Aferpi, a Piombino è sciopero. Legambiente: «Dal governo piano unitario e sostenibile»

I sindacati: «Questa giornata segna l’inizio di una mobilitazione. Serve coerenza con gli impegni assunti»

[2 febbraio 2017]

A Piombino dopo lunghi mesi di attese e speranze è tornato anche il momento degli scioperi, delle manifestazioni che invadono le strade con un migliaio di operai, studenti, cittadini. Alla testa del corteo che ha attraversato la città per condensarsi poi di fronte al Comune c’erano i sindacati Fim, Fiom e Uilm: di fronte «all’evidente inadempienza di Cevital che, a due anni di distanza non ha realizzato nessuna delle opere contenute nel progetto consegnandoci oggi uno stabilimento fermo», le segreterie provinciali «hanno chiesto al governo, al quale ci sentiamo di imputare, a oggi, il solo fatto di essere stato sordo ai nostri ripetuti appelli sul rallentamento delle produzioni, di convocare immediatamente la proprietà in termini ultimativi».

Oggi, 2 febbraio 2017, per i sindacati «segna l’inizio di una mobilitazione il cui obiettivo è “Portare avanti il Progetto Piombino” e misurare i protagonisti e le loro coerenze negli impegni di volta in volta assunti». È il governo a essere in primo luogo chiamato in causa come garante di quell’Accordo di programma siglato nel 2014 e ancora rimasto in larghissima parte su carta.

Anche il sindaco di Piombino Massimo Giuliani, presente alla manifestazione, chiama in causa l’esecutivo – e in definitiva i compagni di partito: «Il governo deve richiamare Rebrab – afferma il sindaco – e capire se ci sono i presupposti per andare avanti con il suo progetto, altrimenti va presa in considerazione la necessità di seguire un’altra strada, che non può tuttavia prescindere dal progetto dal progetto siderurgico per far tornare la produzione di acciaio a Piombino».

Il piano A rimane dunque quello attuale, come altro non potrebbe essere, chiedendo all’imprenditore algerino di rispettare gli impegni presi. Meglio sarebbe se tutti gli attori in campo facessero il proprio, a partire dal tema delle bonifiche: i famosi 50 milioni di euro, che si continua ad ribadire come disponibili, ancora non sono stati messi a frutto.

Se invece fallisse l’opzione Rebrab, quali sarebbero le vie di fuga percorribili? Come riportato dal sito specializzato Siderweb, l’alternativa «non appare certo semplice: il commissario Nardi potrebbe riprendersi, come da clausole contrattuali, una parte delle azioni Aferpi (circa il 25%), ma non potrebbe gestire l’azienda e sarebbe costretto a tentare di rimetterle sul mercato. Ci potrebbe essere, come qualcuno già auspica, un intervento provvisorio della Cassa depositi e prestiti che potrebbe però non prescindere dalla chiamata in causa di un soggetto industriale. O il ritorno di Jindal, che ha presentato l’offerta poi battuta da Rebrab. Tutto si muove sul piano delle congetture per il momento. Certo è che neanche questa strada potrebbe, almeno nei tempi brevi, assicurare il ritorno a Piombino della produzione di acciaio. L’offerta di Jindal riguardava solo l’acquisizione dei laminatoi e occupazione per 750 persone. L’eventuale acquisizione di Taranto potrebbe rendere definitivo il ruolo di Piombino in un contesto ben diverso dal piano di rilancio promesso da Rebrab».

A chiudere il pool di ipotesi c’è il nome di AcciaItalia: la cordata composta proprio da Jindal con la Cassa depositi e prestiti (insieme a Delfin e Arvedi), che a breve dovrebbe presentare la propria proposta d’acquisto vincolante per rilevare l’Ilva di Taranto. Che Jindal e Cdp possano entrare in campo, insieme, anche su Piombino? In quel caso potrebbe forse avvicinarsi la prospettiva di un Piano nazionale per l’acciaio, chiesto da anni dagli ambientalisti, capace di integrare anziché dividere le i vari attori della filiera nazionale e porli in grado di affrontare un mercato in condizioni già critiche, segnato com’è dalla sovrapproduzione che arriva dai giganti asiatici. Queste però sono al momento semplici elucubrazioni, mentre la Val di Cornia ha fame di lavoro da molto tempo.

Come ricorda ancora oggi Legambiente Val di Cornia, che ha aderito alla manifestazione, il Cigno verde «sostiene la necessità che il governo elabori e pratichi una politica industriale che porti alla costruzione di filiere produttive, di servizi, di commercializzazione di ricerca, che faccia collaborare grandi e piccoli attori produttori e utilizzatori, nonché centri di ricerca pubblici e privati  in una visione complessiva. Un governo che abbia un piano unitario e strategico sostenibile, ecologicamente ed economicamente, di tutta quella che rimane la siderurgia italiana e di altri settori collegati,  che favorisca il mondo delle reti d’impresa, nel rispetto dell’ambiente e del territorio, che salvi l’occupazione e nel quale la siderurgia piombinese abbia un ruolo importante e significativo anche alla luce dell’assetto del nuovo porto».