Allarme bonifiche in Sardegna: il caso di Porto Torres e la chimica verde

[3 giugno 2013]

A Sassari, Legambiente ha presentato le proposte sulla questione delle bonifiche dell’area industriale di Porto Torres, presentando un appello al governo per accelerare il disinquinamento della zone industriale. «La Sardegna – ricordano gli ambientalisti – risulta la Regione con la più vasta estensione di zone industriali inquinate e ricomprese nell’elenco dei 57 Siti di Interesse nazionale di competenza del ministero dell’Ambiente. Si tratta sia delle vastissime zone minerarie, che ad oltre 50 anni dalla loro chiusura rilasciano ancora metalli pesanti nei corsi d’acqua, che delle aree industriali realizzate negli anni ‘60 con impianti petrolchimici che hanno compromesso pesantemente i terreni in cui si sono insediati. Oltre le aree industriali anche i poligoni militari risultano interessati da gravi forme di inquinamento.

Il ministero dell’ambiente fin dal 1998 aveva disciplinato la realizzazione di interventi di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati, «Anche al fine di consentire il concorso pubblico»; nel 2001 venne disposto il “Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale”; Nel 2000 e 2004 furono emanate le Direttive Europee “sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale” e per ottenere” la bonifica delle falde acquifere contaminate, nonché la graduale riduzione delle emissioni di sostanze pericolose nelle acque per raggiungere l’obiettivo finale di eliminare le sostanze pericolose prioritarie e contribuire a raggiungere valori vicini a quelli del fondo naturale per le concentrazioni in ambiente marino di sostanze presenti in natura”; Legambiente ricorda che «Dei 57 siti dopo tanti anni ne è stato bonificato solo 1 in tutta Italia con un grave ritardo che rischia di aggravare la situazione».

Per questo Legambiente rivolge al nuovo governo ed in particolare al ministro dell’Ambiente «Un pressante appello perché a tutto il programma delle bonifiche in tutta Italia sia impressa una accelerazione indispensabile, sia per eliminare casi di inquinamento gravissimi con conseguenze anche sanitarie, che per creare nuova occupazione qualificata».

Il sito di interesse nazionale di “Aree industriali di Porto Torres”, venne individuato già nel 2002 ma senza prevedere risorse finanziarie per la realizzazione degli interventi di bonifica e nell’accodo di programma sottoscritto nel 2011 si legge: «Risulta improcrastinabile definire un percorso certo delle attività di messa in sicurezza, bonifica e risanamento ambientale dell’intero sito, in particolare attraverso gli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle acque sotterranee». L’appello del Cigno Verde sottolinea: «In sostanza anche Porto Torres è in grave ritardo nelle bonifiche nonostante l’accordo di programma abbia definito ruoli, risorse finanziarie e tempi di attuazione. Ribadiamo con forza che le bonifiche sono un atto dovuto ed imprescindibili. A tutti i soggetti coinvolti, in particolare al gruppo Eni Syndial, facciamo richiesta di un maggiore impegno nella realizzazione degli importanti interventi di disinquinamento al fine del ripristino di condizioni naturali nei terreni e nelle falde oggi pesantemente compromessi».

Per Legambiente c’è anche un altro problema: «Il ritardo delle bonifiche rallenta anche le prospettive di sviluppo del progetto di chimica verde di Matrica», che è duramente contestato da alcuni comitati che accusano Legambiente di sostenere quello che considerano il nuovo cavallo di Troia del capitalismo internazionale: la green economy.

Ma cosa riguarda la bonifica del sito di interesse nazionale di Porto Torres? Lo spiega Legambiente nel suo dossier “Le bonifiche in Italia”: a partire dagli anni ’60, l’area agricola ad ovest di Porto Torres venne destinata ad un uso industriale, con l’insediamento di impianti per la chimica petrolifera di base. Poi il sito si è ampliato con la centrale elettrica E.ON, aree di stoccaggio di materie prime e prodotti petroliferi ed aree del consorzio Asi comprendenti industrie chimiche, meccaniche, stabilimenti laterizi, discarica e depuratore consortile.  Con la legge 179 del 2002 il sito delle aree industriali di Porto Torres viene inserito tra i siti di interesse nazionale da bonificare; poi con il decreto ministeriale del 7 febbraio 2003 il sito potenzialmente contaminato viene perimetrato e fu ampliato nell’agosto del 2005 arrivando a comprendere 4.600 etari (1.874 a terra e  2.741 in mare) dove operano 140 soggetti diversi.  Solo il petrolchimico copre una superficie di 1.100 ha, mentre l’E.ON circa 140, inoltre ci sono anche diverse aree di discarica, tra le quali ci sono le discariche per rifiuti industriali tossico-nocivi “Minciaredda” e “Cava Gessi” e di Calancoi dove per decine di anni sono stati conferiti rifiuti vari.

Il dossier spiega che tra il 2004 ed il 2006 si sono svolte le attività di caratterizzazione del sito «Per pianificare le indagini e le fasi successive di avanzamento della bonifica l’intera area venne suddivisa in 4 settori (A-B-CD), di cui il primo era legato alle attività prevalentemente produttive con la presenza degli impianti industriali, il secondo legato alla presenza della discarica di rifiuti speciali Minciaredda. Dalle numerose analisi svolte dall’Arpa (migliaia di campioni sono stati prelevati in questi anni), le sostanze che maggiormente hanno contaminato la matrice suolo sono i metalli pesanti e gli idrocarburi leggeri e pesanti; per le acque di falda risulta una contaminazione diffusa da metalli, solventi clorurati (anche cancerogeni), idrocarburi e spesso da prodotto surnatante (la frazione separata organica immiscibile con l’acqua, in alcuni casi profonda diversi metri). Per le acque ed i sedimenti marini si sono riscontrate elevate contaminazioni da reflui industriali e civili, idrocarburi pesanti e, puntualmente, da mercurio e cadmio. Il quadro che emerge dalle analisi, da un punto di vista ambientale, è di grave e accertata contaminazione delle diverse matrici ambientali».

La Relazione sui siti contaminati in Italia, approvata nel dicembre 2012 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, descrive  l’avanzamento dell’istruttoria di bonifica: «L’area perimetrata è stata oggetto di Messa in sicurezza di emergenza (Mise), caratterizzazione delle matrici ambientali e bonifica delle matrici risultate contaminate. La percentuale di avanzamento dell’iter di risanamento vede una situazione così ripartita: il 66% delle aree è stata oggetto di messa in sicurezza di emergenza; il 77% dei piani di caratterizzazione delle matrici sono stati presentati; per il 68% delle aree sono stati presentati i risultati delle analisi; per il 58% delle aree è stato presentato il progetto di bonifica successivamente approvato; nessuna bonifica è stata realmente conclusa e quindi nessuna area risulta restituita agli usi legittimi».

Il quadro che emerge è quello di una  contaminazione su larga scala:  all’interno del settore C, nello stabilimento petrolchimico Syndial, i terreni dell’area destinata allo stoccaggio delle palte fosfatiche hanno una concentrazione di radionuclidi naturali superiore al fondo naturale per quanto riguarda l’Uranio 238, l’Uranio 235 ed il Torio 232, nella stessa area si sono riscontrate potenziali contaminazioni da materiale contenente amianto; Nel settore A del petrolchimico (area Ineos Vynils SpA) ci sono forti contaminazioni da idrocarburi leggeri, pesanti, alifatici clorurati cancerogeni fino alla profondità di quasi 25 m dal piano campagna; Per le aree di discarica i problemi maggiori sono dovuti alla mancanza di impermeabilizzazione, , con conseguente contatto e miscelazione tra il percolato prodotto e la falda sottostante; Per le aree a mare la situazione è compromessa sia da scarichi dei reflui industriali e civili che dall’inquinamento prodotto dal traffico marittimo e dalle attività industriali. «Le analisi hanno rilevato anche una presenza diffusa di idrocarburi pesanti nei sedimenti marini – evidenzia il rapporto – La massiccia presenza di benzene nella porzione della darsena e dello specchio di mare prospiciente l’area Syndial ha portato le autorità competenti ad emettere divieto di accesso alle aree per la salvaguardia della salute dei lavoratori locali.

Diversi approfondimenti sanitari nella zona hanno osservato un’elevata mortalità per tumore ai polmoni, per le malattie alle vie respiratorie e per malformazioni congenite. La Commissione parlamentare d’inchiesta raccomanda la conduzione di indagini di prevalenza delle malattie respiratorie in bambini e adulti e l’analisi di fattibilità di una coorte residenziale nel comune di Porto Torres».

Eppure in questa drammatica situazione ambientale, sanitaria e sociale, diversi gruppi e forze politiche si oppongono alla reindustrializzazione ed alla realizzazione del polo di chimica verde, sognando un improbabile ritorno ad un’Arcadiapastorale-contadina-turistica che dovrebbe essere realizzata su queste terre avvelenate. Il peggior nemico del movimento che dice no alla chimica verde è diventato chi, come Legambiente, ricorda che «Porto Torres è una di quelle aree industriali costruite negli anni del boom economico in luoghi impensabili oggi – si trova a poca distanza da quello che sarebbe diventato poi il Parco nazionale dell’Asinara – e che, dopo aver disseminato veleni mai bonificati nell’ambiente e nelle vite di tante persone, si trova in stato comatoso, con impianti che con un implacabile effetto domino chiudono uno dopo l’altro». È proprio in quest’area industriale che si trova l’impianto della Vynils che scatenò una delle più eclatanti lotte dei lavoratori, quella dei cassintegrati che si auto-reclusero nell’ex carcere di massima sicurezza dell’Asinara.

Gli ambientalisti sottolineano che «Quest’area industriale è in una profondissima crisi, come succede in altre parti della Sardegna (Sulcis, Ottana, etc.) o del resto d’Italia (Marghera, Piombino, Brindisi, Augusta-Priolo-Melilli, Gela, etc.), ma grazie anche al clamore mediatico suscitato da quella protesta degli operai è oggi oggetto di un importante investimento di Eni e Novamont per costruire una bioraffineria per la produzione di bioplastiche, biolubrificanti, e bioadditivi per la filiera dei pneumatici, non più dai residui del petrolio ma dagli scarti agricoli». Per Legambiente si tratta di «Una grande svolta che si concretizza con la chiusura del vecchio petrolchimico e la sua sostituzione con un impianto di chimica verde, tra i più innovativi al mondo, fondamentale anche per rispondere alle legittime tensioni sociali alimentate da chi in questi anni ha perso il posto di lavoro».

Il dossier del Cigno Verde conclude: «Come per le altre realtà dei siti inquinati del nostro paese, la bonifica del sito di Porto Torres è ben lontana dall’essere realizzata. La complessa procedura che porta a questo obiettivo non deve essere un’attenuante sul fatto che il problema principale è sempre stato, e rimane tutt’ora, la volontà di portare a termine la bonifica da parte dei soggetti individuati responsabili dell’inquinamento».