Aamps, se Livorno sceglie l’autosufficienza sui rifiuti si dovrà dotare di impianti: discarica compresa

Colpevolmente, la politica (tutta) continua a ignorare la "materia"

[8 gennaio 2016]

aamps

Il crescente caos in cui a Livorno è fatta precipitare la municipalizzata dei rifiuti Aamps sta portando a conseguenze imprevedibili. Ieri il sindaco a 5 Stelle Filippo Nogarin ha azzerato il cda dell’azienda, revocando le cariche ad Aldo Iacomelli e Marco Di Gennaro. Sull’onda del tumulto, nel pomeriggio si è poi riunito il Consiglio comunale con altro scopo – quello eleggerne il nuovo presidente – infine fallito: i grillini si sono trovati senza i voti necessari per chiudere l’operazione. Il sindaco annuncia, apprezzabilmente, la volontà di allargare la maggioranza al di fuori del perimetro a 5 Stelle: per il Movimento, che da sempre rifugge alleanze, una novità storica.

Oggi più che mai, però, sarebbe ancora più urgente, per quanto riguarda i rifiuti, andare alla radice del problema. Livorno non si trova nella condizioni di praticare la via dell’autarchia. Al momento le due ipotesi che di fatto rimangono sul tavolo per la gestione dell’Aamps, l’una contrapposta all’altra, propendono rispettivamente per il concordato preventivo in continuità o la ricapitalizzazione. La prima è difesa da chi prospetta per Livorno una gestione autarchica dei rifiuti urbani prodotti dalla città, e viene criticata dai suoi detrattori per l’incapacità di assicurare stabilità ai lavoratori della municipalizzata e certezze ai creditori; la seconda mira ad offrire una temporanea boccata d’ossigeno all’azienda, ma è additata per la rinuncia a riformare una realtà aziendale ormai insostenibile. Entrambe le opzioni si propongono di sanare l’emergenza del momento in cui versa la municipalizzata, senza però considerare la realtà di fondo: come dimostrano le difficoltà che si trascinano ormai da anni, ad oggi l’Aamps, fuori dal contesto e dunque fuori dal mercato, non ha i fondamentali per produrre valore.

Rimuovendo i presupposti che hanno portato a questa (nuova) crisi aziendale, sia il concordato sia la ricapitalizzazione sono oggi opzioni che paradossalmente rinunciano ad analizzare i reali flussi di materia – e quelli economici – che sono propri della realtà livornese, e che rappresentano un punto di partenza propedeutico all’unica soluzione sostenibile per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti labronici: un piano industriale fondato su input e output.

A cosa credere dunque, nel convulso e sempre più acceso dibattito che ha finito per coinvolgere l’Aamps e tutta la città negli ultimi mesi, anche a livello nazionale? Come sempre, credere a tutto non è consigliabile. Ma, vista anche la complessità della materia, appare ragionevole procedere con equanimità e non escludere niente. Due le opzioni professate, dunque: ricapitalizzazione e concordato.

Della ricapitalizzazione fine a sé stessa abbiamo già detto, è finalizzata non a cambiare le carte in tavola ma a concedere un po’ di respiro all’azienda – fino al riproporsi della prossima emergenza; che, come la storia insegna, non tarderebbe a riproporsi. E per quanto riguarda il concordato? Questa è la strada fortemente battuta dall’amministrazione comunale, che la lega inestricabilmente alla visione di una gestione autarchica dei rifiuti da parte di Livorno: no a RetiAmbiente, no all’Ato Costa, Livorno corre da sola. È quanto si ripete dal Comune. Scelte che – anche qualora permesse dalla legge – porterebbero a conseguenze, sulle quali sarebbe bene riflettere.

Molto prosaicamente, se Livorno sui rifiuti si ostinasse a voler far da sé, dovrebbe dotarsi degli impianti necessari alla loro gestione. Cinquant’anni fa per un Comune era la norma essere autosufficiente in materia: aveva una discarica a disposizione sul proprio territorio, autorizzata o meno, e lì finivano tutti i suoi rifiuti. Oggi, nell’era delle raccolte differenziate finalizzate al riciclo, per la gestione dei rifiuti urbani (e a maggior ragione per le raccolte differenziate, che non spariscono d’incanto) è obbligatorio dotarsi di una impiantistica dedicata.

Immaginando dunque una Livorno autosufficiente, si dovrebbe anzitutto procedere a un’analisi della composizione merceologica del rifiuto urbano prodotto dalla città, con valutazioni quali-quantitative che, ad onor del vero basterebbe chiedere ad Arrr (Agenzia regione recupero risorse). Su queste tarare la taglia degli impianti necessari, una stima degli investimenti ineludibili per realizzarli, una valutazione dei costi di gestione, e infine dei ricavi attesi. Messi in fila tutti questi numeri, se in fila ci stessero, si potrebbe procedere alla redazione di un Piano industriale che, per esser tale, le banche dovrebbero validare.

Senza un credibile strumento di questo tipo, ogni altra considerazione può essere considerata mera alchimia finanziaria senza speranza alcuna di produrre valore.

Come ogni città, Livorno produce rifiuti organici, che vanno indirizzati a un impianto di compostaggio; rifiuti da imballaggio, per i quali occorre un impianto di selezione; rifiuti non riciclabili (indifferenziato, rifiuti da rifiuti, etc), che prendono la via del termovalorizzatore e/o della discarica. Ad oggi, nelle proprietà dell’Aamps l’unico tra questi asset impiantistici ad essere presente – e a fornire valore economico – è il termovalorizzatore, che per inciso l’amministrazione pentastellata dichiara di voler chiudere.

In attesa di “rifiuti zero”, con o senza termovalorizzatore (ma soprattutto in sua assenza), la logica conseguenza dell’autosufficienza significherebbe per Livorno la realizzazione di una nuova discarica. A meno che non si ipotizzi di far rientrare dalla finestra ciò che si vuole far uscire dalla porta: un rapporto di mercato con l’impiantistica esistente a livello di Ato che, sola, garantirebbe le indispensabili economie di scala.

La realtà dei numeri è testarda, e se ne infischia della bagarre politica. La politica, invece, avanzando proposte campate in aria – letteralmente, ignorando cioè sia l’ubi consistam, sia il contesto territoriale di riferimento –  è destinata a non a produrre soluzioni.