Acciaio, per sopravvivere in Europa (e nel mondo) deve fare i conti con risorse naturali finite

[16 maggio 2014]

Quello dell’ acciaio non un mondo facile da vivere, oggi. Non solo l’Ilva (o la Lucchini di Piombino) è in crisi, ma tutta «l’industria europea dell’acciaio si trova oggi in una situazione difficile, con una domanda inferiore del 27% rispetto ai livelli pre-crisi e un eccesso di capacità produttiva di 80 milioni di tonnellate». Nonostante ciò, l’Ue ha scelto di continuare a credere nelle potenzialità della siderurgia ritenuta strategica per le ambizioni del Vecchio continente.

Come non manca di ricordare oggi gli analisti di Avvenia, società italiana di servizi energetici,  l’Unione Europea è il secondo maggiore produttore di acciaio a livello globale. «La sua rilevante dimensione transfrontaliera, con 500 impianti di produzione distribuiti in 23 Stati membri, fa della siderurgia un’industria davvero europea, uno dei motori più importanti dell’economia Ue».

L’acciaio entra inoltre in numerose altre catene produttive, con stretti legami con molti settori industriali come quello automobilistico, delle costruzioni, dell’elettronica e della meccanica. Eppure oggi il settore versa in una situazione difficile. «L’attuale crisi economica ha determinato un rallentamento dell’attività manifatturiera e quindi della domanda di acciaio, oggi inferiore del 27% rispetto ai livelli pre-crisi», così molti impianti hanno ridotto la produzione, determinando la soppressione di 40 mila posti di lavoro.

L’industria siderurgica europea registra attualmente un eccesso di capacità produttiva di 80 milioni di tonnellate. «Con un aumento della domanda ai tassi di crescita attuali ci vorranno almeno 5 anni per raggiungere l’equilibrio tra domanda e capacità», puntualizzano da Avvenia.

Una situazione che incrocia forti problematiche di sostenibilità economica ma anche e soprattutto sociale e anche – come sappiamo bene in Italia – ambientale. Ma anche interessi geopolitici. L’eccesso di capacità produttiva d’acciaio non caratterizza soltanto l’Europa ma tutto il mondo, con un surplus quantificabile in 542 milioni di tonnellate.

Oggi è la Cina a dominare la scena mondiale – sottolineano da Avvenia – con una produzione di acciaio grezzo salita dal 39% del totale asiatico del 2000 al 71% di oggi, ma con un eccesso di capacità (pari a circa 200 milioni di tonnellate) sul mercato interno che ha fatto sì che il gigante asiatico, un tempo importatore, si trasformasse nel maggiore esportatore di acciaio a livello mondiale. L’industria siderurgica Ue si ritrova così non solo a dovere contrastare gli effetti di una scarsa domanda ma anche un eccesso di capacità su un mercato dell’acciaio globalizzato.

L’Europa mostra infatti un quadro di particolare sofferenza nel settore, intaccato da una crisi che erode le basi di mercato dell’industria siderurgica. La scelta, per l’Italia e l’Unione, anche in questo campo non può che essere quello della diversificazione verso la qualità e l’efficienza nell’utilizzo delle risorse – materiali ed energetiche – bandiera della sostenibilità.

Secondo le stime di Avvenia, ad esempio, i costi energetici dell’industria siderurgica rappresentano mediamente un 40% del totale dei costi operativi. Le tecnologie attualmente in uso in questo ambito hanno già beneficiato di significativi miglioramenti. «Ma ancora – sottolinea Giovanni Campaniello, fondatore di Avvenia – sono possibili miglioramenti in grado di accrescere l’efficienza energetica e ridurre i costi dei fattori produttivi. Investendo per adeguarsi alla “white economy” le aziende europee possono essere più competitive nel settore siderurgico».

Considerando inoltre che l’acciaio può essere ripetutamente riciclato senza perdere le sue caratteristiche fondamentali, un aumento dell’impiego dei rottami riciclati contribuirà nel breve periodo ad aumentare la competitività delle aziende europee. Produrre acciaio da rottami di acciaio invece che da minerale vergine significa infatti – sottolineano da Avvenia – ridurre l’input energetico del 75% e risparmiare circa il 90%; un’economia (nel duplice senso del termine) che si aggiunge a quella della materia prima, per sua natura non rinnovabile. Un elemento che ci ricorda infine come anche l’industria dell’acciaio, come tutte le altre – e forse più, investita com’è da una crisi lancinante – dovrebbe riflettere anche sui limiti di una crescita che non può essere infinita, con tutto ciò che questo comporta. Ma ancora una volta, almeno nel breve periodo, la strada europea per lo sviluppo si dimostra oggi come tracciabile solamente in un contesto di utilizzo intelligente delle risorse naturali, conciliando ambiente, salute e lavoro.