Un rapporto Onu smonta le ragioni dell’intervento armato Usa/Nato

Afghanistan, solo una gestione sostenibile delle risorse può portare la pace

[25 giugno 2013]

Proprio mentre i talebani attaccavano il palazzo presidenziale a Kabul, la United Nations assistance mission in Afghanistan (Unama) e l’Environment programme Onu rendevano noto il rapporto “Natural Resource Management and Peacebuilding in Afghanistan” che apre uno spiraglio su come lo sfortunato Paese asiatico potrebbe uscire dalla Guerra proprio dalla stessa porta dalla quale c’è entrata: «Le risorse naturali quali la terra, l’acqua, le foreste e i minerali possono essere fonte di conflitti, a meno che non siano gestite in maniera equa».

Un avvertimento forse un po’ tardivo, ma un’importante presa d’atto che dalla guerra infinita dell’Afghanistan se ne uscirà davvero solo se l’Onu, la comunità internazionale, il governo afghano non metteranno le risorse naturali al servizio di uno sviluppo sostenibile e della pace in Afghanistan. Lo studio, che è stato finanziato dall’Unione Europea,  ha anche lo scopo di incoraggiare le organizzazioni internazionali a introdurre nei loro progetti meccanismi che garantiscano che, inavvertitamente, non esacerbino invece i conflitti per le risorse naturali.

«La gestione efficace delle risorse naturali contribuirà a costruire la pace in Afghanistan, e quindi il lavoro di sviluppo e di investimento in tutti i settori delle risorse naturali deve essere gestito con attenzione –  spiega Mark Bowden, coordinatore umanitario dell’Onu in Afghanistan – I diversi interessi intorno alle risorse naturali rischiano di aggravare le divisioni etniche, politiche e regionali nel Paese. In questo stesso momento dei gruppi si battono per controllare risorse come l’acqua, l’accesso all’irrigazione o ancora lo sfruttamento forestale e questo al fine di assicurarsi il potere».

Il rapporto Unama Unep sostiene che la comunità internazionale può ancora svolgere un ruolo di primo piano in Afghanistan «Soprattutto aiutando a rafforzare le capacità di gestione e del quadro giuridico relativo allo sfruttamento delle risorse. Potrebbero essere messi in opera dei meccanismi di risoluzione pacifica dei contrasti relativi a queste risorse naturali». Questo può avvenire «Migliorando la raccolta dei dati per attivare gli avvisi di preallarme quando vengono rilevati rischi, fornendo finanziamenti per la risoluzione dei conflitti che abbiano un approccio ambientale e facendo delle valutazioni ambientali un componente standard di tutti i progetti di sviluppo».  Come sottolinea Nicholas Haysom, vice-rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Afghanistan, «Il problema nei paesi post-conflitto è come rendere le risorse naturali una benedizione che rafforza la stabilità e non una maledizione che porta al conflitto»,

Nella sua disarmante semplicità il rapporto rivela sia che la guerra afghana è stata ed è un conflitto per le risorse sia che tutta la propaganda Nato sulla pacificazione delle comunità afghane era poco più che una favoletta e che la divisione tribale/etnica/religiosa che ha fatto la tragica fortuna dei talebani è ancora integra, come prima e più di prima, perché la guerra non ha portato un briciolo di giustizia sociale in più ed ha lasciato intatto il sistema medievale (e modernissimo) di impossessamento delle risorse naturali (scarse) e minerarie (abbondanti e probabilmente eccezionali).

Fino al 80% degli afgani dipendono per il loro reddito e sostentamento direttamente dalle risorse naturali e il 60% della popolazione sopravvive grazie all’agricoltura, cifre che rendono  la gestione equa delle risorse naturali particolarmente rilevante per il Paese. Come dice lo studio: «Le risorse naturali contribuiscono alla tensione di fondo e di conflitto in Afghanistan, dato che i gruppi di potere cercano di ottenere il controllo su accesso all’acqua di irrigazione per le province a valle, le comunità competono per la terra, il commercio illegale di legname delle foreste e di pietre preziose è molto diffuso  e la corruzione è dilagante». Il vice-segretario generale dell’Onu,  Jan Eliasson, aveva già ricordato che «La presenza di risorse naturali abbondanti non si traduce in una ricchezza e in un benessere uguale per le popolazioni e le comunità interessate».

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel suo dibattito del 19 giugno sulla prevenzione dei conflitti e le risorse naturali, aveva cercato di capire come quest’ultime possano essere messe al servizio dello sviluppo dello sviluppo e della pace. Deve essersi trattato di un dibattito doloroso per quasi tutte le grandi potenze con diritto di veto che nel loro passato colonialista e nel loro presente neo-colonialista e tardo-imperialista hanno utilizzato la guerra per impadronirsi delle risorse altrui e per controllarne i flussi, a dire il vero con crescente e progressivo insuccesso come dimostrano proprio le guerre in Iraq ed Afghanistan ed i troppi conflitti dimenticati che insanguinano il mondo.