Riceviamo e pubblichiamo

Aamps, cosa c’è oltre il buco con il concordato intorno

Trasparenza, efficienza e sostenibilità (ambientale, sociale, economica): urge una riflessione per l’efficiente gestione dei rifiuti

[18 gennaio 2017]

È già stato detto molto, forse troppo, sulla vicenda Aamps e sull’ok dei creditori relativo al concordato. E non è che l’omologa definitiva da parte del Tribunale al concordato stesso sia l’unica cosa che certificherà, nel bene o nel male, la scelta fatta dall’amministrazione comunale cittadina. Perché dal punto di vista che conta, ovvero quello economico-sociale-ambientale, i dubbi c’erano prima, ci sono ora e restano ancora tutti per il futuro, compresi quelli di ogni procedura concorsuale: è infatti necessario ricordare come un concordato preventivo divida le parti in gioco tra chi ne trae guadagno (ovvero, non paga il dovuto) e chi ci rimette (le aziende che non riscuotono quanto inizialmente contrattualizzato); quando ciò determina difficoltà per le imprese che ci rimettono e ne consegue una sofferenza occupazionale, questo significa che vi sono cittadini-lavoratori sui quali si sono avute ripercussioni.

Per interpretare lo stato attuale delle cose la base di partenza rimane il buco di bilancio creato da Aamps negli anni. Che certifica intanto un aspetto: la gestione totalmente pubblica per Aamps non è stata garanzia di nulla. Se non dei posti di lavoro – almeno fino a poco tempo fa – e una pulizia dei cassonetti stradali comunque accettabile. Di emergenza rifiuti urbani (e sottolineiamo urbani) a Livorno, giornate di scioperi a parte, non si è mai parlato. Questo perché fino a qualche anno fa avevamo una discarica e un termovalorizzatore a disposizione; poi, chiusa la discarica di Vallin del buio, quella frazione in parte è andata all’impianto del Picchianti e in parte alla discarica di Rosignano.

Perché dunque quel debito? In larga parte perché la Tari (prima Tia, ecc) la pagano in pochi, e l’evasione è alta. Ma fino a quando il Comune ripianava i debiti della società di cui è proprietario al 100% in qualche modo la si sfangava, ma ora non si può più e il servizio si deve (sottolineiamo deve) pagare per legge integralmente con la tariffa. Che si stia dentro l’Ato o fuori e al di là della certezza legale o meno che il servizio dal 2018 passi a RetiAmbiente, sempre da questa realtà Aamps e la sua sopravvivenza dovranno passare.

La discriminante dunque è la bontà del piano industriale, economicamente parlando. Ovvero: è in grado di sostenere il concordato e far quattrini, o almeno pareggio di bilancio? La lista “della spesa” di Aamps prevede grossomodo la realizzazione di alcune piattaforme per lo smistamento dei rifiuti e l’introduzione del servizio porta a porta di raccolta rifiuti urbani a tutta la città.

Costi dunque, i cui ricavi non bastano certo per andare in pareggio, nemmeno di lontano. Gestire la frazione organica ad esempio comporta costi economici, a fronte di guadagni ambientali e sociali. Che si porti a un impianto di digestione aerobica, di compostaggio ecc, l’organico raccolto non rappresenta di una fonte di guadano economico: si riducono i costi (120 euro/tonnellata la spesa media per conferire l’organico tal quale in discarica, 90 se dopo averlo compostato in un impianto, che se non è di proprietà, chiede comunque il conto). Per fare più porta a porta, servono poi più lavoratori. Un guadagno sociale, ma un costo economico.

A fronte di tutto ciò qualcuno vorrebbe che si spegnesse anche il termovalorizzatore del Picchianti, convinto che questo generi solo costi. La Giunta al momento, però, parla non a caso di tenerlo acceso. Ci sarà una ragione economica? Crediamo di sì. E ambientalmente parlando? È evidente che ciò che va al termovalorizzatore non ha valore, se non energetico, quindi se non andrà in quello di Livorno perché chiuso, brucerà altrove. Napoli docet (tutti i rifiuti in Olanda per “risolvere” la crisi dei rifiuti in strada).

Ma con il porta a porta non si riducono i rifiuti da bruciare o da gettare in discarica? Sì, ma non si riduce la quantità di rifiuti prodotta e quindi uno scarto ci sarà sempre e da qualche parte lo si dovrà mettere.

Quindi che fare? Bisogna essere onesti e dire che il porta a porta va fatto, ma ha un costo. Che i rifiuti che non hanno valore, se non quello energetico, vanno bruciati. Che oltre ai rifiuti urbani esistono gli speciali, che tra gli urbani ci sono anche gli speciali (gli assimilati), e che se non si guarda alla produzione tutta (1/4 urbani, 3/4 speciali) ambientalmente e economicamente e socialmente parlando si sbaglia completamente l’analisi e quindi l’approccio giusto nell’affrontare correttamente la gestione dei rifiuti. Che è e rimane altamente complessa, anche a causa di leggi scritte male e in contraddizione l’una con l’altra, che creano disagi enormi anche agli operatori che vogliano agire nel massimo della correttezza lasciando al contempo campo libero ai delinquenti.

Dunque se i costi sono alti, la Tari chiesta in cambio ai cittadini non può che essere alta. E la priorità diventa quindi quella di far pagare tutti, o almeno tutti quelli che possono permettersi di pagarla. Se la gara per il socio privato non è andata a buon fine per sei anni, viene in mente a nessuno che forse un privato che sborsa un capitale (con l’unico fine di guadagnare) al posto del pubblico (che evidentemente non ne ha a disposizione), accollandosi tutti i debiti e senza poter aumentare la tariffa difficilmente parteciperà a una gara del genere?

La corretta gestione dei rifiuti – in questo caso urbani – passa da un ciclo dove ogni segmento funziona: funziona la raccolta differenziata (che sia porta a porta o al cassonetto) ed è efficiente la società che svolge il servizio; funziona l’avvio al riciclo; funzionano le aziende che dalle varie frazioni di materiali raccolti costruiscono nuovi prodotti; funziona il mercato di questi prodotti derivati dal riciclo; funzionano gli impianti che raccolgono e smaltiscono tutti gli scarti dei precedenti processi; funziona il pagamento della tariffa che ognuno di noi paga. Il tutto ovviamente ha (avrebbe) un costo economico e sociale minore se fatto nel minor spazio possibile, ovvero senza lunghi e inquinanti viaggi dei camion cui viene accollato il trasporto rifiuti per raggiungere gli impianti necessari a gestirli. Da qui l’idea degli ambiti ottimali (Ato) ma come nel gioco dell’oca, purtroppo, quando si parla di rifiuti invece di andare avanti troppo spesso si torna al via.

di Fabiano Alessandrini