Il rapporto elaborato dai gestori del servizio idrico integrato regionale

Acque reflue, è «emergenza» fanghi in Toscana: fino a 10,5 milioni di euro in più in bolletta

A partire dall’inchiesta sui rifiuti speciali dello scorso settembre tutti i fanghi da depurazione delle acque reflue urbane (oltre 100mila tonnellate/anno) finiscono fuori Regione, soprattutto in Lombardia

[22 marzo 2017]

Dalle stelle alle stalle: com’è possibile che all’interno della Stazione spaziale internazionale gli astronauti riutilizzino ogni giorno «la stessa acqua riciclata da oltre 16 anni», come comunicano con orgoglio dall’Onu nel rapporto Acque reflue: la risorsa inesplorata, mentre l’intera Toscana ad oggi non riesca a gestire neanche un grammo dei propri fanghi di depurazione urbana?

L’inquietante interrogativo emerge dal rapporto (disponibile in allegato, ndr) che greenreport ha ottenuto da Cispel Confservizi Toscana in occasione della Giornata mondiale dell’acqua promossa dalle Nazioni Unite, quest’anno dedicata proprio alla gestione delle acque reflue. Elaborato dai gestori del servizio idrico integrato sul territorio – Gaia, Acque Spa, Publiacqua, Nuove Acque, Geal, Asa, Acquedotto del Fiora –, il documento analizza le conseguenze dell’inchiesta sui rifiuti speciali deflagrata in Toscana lo scorso settembre, coinvolgendo anche lo spandimento in agricoltura dei fanghi di depurazione urbana, ovvero quei fanghi fanghi derivati dal trattamento di depurazione delle acque reflue urbane

L’inchiesta è ancora in corso, ma a prescindere dalle future conclusioni ha già prodotto pesanti ricadute sul piano economico ed ambientale. Da sei mesi infatti la Toscana non ha solo lo storico problema di sanare le proprie mancanze in fatto di depuratori mancanti, ma anche quello molto più impellente (e costoso) di allocare i fanghi che giornalmente vengono prodotti.

«Il quantitativo totale di fanghi prodotti in Regione Toscana nel 2015 (anno di confronto più significativo) è stato complessivamente – documenta il rapporto – di circa 110.000 t con un costo complessivo di circa 9,5 milioni di euro», ma dal dicembre 2016 gli smaltimenti «sono al 100% indirizzati al di fuori del territorio regionale, prevalentemente in Lombardia».

Una situazione insostenibile, ambientalmente ed economicamente. «Gli aumenti dei costi paventati si aggirano nei dintorni del 60% e in parte tali aumenti si sono già concretizzati: si è passati ad una variazione di costo medio dal 2008 al 2016 di 9 €/t ed una variazione di costo dal settembre 2016 (interruzione dei conferimenti in agricoltura) al 2017 di 63 €/t, con una realistica previsione ulteriore di incremento dei costi. Preme comunque evidenziare che, nella concitazione del momento – osservano i gestori del servizio idrico – è mancata l’effettuazione di una attenta e strutturata analisi degli impatti ambientali derivanti dal blocco dell’attività di recupero della sostanza organica e dei nutrienti contenuti nei fanghi di depurazione urbana. L’aumento inevitabile del trasporto su gomma è sicuramente un impatto significativo in termini ambientali. Ma l’aspetto forse più importante, e con effetti negativi sull’agricoltura a lungo termine, è il progressivo depauperamento dei terreni e gli inevitabili aumenti di input di concimi di sintesi».

A soffrirne è dunque in primis l’ambiente, ma anche le tasche dei cittadini toscani. «La proiezione della produzione di fanghi palabili per i prossimi anni si attesta su un totale di 130.000 t/anno, in coerenza con gli obiettivi degli accordi di programma e del piano stralcio. Se quantificate al costo attuale di circa 150 €/t, comporterà – si avverte nel rapporto – un costo complessivo per i Gestori di circa 20 milioni di euro, a fronte di un precedente costo (2015) di circa 9,5 milioni di euro sui costi di gestione e di conseguenza più del doppio sulla tariffa del SII su base annua, che ricadrà interamente sull’intera popolazione toscana».

Che fare dunque per sbrogliare questa situazione paradossale? A medio termine la soluzione non può che essere quella di realizzare nuovi impianti di prossimità (e/o adeguare quelli esistenti) per «il recupero di materia ed energia» nonché per «il recupero in agricoltura» come consentito dalla legge ed auspicato sia dall’Ue sia dall’Onu. Per questo sono però necessari però adeguati investimenti e tempi di realizzazione.

Rimane l’emergenza attuale da gestire, e a meno che non si voglia chiedere ai cittadini toscani di ridurre l’uso della toilette (dalle quali derivano le oltre 100mila ton/anno di rifiuti speciali in questione) non c’è analogia “rifiuti zero” che possa funzionare. Per questo i gestori idrici avanzano la proposta di riattivare «lo spandimento in agricoltura ai sensi del D.Lgs 99/92, in linea con il parere ministeriale (nota della direzione generale per i rifiuti e l’inquinamento prot. 173 del 05/01/2017)» oltre a chiedere un «corretto inquadramento degli aspetti qualitativi dei fanghi». L’urgenza è totale: «L’attuale mancanza di certezze, sia amministrative che normative […] sta determinando uno stato di reale emergenza». Allo stato attuale, dato «il blocco delle attività di fatto attuato e imposto ancora oggi dalla Regione Toscana, pur in presenza della tempestiva nota di chiarimento pervenuta dal Ministero dell’Ambiente, la situazione degli impianti di depurazione dei Gestori del SII risulta assai critica».