Anche il Cnr punta sul riciclo delle scorie siderurgiche

«Ci troviamo di fronte all’opportunità di preservare e conservare i siti di estrazione di ghiaia, sabbia e pietrisco che vengono continuamente depauperati, causando notevoli danni ambientali»

[11 luglio 2018]

Ogni attività manifatturiera (e non solo) produce rifiuti, siderurgia compresa naturalmente. Per produrre 1 milione di tonnellate d’acciaio da altoforno si arriva ad avare anche mezzo milione di tonnellate di scarti; i più sostenibili forni elettrici che lavorano rottame – e dunque costituiscono veri e propri impianti di riciclo – hanno un rapporto prodotto-scarto che varia a seconda di numerosi fattori come tecnologia, tipo di acciaio e additivi impiegati, ma viaggiano attorno a un rapporto 1 contro 0,20-0,30, ovvero 2-300mila tonnellate di scarti ogni milione di tonnellata di prodotto. La buona notizia è che larga parte dei rifiuti e scarti di processo dell’industria siderurgica sono (sarebbero) riciclabili, e in primis le scorie.

Come spiegano dal Consiglio nazionale delle ricerche, da ultimo la sinergia tra la start-up friulana Fmp di Pordenone e tre Istituti Cnr (Igag, Irsa e Ism) ha prodotto dei risultati molto importanti nell’ambito del recupero di scorie da siderurgia, descritti in un brevetto di proprietà dell’azienda (per il quale al Cnr spetta, in caso di cessione del brevetto, il 5% del valore di vendita): «Oggi il processo è in grado di isolare perfettamente la scoria e renderla simile ad un inerte in modo da poter essere utilizzata in grande quantità nei calcestruzzi e soprattutto in quelli strutturali “faccia a vista”».

«Le scorie, una volta rivestite da una miscela di cementi economici opportunamente studiati, risulta avere – spiega Girolamo Belardi, ricercatore del Cnr-Igag di Roma – le caratteristiche tipiche di un inerte naturale e possiede quindi le proprietà per un loro corretto utilizzo nella preparazione di calcestruzzi strutturali. Il manufatto finale ha proprietà di resistenza meccanica comparabile a quella ottenibile con un calcestruzzo tradizionale e senza meccanismi di rilascio di acqua, rendendo i manufatti molto stabili alle escursioni termiche. Attualmente siamo riusciti a produrre dei calcestruzzi strutturali “faccia a vista” con percentuali di sostituzione dell’inerte naturale del 50% e comunque una sostituzione completa dell’inerte naturale per la porzione del fuso granulometrico superiore ai 4 mm. Siamo fiduciosi di arrivare ad una percentuale di scorie nei calcestruzzi strutturali del 70%-80% senza l’utilizzo di additivi chimici speciali. Un risultato inatteso agli inizi del nostro lavoro».

Una tecnologia che sta già ricevendo l’attenzione di molti gruppi industriali internazionali che operano nel settore del riciclo di scorie, e da parte di produttori di materiali per l’edilizia: «Ci troviamo di fronte ad una opportunità di considerare la scoria come una risorsa, in grado – argomenta Diego Zonta, senior advisor della Consulfin di Pordenone, promotore delle iniziative che avrebbero poi portato alla definizione del progetto in collaborazione con il Cnr –  di preservare e conservare i siti di estrazione di ghiaia, sabbia e pietrisco che vengono continuamente depauperati, causando notevoli danni ambientali. Un danno evitabile in considerazione del fatto che la scoria rivestita ha un comportamento simile all’inerte naturale».

Non si tratta del primo esempio di tecnologia innovativa nel settore. All’interno del Sin di Piombino – dove la produzione d’acciaio ha una storia industriale decennale (per non scomodare gli Etruschi), e dove le scorie siderurgiche da gestire non mancano – opera ad esempio Rimateria, segnalata dalla Commissione europea come un’iniziativa locale di economia circolare d’eccellenza, che all’interno della propria mission statutaria ha il riciclo e lo smaltimento in condizioni di sicurezza dei rifiuti giuridicamente definiti come speciali e pericolosi derivanti dai processi produttivi; vista l’ubicazione dell’azienda, il riciclo di scarti e scorie siderurgiche rappresenta una potenzialità di rilievo.

La tecnologia per riciclare le scorie siderurgiche dunque potrà essere ancora perfezionata, ma già esiste ed è un’opzione praticabile, economicamente oltre che ambientalmente sostenibile. Tutto dipende adesso dalla volontà di applicarla sul serio, magari utilizzando i materiali riciclati nella realizzazione delle opere pubbliche tecnicamente compatibili – che abbondano –, e nella disponibilità dei territori direttamente coinvolti a dare gambe a questa filiera dell’economia circolare.