Aferpi: due settimane di fuoco dopo due anni di ritardi, pubblici e privati

L’azienda non dà certezze su finanziamenti e cronoprogramma, mentre gli organismi pubblici non sono riusciti a mettere a frutto 50 milioni di euro per le bonifiche

[20 aprile 2017]

Scongiurare un possibile tracollo degli occupati in Aferpi, ovvero licenziamenti in un parco lavoratori precario quanto vasto: oltre 2mila le famiglie coinvolte, che raddoppiano considerando anche l’indotto

Al termine dell’ennesimo, lungo incontro tenutosi ieri al ministero dello Sviluppo economico – presenti ministro, viceministro, presidente della Regione, sindaco di Piombino, commissario straordinario e sindacati, oltre ai vertici aziendali – Carlo Calenda ha comunicato la decisione di inviare ad Aferpi una lettera formale di denuncia delle inadempienze contrattuali finora rilevate. Una lettera che attende improrogabilmente risposta entro 15 giorni.

Nel corso dell’incontro – spiegano dal ministero – sono state ulteriormente illustrate dalla proprietà le caratteristiche dell’investimento previsto, già dal luglio 2015, per il rilancio dello stabilimento siderurgico toscano; le indicazioni ricevute dall’azienda non hanno però purtroppo consentito di rilevare significativi avanzamenti sia per quanto riguarda i tempi di realizzazione dei nuovi impianti, sia per quanto concerne la copertura finanziaria dell’investimento. Da qui la decisione del ministro.

«La vicenda dell’acciaieria di Piombino è ad una svolta critica e mi auguro – ha dichiarato il ministro Calenda – che la proprietà e in particolare il Signor Rebrab comprenda che di tempo ne è trascorso troppo senza vedere alcun avanzamento del progetto siderurgico annunciato. Ora i lavoratori e le istituzioni devono avere certezze; non è più il momento delle vaghe promesse».

Secondo il ministero – aggiungono dalla Regione Toscana – soltanto su uno dei tre punti ritenuti fondamentali per dare le necessarie rassicurazioni, Aferpi ha adempiuto agli impegni presi: ad oggi i 25 milioni di euro promessi per dare liquidità all’azienda sono effettivamente entrati nella casse di Aferpi. Non è stato così in merito al contratto di acquisto del nuovo forno elettrico per il quale risultano versati alla tedesca Sms Demag solo 6 dei 9 milioni di euro necessari per gli studi preliminari, sui 200 che saranno invece necessari per completare l’acquisto. Anche rispetto al piano di smantellamento si è soltanto avviato un processo che doveva essere ben più avanzato.

«Non si poteva andare avanti così – ha aggiunto il presidente Rossi – ma attenti a mantenere vive le prospettive». Il governatore giudica positivamente la decisione del ministro, ma si sofferma anche sulla necessità di «far arrivare i capitali necessari instaurando una trattativa tra Governi per sbloccare i fondi che Cevital dice di avere in Algeria e andare così a vedere le carte. Di fronte abbiamo una questione che riguarda il futuro di oltre 4.000 lavoratori, il cui peso sento anche sopra le mie spalle».

Anche per il segretario nazionale Fiom Rosario Rappa è «positiva la decisione assunta dal ministro Calenda di messa in mora di Aferpi e la richiesta di proroga di 24 mesi delle garanzie previste dalla legge Marzano al fine di ricercare soluzioni industriali finalizzate a ricolare acciaio a Piombino», ma la mossa del dicastero apre ora scenari inediti: il Governo – spiegano dal Mise – intende sollecitare l’azienda a riconoscere la prosecuzione, oltre il biennio che scadrà il prossimo mese di giugno, delle attività di sorveglianza previste dalla Legge per le Amministrazioni Straordinarie. Qualora non venisse accolta tale richiesta, non resterebbe che avviare la procedura di rescissione del contratto di cessione degli impianti sottoscritto a luglio del 2015. Con la spada di Damocle, s’intende, del procedimento giudiziario che certamente ne seguirebbe – insieme alla definitiva paralisi degli impianti. La viva speranza è che a prevalere sia dunque la ragionevolezza, da entrambe le parti.

In queste ultime due settimane di fuoco, dopo anni di ritardi, una riflessione sull’impegno profuso dovrebbe infatti imporsi anche all’interno della regia pubblica. Intervenendo sulle pagine del quotidiano locale Il Tirreno è stato lo stesso sindaco Giuliani ha dichiarare che sono «indispensabili interventi per le demolizioni e le bonifiche».

«Non si tratta solo di soldi – ha specificato il primo cittadino – qui serve un cambio di passo anche dal punto di vista dello snellimento delle procedure. Non è possibile assegnare finanziamenti, penso a quelli per le prime bonifiche, e non poterli ancora spendere dopo due anni. Si tratta di 50 milioni di euro ancora non spesi, come più volte ricordato su queste pagine, a causa di una macchina burocratica farraginosa all’inverosimile. Il sindaco Giuliani si è spinto poi oltre, suggerendo anche un «aggiornamento» degli Accordi di programma siglati: varrebbe oggi la pena ricordare – a proposito di rifiuti e bonifiche – che tutti auspicano il ritorno alla produzione d’acciaio, ma proprio nell’Accordo di programma paradossalmente non ci sono riferimenti alla questione degli scarti di lavorazione: considerando che dalla produzione di 1 milione di tonnellate di acciaio da forno elettrico esitano 150-200mila tonnellate di rifiuti, come si dovrebbero gestire questi enormi volumi senza tornare all’attuale, disastrosa situazione ambientale? Le istituzioni pubbliche mostreranno la volontà di occuparsi del tema prima di trovarsi di fronte ai fatti compiuti? Ai posteri, forse, l’ardua sentenza.