Davos: non è nell’economia il più grave rischio globale, ma non ce ne siamo accorti

I risultati (ignorati) del nuovo Global risk report elaborato per il World economic forum. In cima alla lista ambiente e disuguaglianza

[13 gennaio 2017]

Il gotha della politica e dell’economia internazionale sta per riunirsi ancora una volta a Davos per il World economic forum (17-20 gennaio). Ad aspettare gli invitati ci sarà finalmente neve, in Svizzera, imbiancata in questi giorni. Non era scontato: nel Paese elvetico l’industria sciistica ha appena chiuso il suo peggior dicembre da 100 anni a questa parte, aspettando invano l’arrivo dei candidi fiocchi sulle piste da sci. Da esotica quanto lontana emergenza, il cambiamento climatico ha già spalancato le porte d’Occidente per appollaiarsi comodamente nel bel mezzo del salotto.

Anche il Global risk report 2017, appena presentato al Wef, non può che tenerne conto. Dei cinque maggiori rischi globali in termini d’impatto che i 750 esperti assoldati dal World economic forum hanno individuato, 4 hanno a che fare con l’ambiente: eventi climatici estremi, crisi idriche, disastri naturali, fallimento nella mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Al primo e terzo posto dei rischi che con maggiore probabilità il pianeta dovrà affrontare quest’anno figurano ancora una volta crisi ambientali: eventi climatici estremi e disastri naturali. Nel mezzo figurano le “migrazioni involontarie su larga scala”, a loro volta pesantemente influenzate dalle condizioni ambientali presenti nei Paesi d’origine. L’Italia è in prima fila nell’affrontare il fenomeno: secondo il Max Planck Institute le ondate di calore in Nord Africa e Medio Oriente – un’area dove oggi vivono 500 milioni di persone –quintuplicheranno entro il 2050, «contribuendo sicuramente alla pressione migratoria».

A peggiorare non poco la situazione contribuiranno le tensioni sociali che si stanno già accentuando in Occidente: «La crescente disuguaglianza di reddito e di ricchezza e la crescente polarizzazione sociale sono stati classificati prima e terza, rispettivamente – comunicano dal World economic forum – tra le tendenze di fondo che determineranno gli sviluppi a livello mondiale nei prossimi dieci anni». Allo stesso modo, per il 2017 l’alto tasso di disoccupazione (o sottoccupazione) strutturale risulta come il rischio più interconnesso con l’instaurarsi di una profonda instabilità sociale – le cui conseguenze a livello politico, dall’elezione di Trump al progredire dei movimenti populisti in Europa – si stanno già realizzando. L’Italia è al centro di queste tendenze: da vent’anni a questa parte nel nostro Paese la disuguaglianza di reddito è aumentata più che in ogni altra nazione Ocse, e l’80% degli italiani ritiene indispensabile ritrovare maggiore equilibrio. Eppure il tema non sembra essere in cima all’agenda politica.

Ad esacerbare un contesto già drammatico, prevedono gli esperti di Davos, sarà sempre più anche la disoccupazione tecnologica. «Senza una corretta gestione e riqualificazione dei lavoratori, la tecnologia eliminerà posti di lavoro più velocemente di quanti sarà in grado di crearne», avvisa Cecilia Reyes, Chief Risk Officer dello Zurich Insurance Group. Da una parte intelligenza artificiale e robot permetteranno di affrontare alcune delle grandi sfide della nostra epoca – tra cui il cambiamento climatico e la crescita della popolazione – in modo più efficace, ma molti in questa corsa delle macchine verranno lasciati indietro se non verranno assicurate le necessarie tutele (e non solo adeguata istruzione).

Eppure l’élite globale che fa perno a Davos dovrebbe aver ben presente la situazione. Spulciando le varie edizioni del Global risk report redatte dall’inizio della crisi (2007), si nota come i rischi finanziari non siano più stati valutati come i più probabili dal lontano 2010, e non figurino neanche tra i più devastanti in termini di impatto a partire dal 2015. Al loro posto troviamo soprattutto disuguaglianza economica e catastrofi ambientali. Forse non tutti se ne sono accorti, soprattutto a Davos.