveri, ma nessuno sembra voler affrontare un tema che fa sempre più paura: la disoccupazione tecnologica. Secondo il sondaggio elaborato da Lorien Consulting e presentato oggi al X Forum Qualenergia?, il 53% degli italiani si dichiara preoccupato, arrabbiato o spaventato dall’idea che la robotizzazione possa modificare o sostituire molte tipologie di lavori, e minacciato in prima persona.

Il 41% ritiene infatti di poter essere sostituito nel proprio ruolo da computer e robot nei prossimi venti anni; il 29% accorcia il periodo a dieci anni, mentre il 24% crede che ciò possa avvenire nei prossimi cinque anni. Più in generale, il 65% del campione intervistato ritiene che l’automazione sarà in grado nel breve termine di sostituire molte figure professionali, determinando un significativo calo dei posti di lavoro, e solo il 43% crede che tale diminuzione sarà compensata da altre attività lavorative.

Perché di questi temi si discute in un forum ambientalista? Perché se una via di fuga dalla disoccupazione tecnologica c’è, non solo le associazioni ambientaliste ma anche una larga fetta della cittadinanza – così emerge dal sondaggio Lorien – la vede proprio nella green economy. Posti di fronte alla scelta tra salvaguardia dei posti di lavoro o ambiente gli italiani si dividono a metà, eppure (con una delle tante giravolte cui i sondaggi ci hanno ormai abituati) ben il 74% degli intervistati ritiene che l’innovazione ambientale possa creare nuovi posti di lavoro green compensando i posti persi in altri settori.

«L’innovazione tecnologica in campo ambientale e nei settori green rappresenta la risposta migliore alle preoccupazioni degli italiani – commenta la presidente di Legambiente Rossella Muroni – La transazione verso una maggiore automazione del mondo del lavoro va gestita in modo adeguato convertendo le mansioni e i ruoli in chiave moderna e sostenibile. Ma questa rivoluzione inarrestabile è una grandissima occasione di sviluppo sociale ed economico, non solo ambientale. Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Symbola, alla green economy si devono già 2milioni 972mila posti di lavoro in Italia con un trend in forte crescita per il futuro. L’obiettivo allora deve essere quello di perseguire con convinzione la strada dell’innovazione sostenibile e non cercare di opporsi anacronisticamente al progresso, soprattutto se per una volta può essere sostenuto a vantaggio delle future generazioni e del Pianeta».

Non a caso il 77% degli italiani ritiene prioritario investire in formazione e riqualificazione professionale, soprattutto nei campi più innovativi, ma – e questa è una criticità assai familiare per chi si preoccupa di temi “ambientali” come la lotta ai cambiamenti climatici – è necessario riconoscere che siamo di fronte a un gigantesco problema di tempi. L’automazione marcia rapidamente, mentre la formazione spinta ha tempi naturalmente più lunghi. E non è detto che in un Paese come l’Italia, dove circa due terzi della popolazione è ancora oggi stretta nei ranghi dell’analfabetismo funzionale, si riescano a compiere in tempi brevi chissà quali miracoli.

La strada della green economy è da percorrere con rapidità e decisione, anche se non è chiaro quanto le istituzioni nazionali abbiano chiare le convergenze con le dinamiche dell’automazione; dopo un’iniziale interesse, il Piano nazionale Industria 4.0 sembra ad esempio aver lasciato indietro ogni legame con l’economia circolare. E questo è un errore che non possiamo permetterci.

Ugualmente, sarebbe forse più produttivo concentrare le idee della campagna elettorale – anziché su bonus a pioggia – su come riformare per tempo il nostro sistema di welfare per reggere il colpo dell’automazione. Il 54% degli intervistati da Lorien sarebbe d’accordo con l’ipotesi di tassare il lavoro dei robot come il lavoro operaio, e questa è un’idea in campo; altri, come il capo economista della Banca mondiale presagiscono l’era di un “reddito universale”. In Italia, a portare avanti l’idea di un reddito minimo – mascherato sotto al nome di “reddito di cittadinanza” ci sono oggi il M5S con una proposta dal costo pari a 15-17 miliardi di euro l’anno, mentre una pdl a suo tempo avanzata da Sel si spinge fino a 23,5 mld l’anno, pari a circa l’1,44% del Pil nazionale.

Potremmo permettercelo? Dato che la proposta sulle pensioni minime da 1000 euro avanzata da Forza Italia costerebbe 4 miliardi di euro (quanto l’ormai concreta abolizione dell’Imu), il bonus da 80 euro per le famiglie con figli del Pd fino a 10 (a fronte dei circa 9 attualmente spesi per elargire il medesimo bonus ai lavoratori) e – aggiungiamo – attualmente i sussidi ambientalmente negativi erogati dallo Stato italiano ben 16,1 miliardi di euro l’anno, appare evidente come il problema non sia di risorse economiche ma di volontà politica. Lo stesso si può dire a maggior ragione per l’idea del lavoro minimo garantito propugnato dal compianto sociologo Luciano Gallino: peccato che nessuno trovi oggi il coraggio riprenderlo in mano.