Molto oltre l'incremento nella produzione, anch’essa in crescita

Agenzia europea dell’ambiente, l’export illegale di rifiuti pericolosi è aumentato del 625%

Mancano gli impianti sul territorio, e si preferisce l’illegalità per tagliare i costi

[20 dicembre 2016]

Gli “speciali pericolosi” sono quei rifiuti generati da attività produttive o di servizio che contengono un’elevata dose di inquinanti (ma sono “pericolosi” anche alcuni rifiuti urbani comunemente presenti nelle nostre case, come pile esauste o medicinali scaduti), e che per questo necessitano di un’ancor più attenta gestione.

L’ultimo rapporto pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) in materia si sofferma in particolare sulle politiche in atto nel Vecchio continente per prevenire la produzione di rifiuti pericolosi, individuando non poche lacune. Innanzitutto legislative: in tutta Europa gli unici programmi di prevenzione che contengano precisi target quantitativi in merito sono stati elaborati da Bulgaria, Lettonia, Svezia e Italia. Un primato che, purtroppo, non ci inserisce automaticamente tra i Paesi virtuosi: il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti, adottato in Italia nel 2013, prevede tra gli altri obiettivi una riduzione del 10% (al 2020, rispetto al 2010) della produzione di rifiuti speciali pericolosi per unità di Pil, ma ad oggi non è dato sapere quali politiche industriali siano in atto per raggiungere questo obiettivo. «Nessuno di questi programmi – precisa d’altronde l’Eea – ha un sistema di controllo specifico per la prevenzione dei rifiuti pericolosi».

Nel frattempo, l’Ispra documenta come dal 2013 al 2014 (ultima annualità disponibile) la produzione di rifiuti speciali pericolosi sia aumentata in Italia dello 0,3%, arrivando a 8,8 milioni di tonnellate/anno.

Rifiuti che, è bene ricordare, non siamo ancora in grado di gestire in toto all’interno dei nostri confini. Nel 2014 – evidenzia ancora una volta l’Ispra – 919mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi italiani sono stati esportati. La grande maggioranza viene spedita (678mila tonnellate, pagate profumatamente) in Germania, dove questi rifiuti pericolosi – ormai celebre il caso dell’amianto – prodotti su suolo italiano vengono poi gestiti.

Il richiamo alla produzione non è solo lessicale: i rifiuti pericolosi sono una traccia potente della struttura economica di un Paese. Degli stati europei, non a caso sono la Bulgaria e l’Estonia a generare la più alta quantità di rifiuti pericolosi: la prima a causa delle sue numerose miniere, la seconda per la produzione di shale oil. Più in generale, un’elevata presenza di rifiuti pericolosi è legata ad un’estesa attività manifatturiera, anche green: «Nella Ue-28 i più grandi volumi di rifiuti pericolosi – sottolinea l’Eea – sono generati dal settore dei rifiuti, che ne comprende la raccolta, la gestione e lo smaltimento». Anche la gestione dei rifiuti, il riciclo, l’economia circolare producono a loro volta rifiuti che è necessario sì tentare di ridurre al minimo, ma che rimane impossibile continuare nel mentre a ignorare. Senza dimenticare gli stessi nuclei familiari, che a loro volta sono una fonte «minore, ma importante» nella produzione di rifiuti pericolosi.

Eppure il dato drammaticamente più urgente contenuto nel rapporto Eea – più della produzione ancora in crescita di rifiuti pericolosi (circa 100 milioni di tonnellate, in «leggero incremento» dal 2008 nonostante la crisi), più della bassa qualità degli stessi dati raccolti, che minano «l’accuratezza e la comparabilità» delle varie performance nazionali – sta nella manifesta volontà di continuare a dirottare altrove il problema degli scarti prodotti dalle nostre società.

Quando va bene i rifiuti vengono messi su camion, navi o vagoni ferroviari per essere spediti lontano dai luoghi di produzione, con aggravi di costi sia ambientali sia economici, ma pur sempre nell’alveo della legalità. Quando va male, questi stessi rifiuti trovano come via di fuga quella – più economica? – dei traffici illegali. Traffici che hanno subito negli ultimi anni una nuova impennata: «Nonostante gli sforzi della Commissione europea, degli Stati membri dell’Ue, delle organizzazioni internazionali […] le spedizioni illegali di rifiuti sembrano in aumento, con 2.500 casi riportati nel 2013 a fronte di 400 nel 2009». Un aumento in parte forse riconducibile a controlli più efficaci, motivazione che da sola potrebbe però difficilmente spiegare un incremento del 625% in soli 4 anni – peraltro di acuta crisi economica.

Da una parte «le esportazioni di rifiuti pericolosi sono rimaste prevalentemente all’interno dell’Ue, spinte dalla mancanza di capacità nazionale per gestire i flussi di rifiuti, e dai differenti costi di recupero o smaltimento in luoghi diversi». Gli impianti non ci sono, in altre parole, dunque i rifiuti si spediscono fuori confine. D’altra parte, poiché anche «il trattamento dei rifiuti pericolosi all’interno dell’Ue appare spesso molto caro, ci sono incentivi economici per spedirli illegalmente in luoghi senza o con minori standard ambientali». Tale azione, evidenzia in modo lapalissiano l’Agenzia europea dell’ambiente, ha «spesso gravi conseguenze per l’ambiente e/o la salute umana». Una postilla che raramente sembra turbare le nostre coscienze: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.