Legambiente: un quarto della popolazione non è servita da un adeguato servizio

Acqua, all’Italia 185 milioni di euro di multe in un anno per la mancata depurazione

Soldi che potrebbero essere investiti in nuovi impianti. Utilitalia: oggi investimenti da 32 euro per abitante, in Europa se ne spendono oltre 100

[22 marzo 2017]

L’acqua è una risorsa fondamentale alla vita, ma è sempre più scarsa, sempre più preziosa. Ma in Italia mostriamo di non saper prenderci cura di quella che abbiamo, non depurandola dopo averla usata: come documenta oggi Legambiente in occasione della Giornata mondiale dell’acqua promossa dalle Nazioni Unite, ancora oggi in Italia il 25% della popolazione non è servita da un adeguato servizio di depurazione, sono 104 gli agglomerati urbani coinvolti da provvedimenti di condanna della Corte di Giustizia europea (2012), 14 le regioni interessate.

Ai ritardi e ai casi di maladepurazione, si aggiungono poi le condanne e le multe dell’Unione Europea: oltre alla sentenza di condanna del 2012, c’è quella del 2014, una terza procedura di infrazione europea ancora in corso per il mancato rispetto della direttiva 91/271 sulla depurazione degli scarichi civili. Ci sono poi 62,69 milioni di euro di multa comminata dalla Commissione Ue all’Italia e i 347mila euro per ogni ulteriore giorno di ritardo. «Si arriverebbe così a pagare – osserva ancora il Cigno verde – oltre 185 milioni di euro solo nel primo anno, oltre ovviamente al costo degli interventi».

«L’Italia – commenta Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – è estremamente in ritardo sul fronte della depurazione, in tutta la Penisola sono ancora troppi i problemi relativi agli scarichi inquinanti civili e industriali e ai depuratori mal funzionanti che per altro causano danni all’ambiente e all’economia. Una emergenza e una vergogna tutta italiana non degna di un Paese civile. Per questo è fondamentale che la gestione delle acque reflue diventi una delle priorità dell’agenda politica, non sono più ammessi ritardi e multe a carico della collettività. I soldi potrebbero essere investiti per aprire nuovi cantieri per la depurazione e realizzare sistemi efficienti e moderni. Siamo convinti che oggi i ritardi dell’Italia potrebbero essere, infatti, trasformati in opportunità riqualificando gli impianti di depurazione o realizzandone di nuovi garantendo il recupero e riutilizzo delle acque, l’efficienza energetica o il recupero dei fanghi in un’ottica di economia circolare da applicare anche in questo settore».

Una prospettiva condivisa anche dalle imprese di settore. Perché pagare multe salate quando invece potremmo dedicare risorse agli investimenti per la realizzazione di impianti che potrebbero migliorare i nostri impatti ambientale e creare nuovi lavori nella green economy? «Anche se è ormai arrivato il tempo di investimenti di manutenzione, almeno per l’acqua potabile e la costruzione degli acquedotti c’è stata una stagione d’oro a metà del novecento. Nella depurazione questo deve ancora avvenire. Le multe che l’Italia sta pagando all’UE per i ritardi – spiega il presidente di Utilitalia Giovanni Valotti, al vertice della federazione che riunisce 500 imprese di servizi pubblici – sono un buon motivo per cominciare subito, con investimenti che devono portarci dagli attuali 32 euro per abitante che vengono spesi oggi ad almeno 80 euro per abitante all’anno. Resteremo lontani dagli oltre 100 che si spendono in Europa, ma almeno avremo intrapreso il percorso necessario ad evitare che i soldi vengano spesi in multe anziché in opere».

Da questo punto di vista, rimarcano da Utilitalia, la vera sfida per l’Italia è la depurazione: ovvero smettere di pagare multe per realizzare impianti, già oggi in grado di produrre (dagli scarichi delle nostre case) plastiche, concimi o metano per le auto. «Per le nostre aziende – chiosa Valotti – che gestiscono l’acqua, l’energia e i rifiuti, pensare in modo integrato è normale. L’acqua e i rifiuti, quindi gli acquedotti e la depurazione, le sorgenti e gli scarichi, vengono pensati in modo da essere utili gli uni agli altri. Il viaggio dell’acqua continua anche dopo i nostri rubinetti e non è un caso se le maggiori novità, scientifiche tecniche e tecnologiche degli ultimi anni, riguardano i processi di depurazione e gli usi dei prodotti di depurazione. Con quello che nelle generazioni precedenti veniva buttato nei fiumi, oggi si producono prodotti per l’agricoltura, plastiche e anche combustibile per le auto».

In teoria, l’accordo è unanime a ogni livello: associazioni, imprese, istituzioni di ogni grado fino all’Unione Europea; il commissario europeo all’Ambiente Karmenu Vella si sbilancia oggi fino ad affermare che «il più grande potenziale in relazione all’economia circolare risiede proprio nel riciclo delle acque reflue urbane trattate», soffermandosi in particolare sul loro impiego in agricoltura. Un tema che interessa molto da vicino l’Italia, dove i prelievi di acqua sono «destinati – documenta l’Istat – per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia».