Ambientalisti indisciplinati: il ruolo dell’ecologia politica nell’Antropocene

Intervista a Marco Armiero, direttore dell’Environmental Humanities Laboratory al Royal Institute of Technology di Stoccolma

[29 giugno 2016]

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L’ecologia politica nacque più di quarant’anni fa, quando il termine fu coniato dall’antropologo Eric Wolf. Come si è evoluta questa disciplina – e il suo oggetto di studi – nell’arco di quasi mezzo secolo?

«Mi è un po’ difficile rispondere brevemente a questa domanda. La Political ecology è andata in molte direzioni. Posso solo fare qualche considerazione molto generale. Tanto per cominciare l’ecologia politica non si è trasformata in una disciplina, malgrado sia cresciuta e si sia rafforzata accademicamente. A me pare che l’ecologia politica sia rimasta invece un campo di studi dove studiosi di diverse provenienze si possono incontrare e collaborare intorno a un’agenda di ricerca. Non nego che la geografia ha occupato una parte consistente dell’ecologia politica, assumendo per molti aspetti un ruolo guida che tuttavia non ha compromesso la pluralità disciplinare di questo campo di studi. Dopo un’iniziale attenzione per il mondo rurale – dopotutto l’ecologica politica nasceva con una riflessione sulla degradazione del suolo – ha iniziato a dedicare grande attenzione agli ambienti urbani, con l’emersione della cosiddetta Urban Pe. Si sono moltiplicati così studi sul metabolismo urbano e la gentrification. Di fronte all’emersione dell’Antropocene come nuova narrativa globale, i political ecologists hanno fatto sentire la loro voce ritornando alle vere radici del loro progetto intellettuale, ovvero, la necessità di ri-politicizzare l’ecologia di fronte alla sfida di una narrativa che rischia di naturalizzare le ineguaglianze e annullare ogni responsabilità. È dal’ecologia politica che è maturata la più radicale critica all’Antropocene con la proposta di Jason Moore di parlare di Capitalocene invece che di “età degli umani”».

Entitle, il network europeo dell’ecologia politica, è un progetto finanziato nell’ambito del 7°  Programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico Ue: come si confronta con una realtà politica sfaccettata e in divenire come quella l’Unione europea?

«Entitle è stata la più bella esperienza che mi sia mai capitata nella mia carriera accademica. Abbiamo messo insieme un gruppo di ricercatori con una forte sensibilità per quello che sta accadendo lì fuori, al di là delle mura dell’accademia. Co-produzione del sapere, ricerca e attivismo, impegno politico e lavoro accademico sono stati temi ricorrenti delle nostre discussioni. La prima cosa che vorrei dire è che occorre essere liberi. Non c’è cosa peggiore che l’auto-censura. Abbiamo fatto un progetto radicale,  potremmo dire militante, ed abbiamo vinto. Questo dimostra che non bisogna rinunciare alle proprie idee e che c’è spazio in Europa per un pensiero critico e profondamente radicale».

A Stoccolma 500 studiosi, attivisti e artisti si sono recentemente riuniti proprio per “Undisciplined environments, la conferenza internazionale dell’European network of political ecology (Entitle). Lei era nel comitato scientifico della conferenza: quali sono i principali elementi emersi dopo 5 giorni di confronto?

«Undisciplined environments è stata anzitutto una scommessa. Volevamo rompere il canone della classica conferenza accademica e credo che ci siamo riusciti. Alla conferenza hanno partecipato artisti, film-makers, attivisti, oltre che a studiosi e studiose da ogni parte del mondo e da discipline diverse. Raramente ad una conferenza partecipano e si sentono a casa studiosi di letteratura, sociologi, geografi, storici, filosofi, scienziati politici, insieme con attivisti e artisti. Non potevamo essere più contenti. Essere indisciplinati significa anche questo: rompere il canone, accettare altri linguaggi, consentire di esprimersi con altri mezzi. Alla conferenza c’è stata una forte presenza indigena, con tre keynote speakers. Anche di questo siamo fieri. Nei giorni immediatamente dopo l’omicidio di Berta Caceres in Honduras, la nostra conferenza ha voluto dire chiaramente da che parte stiamo come studiosi. L’esigenza di decolonizzare i saperi – sia nel senso del predominio nord occidentale sia come risposta all’imposizione del capitalismo globale come ideologia – è stato uno dei fili conduttori della conferenza. Dalle resistenze contro le imprese minerarie alle esperienze di autogoverno e commoning – ovvero creazione di nuovi commons e istituzioni del comune – la conferenza ha restituito un quadro non solo della crisi ma anche delle possibili alternative».

«Se l’Antropocene è l’era del capitalismo, come possiamo immaginare lo scenario di una liberazione ecologica post-capitalista?». In un contesto internazionale dove si professa la fine delle ideologie, a Stoccolma l’ecologia politica si pone questi interrogativi. Quali vie d’uscita propone?

«Devo confessare che non sono molto a mio agio con questa domanda. Intendiamoci, sono convinto che la ricerca debba servire ad affrontare i problemi del presente e come studioso non ho nessun problema a schierarmi e a battermi, magari anche per le cause perse. Il fatto è che non credo che siano i professori che debbano dettare l’agenda politica. Oggi c’è una grande e a mio parere salutare pressione perché la ricerca affronti quelle che sono chiamate nel linguaggio delle fondazioni e dell’Unione europea the big societal challenges, le grandi sfide della società. La cosa mi sta benissimo se significa lasciarsi interrogare dalle domande del presente, combattere le ingiustizie, raccontare le storie che nessuno ha voluto raccontare. Ma non credo che siano gli studiosi a dettare l’agenda.

Piuttosto devono imparare ad ascoltare e avere gli occhi aperti sulle tante esperienze, pratiche e saperi che sono prodotti lì fuori, oltre i muri delle nostre università. Con il progetto Justainability abbiamo cercato proprio di fare questo. Con partner accademici e non in Brasile, Sud Africa, Portogallo, India, Spagna, Turchia e Italia ci proponevamo di studiare le soluzioni che sono maturate nelle esperienze di lotta come risposta alla crisi socio-ecologica. In qualche modo questa è forse la proposta che è poi la vera base dell’ecologia politica: ri-politicizzare l’ecologia, riprendersi lo spazio del politico inteso come spazio dell’alternativa tra opzioni diverse, in opposizione ad una universalistica sostenibilità che non si sa mai cosa sostenga.

Occorre essere indisciplinati, ovvero non farsi disciplinare, per immaginare un mondo oltre il totalitarismo del pensiero unico. Dopo la conferenza, in tanti hanno iniziato a usare questa espressione, ‘indisciplinare la ricerca, indisciplinare l’ambiente’. Mi sembra un ottimo punto di partenza. Non lasciamoci disciplinare dal capitale globale, dal linguaggio neutrale degli esperti, dall’università tardo-liberale del publish or/and perish (pubblica o/e muori, ndr). Credo che sia tempo per cambiare il noto adagio: “per diventare un bravo ricercatore occorre tanto impegno e molta indisciplina”».