70 mila firma per chiedere ad Armani e Primark di rivelare dove vengono prodotti i loro abiti

Sono reticenti a svelare le informazioni sulle loro catene di fornitura e che si sono rifiutati di seguire l'esempio degli altri brand di impegnarsi a rendere più trasparenti le loro filiere

[9 gennaio 2018]

La Campagna abiti puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign – Ccc, ha annunciato che «Circa 70mila persone chiedono ad alcuni fra i maggiori marchi e distributori della moda (Armani, Primark, Urban Outfitters, Forever 21 e Walmart) di fare della trasparenza uno dei loro buoni propositi dell’anno nuovo e rendere pubbliche le informazioni sulle fabbriche che producono i loro abiti».

A gennaio, attivisti in tutta Europa e nel mondo consegneranno ai i marchi coinvolti le firme raccolte con la petizione sulla trasparenza, La consegna delle firme è già programmata in diverse città, tra cui Amsterdam (Primark, Armani), Antwerp (Armani, Urban Outfitters), Brussels (Primark) e Zagabria (Armani). Nelle foto che pubblichiamo la consegna delle firme a Hong Kong,

Alla Ccc spiegano che «La consegna delle firme è l’ultimo passo, in ordine cronologico, della campagna globale #GoTransparent, portata avanti da Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign e International Labor Rights Forum. Con questa campagna le organizzazioni hanno fissato uno standard minimo di trasparenza per il settore tessile, l’Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzatureconvincendo 17 marchi ad impegnarsi a pubblicare le informazioni sulle fabbriche da cui si riforniscono, compresi indirizzi e numeri di lavoratori impiegati».

L’attuale slancio verso la trasparenza della catena di approvvigionamento è ripreso da importanti iniziative internazionali, come la mozione prodotta dal Parlamento Europeo in Aprile 2017, l’Iniziativa faro nell’industria dell’abbigliamento, che richiede catene di approvvigionamento trasparenti e due diligence. Sempre nell’aprile 2017, 79 organizzazioni europee della società civile hanno rivolto un appello alla Commissione Europea. Inoltre, i marchi di calzature erano già stati sollecitati a mostrare maggiore trasparenza attraverso una petizione di Change Your Shoes, iniziativa promossa da diverse organizzazioni per i diritti dei lavoratori in Europa e in Asia

La campagna #GoTransparent prendeva di mira soprattutto 5 marchi, Armani, Primark, Urban Outfitters, Forever 21 e Walmart, «considerati tra i più reticenti a svelare le informazioni sulle loro catene di fornitura e che si sono rifiutati di seguire l’esempio degli altri brand di impegnarsi a rendere più trasparenti le loro filiere».

Le Ong che hanno promosso la raccolta di firme dicono che «Le informazioni richieste dall’Iniziativa per la Trasparenza sono fondamentali per i lavoratori e gli attivisti per poter allertare i marchi di eventuali violazioni dei diritti lungo la catena di fornitura. Si potrebbero, ad esempio, evitare scene drammatiche come quelle seguite al crollo del Rana Plaza, quando attivisti e lavoratori rischiando la propria vita sono dovuti rientrare tra le macerie per cercare le etichette dei marchi responsabili».

La Campagna abiti puliti evidenzia che «Tra l’altro questi cinque marchi sembrano non essere al passo con i tempi: già dieci anni fa, alcune università negli Stati Uniti avevano iniziato a richiedere maggiore trasparenza alle aziende che producevano le loro divise. Più recentemente, molti marchi internazionali hanno iniziato a fare passi avanti in questo senso. Altri nel 2017 hanno deciso di passare dalla mancanza totale di trasparenza al pieno rispetto delle richieste contenute nell’Iniziativa (tra questi Asics, Asos, Clarks, New Look, Next e i Pentland Brands). Asos, dopo aver aderito, ha dichiarato: “Tutte le strade portano alla trasparenza. Se le nostre pratiche nel settore della moda non sono abbastanza buone da poterle raccontare ai nostri consumatori, allora semplicemente non sono buone a sufficienza”».

La coalizione che ha lanciato l’iniziativa per la Trasparenza è composta da Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign, International Corporate Accountability Roundtable, International Labour Rights Forum, Workers Rights Consortium, Maquila Solidarity Network, IndustriALL Global Union, UNI Global Union International Trade Union Confederation. La coalizione di organizzazioni per i diritti umani, del lavoro e i sindacati che hanno promosso l’iniziativa sta attualmente verificando le risposte dei marchi e il rispetto degli impegni assunti

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti fa notare che «Qualsiasi marchio si rifiuti di condividere informazioni sulla propria catena di fornitura dovrebbe far scattare un allarme rosso nei consumatori e in tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani. Che cosa c’è da nascondere? Le imprese committenti conoscono la provenienza dei loro prodotti e monitorano le loro catene di fornitura? Se i marchi stanno realmente compiendo passi avanti verso la trasparenza, dovrebbero essere desiderosi di comunicarlo ai propri consumatori«.

Di questi temi si discuterà a Firenze il 10 gennaio dalle 9.30 alle 14 durante l’evento “La filiera trasparente nel settore della moda” promosso dalla Campagna Abiti Puliti e da Filctem Cgil, con il patrocinio della Regione Toscana. Oltre agli organizzatori, parteciperanno alla discussione rappresentanti dell’industria del settore e delle istituzioni.