L’attività estrattiva a rischio raddoppio in 15 anni. L’Italia come si muove?

A Davos il World resources forum: la via dell’economia circolare alla produttività

Obiettivo, riunire i decisori internazionali per raggiungere un uso sostenibile delle risorse naturali

[13 ottobre 2015]

risorse nati 2010

Nella dorata cornice svizzera di Davos, nota in tutto il mondo per ospitare il World economic forum, quest’anno si sta svolgendo sottotraccia un meeting internazionale che non a caso ne riprende sonorità e luoghi: il World resources forum, il Forum mondiale delle risorse (naturali), quest’anno dedicato al tema “accelerare la produttività delle risorse adottando l’economia circolare”. Un ciclo d’incontri che prende avvio dal 2009 con l’impegno dell’Istituto di ricerca dei materiali elvetico Empa e altri importanti istituti di ricerca, che insieme sono riusciti a concentrare in un’unica kermesse un crescente numero di scienziati, leader politici e imprenditoriali, ong. L’anno scorso, il World resources forum – il primo a riunirsi in America latina, ad Arequipa (Perù) – ha prodotto importanti osservazioni unendo innovazione, competitività ed efficienza nell’uso delle risorse.

Uno strano destino incrocia però il World economic forum e il suo omologo cugino incentrato sulle risorse naturali. Al primo è garantita attenzione (mediatica e non solo) di portata planetaria, mentre il secondo fatica ancora a scrollarsi di dosso l’etichetta di un evento di nicchia. Eppure, com’è ovvio, l’economia non è fatta di numeri. Sviluppo industriale e tecnologico non sarebbero possibili senza una base di risorse naturali cui attingere; il vero problema è che questa base in primis sta diventando sempre più sottile.

Le risorse minerali sulle quali abbiamo fondato l’ascesa della civiltà industriale si stanno esaurendo, a causa della nostra vorace attività estrattiva. Quanto dureranno ancora è difficile stimarlo con esattezza, grazie all’apporto del progresso tecnologico (ma l’infografica a lato, elaborata dalla rete fiamminga Plan C per la gestione sostenibile delle risorse, restituisce una dimensione palpabile del problema). Quel che è certo è che il tasso di utilizzo che abbiamo mantenuto fino ad oggi non è più sostenibile.

Come ricordano dal World resources forum, nel quale siedono istituzioni come la Ellen MacArthur Foundation o l’International resource panel dell’Onu (co-presieduto dall’ex commissario Ue all’Ambiente Janez Potočnik), l’estrazione globale delle risorse è cresciuta più o meno costantemente negli ultimi 25 anni. Dalle 40 miliardi di tonnellate del 1980 siamo passati a 58 miliardi di tonnellate nel 2005, con un tasso di crescita aggregata del 45%. Disaggregando i dati sulle estrazioni su base regionale, si nota come i paesi in rapida via di industrializzazione abbiano oggi la parte del leone: se l’estrazione di risorse naturali da parte della Cina è aumentata del 150% in 25 anni, quella dell’Europa del 3%. Attenzione, però: questo è stato possibile non solo grazie a una tecnologia più evoluta, ma soprattutto perché l’Europa continua ad importare la quasi totalità delle proprie risorse minerarie.

Allargando l’orizzonte, è inoltre possibile osservare come dal 1900 a oggi l’utilizzo umano delle risorse naturali sia decuplicato, e secondo l’Agenzia europea per l’ambiente è oggi indirizzato a raddoppiare nuovamente in 15 anni.

Si tratta di dati noti, ma non di proiezioni ineluttabili. «Il World resources forum riunisce i decisori internazionali per il raggiungimento di un uso sostenibile delle risorse naturali in tutto il mondo», ha dichiarato al proposito Harry Lehmann, capo della divisione “pianificazione ambientale e strategie sostenibili” dell’Agenzia federale tedesca per l’ambiente. Il momento storico, che vede i prezzi delle commodity ai minimi sui mercati, è quello giusto per introdurre cambiamenti di larga portata.

Un appuntamento cui l’Italia rischia di arrivare impreparata. Secondo le ultime rilevazioni la produttività media delle risorse nel Paese arriva a 2,3 euro/kg – ossia una performance migliore rispetto alla media europea –, ma questo non ci giustifica a indugiare sugli allori. Il nostro Paese ha saputo in passato far di necessità virtù: siamo la seconda potenza industriale del Vecchio continente anche grazie all’efficienza con la quale utilizziamo le risorse minerali, che importiamo abbondantemente (senza dimenticare che negli ultimi 60 anni il 40% dei conflitti tra stati nel mondo è associato proprio a lotte per la conquista di terra e risorse).

Se vogliamo quantomeno mantenere la posizione, è necessario compiere ancora grandi passi avanti non solo nell’utilizzo delle nostre miniere urbane – ovvero, riciclando i rifiuti urbani e speciali che produciamo in quantità –, ma anche definendo una politica industriale volta a massimizzare l’efficienza dei flussi di materia che attraversano la nostra economia, fino a ridurne la voracità in termini assoluti. Purtroppo, di tutto questo nelle politiche del governo non c’è traccia. Anche l’Unione europea a oggi purtroppo latita: entro fine anno dovrà essere pronto il nuovo pacchetto normativo sull’economia circolare ma, al momento, dal fronte tutto tace. Nel mentre, però, l’estrazione delle risorse non si ferma.