Per la multinazionale aliquota fiscale allo 0,005%. Per le imprese italiane al 31,4%

Apple e la mela avvelenata dell’innovazione: ricerca pubblica e utili privati, esentasse

Mariana Mazzucato: «È lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così smart»

[30 agosto 2016]

apple innovazione iphone irlanda mazzucato

Dopo due anni d’indagini, la Commissione europea è giunta alla conclusione che uno stato membro dell’Ue – l’Irlanda – ha concesso «vantaggi fiscali indebiti per un totale di 13 miliardi di euro» alla Apple a partire dal 1991, un intervento definito «illegale ai sensi delle norme Ue in materia di aiuti di Stato», anche se riconosciuto con 25 anni di ritardo. Nonostante il ministro delle Finanze irlandese abbia dichiarato un «profondo disaccordo con la Commissione», la commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha sottolineato che il trattamento di favore garantito da Dublino alla Apple abbia creato un regime praticamente esentasse. L’aliquota effettiva dell’imposta sulle società pagata dalla multinazionale sugli utili registrati in tutto il territorio europeo era pari all’1% nel 2003, fino ad arrivare «allo 0,005 per cento del 2014». Per offrire un metro di paragone, la stessa aliquota – il cosiddetto corporate tax rateper le imprese italiane arriva nel 2016 al 31,4%.

Dunque, è quanto chiede la Commissione, adesso l’Irlanda deve «recuperare da Apple le imposte non versate per il periodo a partire dal 2003, per un totale di 13 miliardi di euro più interessi […] Il periodo interessato dal recupero termina nel 2014, poiché Apple ha modificato la sua struttura in Irlanda a decorrere dal 2015 e il ruling del 2007 non è più applicabile». Già si annunciano ricorsi, e il recupero delle dovute entrate fiscali che rimane tutt’altro che certo ed agevole. Il pronunciamento della Commissione rimane però un passo storico nel tentativo di limitare lo strapotere di multinazionali che paiono ormai al di sopra delle regole democratiche, con la piaggeria degli Stati di diritto stessi.

La stessa, adulatoria sottomissione che crescenti masse sembrano riservare ai guru di tali multinazionali; freschissimo, al proposito, è l’esempio offerto dalla visita di Mark Zuckerberg – fondatore e ad di Facebook – nel nostro Paese.

Possibile che questi moderni dei del digitale nulla debbano, oltre a carità e beneficienza, ai loro clienti e/o adepti? Come documentato con forza argomentativa dall’economista Mariana Mazzucato nel suo Lo Stato innovatore, tanto per rimanere in casa Apple, è lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così ‘smart’: internet, touch screen e gps. Tanto che oggi su Twitter (al dominio della Silicon Valley non è dato fuggire, anche per quanti la criticano), l’economista rincara la dose: «La Apple ha ricevuto aiuti di Stato legali dallo Zio Sam  (la tecnologia contenuta negli iPhone) e aiuti illegali dall’Irlanda».

In cosa consistono tali aiuti legali? «Se Renzi fosse andato alla Apple Inc. – scriveva già due anni fa la Mazzucato su la Repubblica – avrebbe trovato designer straordinari come sir John Ives che lavorano accanitamente insieme a team di grande talento, ma di ricerca e sviluppo ne avrebbe trovata poca. La ragione è che la Apple storicamente ha messo insieme, con un brillante senso del design e della semplicità, tecnologie già esistenti. Tecnologie finanziate dallo Stato. Nel caso dell’iPhone, Internet, il Gps, il sistema di comando vocale Siri e lo schermo tattile, tutti finanziati dai contribuenti».

In un mondo dilaniato da crescenti disuguaglianze economiche, non è pensabile che gli enormi profitti incassati dalle multinazionali mettendo a frutto tecnologie prodotte da innovazione pubblica rimangano tutti in tasche private. Evitare che ciò avvenga dovrebbe, presumibilmente, esser compito della moderna sinistra.

Il 99% della popolazione globale ne trarrebbe beneficio, e forse anche il Pianeta stesso. Il perché è presto detto. Come ha spiegato a greenreport Paul Ekins, direttore dell’Institute for Sustainable Resources all’University College London, che ha lavorato insieme alla Mazzucato, gli argomenti sullo Stato innovatore portati dall’economista «sono ancora più importanti per la sostenibilità ambientale», perché «lo Stato ha un ruolo fondamentale per influenzare l’innovazione e le strade che può prendere. Da sola, l’innovazione va nella direzione dove si possono fare più velocemente soldi, gli innovatori vogliono profitti. Da sola, l’innovazione è cieca al resto. Se voglio un’innovazione verde, che aumenti l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, serve una politica per indirizzarla». Perché ci sia innovazione, e innovazione verde, servono soldi. Per chi ne ha accumulati molti grazie all’innovazione finanziata dal contribuente – come la Apple – è giunto il momento di pagare, nell’interesse della collettività. Una multa non basta, è necessario mettere mano all’intera architettura fiscale, e l’Unione europea ha (per il momento) la giusta dimensione per far valere la sua voce nel mondo. I cittadini paganti, c’è da scommetterci, appoggerebbero questa battaglia per l’uguaglianza e la sostenibilità.