Alla ricerca della «Mecca dell’economista», ponte fra le scienze della natura e quelle dei soldi

Le «tre tesi per il futuro» elaborate da Giorgio Nebbia indagando il rapporto tra ecologia ed economia

[31 marzo 2017]

Già sul finire dell’800, quando la Rivoluzione industriale era una realtà assai più concreta della consapevolezza ambientalista, uno degli economisti più influenti di ogni tempo – il britannico Alfred Marshall –  individuò il vero orizzonte per la propria disciplina: «La Mecca dell’economista è l’economia biologica». Una prospettiva filtrata poi nella bioeconomia di Georgescu-Roegen, nell’economia ecologica di Herman Daly, per poi dividersi in innumerevoli rivoli lessicali il cui più recente e abusato esempio potrebbe individuarsi nella cosiddetta economia circolare. La sostanza però è sempre la stessa: non c’è economia senza materie prime, senza natura, e alla natura tornano gli scarti dei nostri processi di produzione e consumo – con i quali non possiamo evitare di fare i conti.

In che modo sono legate queste due sfere? Delle relazione fra ecologia e economia parla un recente libro di Giorgio Nebbia, “Ecologia ed economia. Tre tesi per il futuro”, pubblicato da un’intraprendente casa editrice pugliese, “Andrea Pacilli Editore”, e distribuito sul territorio nazionale da Messaggerie. Giorgio Nebbia, decano dell’ambientalismo scientifico italiano e professore emerito dell’Università di Bari – dove ha insegnato per molti anni Merceologia –, in questo agile volumetto ha condensato i testi delle tre “lezioni” svolte quando gli è stata assegnata la laurea honoris causa dalle Università del Molise, di Bari e di Foggia. Ne abbiamo parlato insieme.

Un altro libro su ecologia ed economia? Non crede che negli ultimi quarant’anni ne siano stati già scritti abbastanza?

«Abbastanza e fin troppi. Qui non ne aggiungo un altro; il titolo si propone solo di spiegare che cosa lega tre diversi articoli, che sono poi le “tesi” della laurea in discipline economiche che le Università del Molise, di Bari e di Foggia hanno fatto l’onore di assegnare a me, un chimico, quando ero già in pensione».

Lei, da chimico, ha insegnato per quarant’anni merceologia. Quale parentela può esserci fra una disciplina che si occupa delle merci, i modesti oggetti dei commerci quotidiani, e due discipline serie che si occupano l’una, l’ecologia, dei fenomeni della vita, e l’altra, l’economia, dei fenomeni dei soldi?

«La merceologia “racconta” come le merci – dagli alimenti ai metalli, dalla plastica al petrolio – sono prodotte per trasformazione di corpi naturali come aria, vegetali, animali, minerali, quali caratteristiche hanno e come vengono usate. A questo punto è inevitabile spiegare che le merci, dopo l’uso, vanno a finire come scorie e rifiuti nei corpi naturali, acqua, aria, suolo, dove si svolgono quei fenomeni della vita di cui si occupa l’ecologia. Insomma siamo di fronte ad una circolazione natura-produzione-merci-consumo-rifiuti-natura, abbastanza simile a quella della circolazione della materia e dell’energia nei fenomeni ecologici.

A questo punto ancora ci si accorge che le modificazioni della natura associate ai processi di produzione e uso delle merci comportano dei costi monetari; il prelevamento delle materie prime dalle miniere, dai pozzi e dai campi coltivati fa peggiorare la qualità e la quantità residua di questi beni naturali e fa costare di più i minerali e il petrolio e il frumento; l’inquinamento provocato dai rifiuti impone depuratori e filtri che costano».

Intende dire che la merceologia è una specie di ponte fra le scienze della natura e quelle dei soldi?

«In questo libretto ho cercato di fornire qualche esempio che sembra sostenere questa tesi; il caso più noto è proprio quello dei cambiamenti climatici. I danni ecologici derivanti dal lento graduale inarrestabile aumento della temperatura planetaria, responsabile dei cambiamenti climatici, e i relativi costi economici monetari, dipendono dalla emissione nell’atmosfera di crescenti quantità di gas derivanti dai consumi di petrolio e carbone e gas naturale, cioè della merce-energia, indispensabile per fabbricare qualsiasi altra merce, e da molti altri processi di produzione di cemento, prodotti agricoli, metalli, eccetera, su cui un chimico e un merceologo hanno qualcosa da dire».

Come si fa a sapere chi è maggiormente responsabile e chi deve pagare tali maggiori costi?

«Per rispondere è necessario conoscere da quali attività economiche vengono le alterazioni dell’ambiente. Limitiamoci agli inquinamenti con agenti chimici: si può cercare di descrivere quella circolazione natura-merci-natura, di cui si parlava prima, con qualche strumento simile a quello che l’economia usa per descrivere come i soldi circolano dagli acquisti di materie prime ai costi di produzione delle merci, alle famiglie che spendono per acquistare merci e guadagnano vendendo il lavoro e, infine, quanto costa la depurazione o quanto costa non depurare.

Credo che si possa descrivere la stessa circolazione scrivendo, al posto degli euro, i pesi delle materie che accompagnano la circolazione degli euro: quanti chili di petrolio entrano nelle raffinerie, quanti chili di benzina le raffinerie vendono agli automobilisti, quanti chili di gas gli automobilisti immettono nell’atmosfera contribuendo un poco al riscaldamento planetario. Quanti chili di concimi occorrono per produrre un chilo di frumento, quanti chili di frumento occorrono per un chilo di pane acquistato e usato dalle famiglie e trasformato in quanti chili di gas della respirazione che finiscono nell’atmosfera e in quanti chili di escrementi che finiscono nei fiumi e nei mari.

Il libro propone uno schema di contabilità nazionale in unità fisiche che qualche utile informazione può dare per sapere chi inquina e con che cosa».