Ancora inchieste in Toscana, i rifiuti speciali fanno scandalo ma non notizia

Nel mirino 14 imprenditori, 4,2 milioni di euro di «arricchimento illecito» e 81mila tonnellate di rifiuti speciali. In Regione se ne producono in un anno 10 milioni di tonnellate: che fine fanno?

[14 settembre 2016]

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È deflagrata ieri l’ultima indagine, partita nel 2014, sui rifiuti speciali in Toscana: 120 forestali distribuiti tra la Toscana, il Veneto e la Basilicata e 250 militari della Guardia di Finanza hanno dato esecuzione a quanto stabilito dal Gip (Giudice per le indagini preliminari) di Firenze, su richiesta della locale Procura distrettuale antimafia. A fine giornata, un provvedimento cautelare ha raggiunto sei imprenditori (5 toscani e un veneto) titolari di aziende operanti nel settore della lavorazione dei rifiuti speciali; ad altri otto (originari della Toscana, Campania e Veneto) sono state notificate misure interdittive per l’esercizio di imprese o di ufficio direttivi delle persone giuridiche o di impresa. In totale sono stati sequestrati (tra disponibilità finanziarie e beni mobili ed immobili) oltre 7 milioni di euro.

Due i filoni dell’indagine. Nel primo, spiegano dalla Finanza, responsabile dell’attività delittuosa è risultata essere un’impresa di Pescia «che, interponendosi tra due importanti cartiere della Lucchesia (produttrici appunto di pulper) e vari impianti di smaltimento (discariche e inceneritori) ubicati in varie province italiane (Lucca e Livorno in Toscana, ma anche Terni e Brescia), si arricchiva illecitamente facendo figurare solo fittiziamente di aver proceduto alla “ripulitura” degli scarti industriali non trattandoli invece correttamente».

Il secondo filone di indagine si è focalizzato invece «sull’attività di una società pisana che, riuscendo a praticare prezzi particolarmente competitivi, era divenuta leader nel trattamento dei prodotti reflui originati da diversi depuratori di fanghi industriali della Toscana», ponendo così in essere una «concorrenza sleale nei confronti di altre aziende del settore. Attraverso la connivenza di alcuni proprietari agricoli, riversava sui loro appezzamenti di terreni, circa 800 ettari, ubicati nei comuni di Peccioli (PI), Palaia (PI), Laiatico (PI), Chianni (PI), Pontedera (PI), Crespina Lorenzana (PI), Fauglia (PI) e Montaione (FI), fanghi altamente nocivi».

Nel primo caso i rifiuti speciali oggetto d’indagine ammontano a «circa 36 mila tonnellate», mentre «l’arricchimento illecito» ad oltre «2,2 milioni di euro a cui deve aggiungersi i circa 75.000 euro di illeciti risparmi dovuti alla mancata corresponsione della ecotassa regionale». Nel secondo caso, i rifiuti speciali considerati sono «pari a 45.000 tonnellate», mentre i «proventi illeciti» arrivano «a circa 2 milioni e mezzo di euro». Dunque, in totale circa 81mila tonnellate di rifiuti speciali (ovvero derivanti da attività produttive e di servizio) e 4,2 milioni di euro.

Cosa significano questi numeri? Per constestualizzarli è bene dare un’occhiata al quadro generale. La Toscana, con le sue industrie, è la Regione del Centro Italia con la maggior produzione di rifiuti speciali, 10 milioni di tonnellate (dato 2014), 444mila delle quali sono rifiuti pericolosi. Si tratta di numeri ufficiali provenienti dalle banche dati Mud; solo una parte delle imprese è però dovuta a compilare il Modello unico di dichiarazione ambientale, con il risultato che il dato sottostima la produzione effettiva.

Prendendolo comunque per buono, 10 milioni di tonnellate rimangono comunque moltissime, 4 volte l’ammontare dei rifiuti urbani. Chi se ne occupa? Si tratta della faccia nascosta della nostra economia, di industrie che creano Pil e lavoro, ma che troppo spesso non vogliamo vedere: il rifiuto del rifiuto.

Sul territorio toscano non sono presenti sufficienti impianti per farsi carico dei rifiuti speciali prodotti in loco. L’apice del paradosso riguarda i rifiuti pericolosi: in Toscana ci sono zero discariche ad hoc per smaltirli in sicurezza. Ma anche guardando ad esempio al pulper delle cartiere, oggetto dell’inchiesta in corso, l’ultimo Prb elaborato dalla Regione Toscana specifica come sia «destinato per il 62% fuori Regione e quasi esclusivamente a impianti di recupero energetico, mentre nel territorio regionale è stato destinato principalmente alla produzione di Cdr e a discarica».

Per avere un’idea più chiara della situazione toscana è possibile confrontare anche il numero di aziende autorizzate al trasporto dei rifiuti (circa 3mila), quelle al trasporto dei rifiuti pericolosi (circa 700), e quelle al trattamento e stoccaggio (circa 20!). Visti i numeri di cui sopra, i rifiuti che traboccano da questo circuito dove andranno? Fuori Regione nel migliori dei casi, preda delle cosiddette ecomafie in tutti gli altri.

Capita così che ogni tanto qualche delinquente venga pizzicato, ed è giusto che – terminati i vari gradi di giudizio – paghi salato l’inquinamento e i danni provocati; allo stesso modo, a volte capita che a finire nel mirino siano imprenditori onesti (ce ne saranno, se la Toscana si «candida a essere una regione traino a livello europeo» nell’economia circolare?), impastoiati in un vortice di norme sibilline e impianti mancanti. Per chiudere davvero il cerchio sarebbe necessario riconoscere che sappiamo pochissimo su quali e quanti flussi di materia attraversano la nostra economia, e che colmare questa lacuna è l’unica via per una loro gestione davvero sostenibile. Il pubblico dibattito si infiamma invece solo quando si parla di rifiuti urbani (e neanche: solo di quelli oggetto di raccolta differenziata). Fino alla prossima inchiesta.