Le imprese “green” sono ormai il 42% del totale, ma non mancano le difficoltà

Apre Ecomondo, la politica plaude all’economia verde. E nel mentre le toglie ossigeno

Ronchi, si avvita il mercato delle rinnovabili: nel 2014 crollo del 71% degli investimenti

[3 novembre 2015]

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Insieme a Ecomondo, la più importante fiera internazionale dedicata all’economia verde nel nostro Paese, si apre oggi il sipario sui nuovi Stati generali della green economy: 64 associazioni di imprese green, insieme ai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico (e con il supporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile) fanno massa critica a Rimini per delineare limiti e prospettive di quelle realtà produttive che spingono l’Italia verso uno sviluppo più sostenibile.

La Relazione sullo stato della green economy rappresenta l’occasione per tracciare un identikit più preciso di queste imprese, ormai una realtà consistente e suddivisa in due macro-entità: quella delle imprese core green (che producono beni o servizi ambientali o specificamente finalizzati ad elevate prestazioni ambientali) e le aziende go green (che hanno adottato modelli di gestione “verdi”). Dall’analisi proposta risulta che le imprese italiane core green sono il 27,5% del totale, quelle go green il 14,5%; in particolare, le imprese core green, prevalentemente piccole, sono arrivate al 35,4% del totale di quelle dell’industria, mentre le imprese go green nell’industria, anche fra le grandi imprese, sono ormai un numero consistente, il 25,8%. Guardando poi al profilo dell’impresa e dell’imprenditore green – spiegano dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile – emerge che la forma societaria predominante è la Srl o la Spa, si scopre che l’imprenditore verde è in prevalenza maschio, anche se la presenza femminile è più consistente nelle imprese green (il 24% contro il 20,9% nelle imprese tradizionali) e a sorpresa risulta che il verde si addice di più agli imprenditori tra i 40 e i 59 anni e che c’è addirittura un boom di ultrasessantenni nelle imprese core green (44% del totale). Le imprese green poi vincono sul fatturato: sono, infatti, più del 21% quelle che hanno visto aumentare il fatturato nel 2014 contro il 10,2% delle altre imprese. Anche sulle esportazioni è premiato il verde: le core green che esportano sono il 19,8%, le go green addirittura il 26,5% contro il 12% delle altre.

«Gli Stati generali – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che ha presenziato all’apertura di Ecomondo – sono il motore del futuro che c’è già, dell’economia sostenibile che sta trainando la ripresa italiana. La green economy sta contaminando virtuosamente il sistema produttivo. Siamo fra i primi in Europa per efficienza energetica, tra i primi produttori di energia da fonti rinnovabili e in questi giorni l’Onu ha certificato il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto per il nostro Paese. L’economia italiana si è rimessa in moto ma il carburante è finalmente verde».

Nonostante il commento entusiasta del ministro dell’Ambiente, per la green economy italiana non sono tutte rose e fiori, anche a causa delle politiche implementate proprio dall’esecutivo di cui il ministro fa parte.

«Dalla relazione presentata oggi – ha spiegato Edo Ronchi, del Consiglio nazionale della green economy – emerge che le imprese green sono ormai una parte decisiva e qualificante dell’economia italiana, la parte più dinamica del sistema produttivo italiano: le uniche in grado di qualificare, rendere consistente e duratura la ripresa anche economica del Paese. Non mancano tuttavia le difficoltà, come ad esempio nelle fonti rinnovabili. Dopo il crollo del 2014 della nuova potenza installata in Italia, il 2015, per il calo della produzione di energia idroelettrica e la bassa crescita delle altre rinnovabili, si prospetta, dopo anni di crescita ininterrotta, il primo anno di possibile calo della quota di produzione di elettricità da fonti rinnovabili e di aumento invece della produzione da fonti fossili».

Per alcuni settori in cui l’occupazione ha continuato a crescere, come nel campo dell’efficienza energetica (l’ecobonus per le ristrutturazioni ha mobilitato dal 2006 al 2013 22 miliardi di euro di interventi), in altri si è assistito recentemente a un brusco crollo. La crisi delle energie rinnovabili è un caso esemplare. «La nuova potenza elettrica da rinnovabili installata in Italia è crollata – illustra Ronchi – da 11.114 nuovi MW nel 2011 a soli 675 MW installati nel 2014 e il calo sta proseguendo anche nel 2015. Se non si cambia questo trend non si raggiungeranno i nuovi obiettivi europei per il clima». Nel 2014 in Italia c’è stato un crollo del 71% degli investimenti in rinnovabili, provocato dal taglio retroattivo degli incentivi che segue un rallentamento già verificatosi nel 2013, anno in cui l’Italia, con circa 95 mila occupati diretti e indiretti, aveva fatto segnare un saldo negativo rispetto al 2011 di ben 27 mila posti di lavoro (-22%). È il fotovoltaico ad avere la performance peggiore rispetto al 2011 (-82%), seguito dai biocombustibili (-40%). Non è disponibile ancora il dato del 2014, ma, considerato il crollo dei nuovi impianti, è realistico attendersi anche un ulteriore forte calo dell’occupazione.

Si sta così deliberatamente togliendo ossigeno all’economia verde, proprio quella che ha dimostrato di poter contribuire a ridisegnare in positivo il nostro modello di sviluppo e a reggere meglio i contraccolpi della crisi. Questo è quanto si sta delineando a causa di scelte fiscali sbagliate e politiche industriali mancate, nel settore dell’energia come in quello ben più negletto delle risorse naturali e della gestione dei flussi di materia. Al di là degli applausi di facciata da parte della politica all’economia verde, sempre unanimi e trasversali come, c’è da chiedersi se i decisori politici e le organizzazioni delle imprese siano davvero consapevoli di quanto stanno producendo.

L. A.