Austerità, l’Ue riconosce l’emergenza lavoro? Gallino a greenreport: «Finora solo misure scandalose»

Dal sociologo un’analisi spietata: alle banche 3.500 miliardi, ai disoccupati solo spiccioli

[4 luglio 2013]

Dall’Europa sembra finalmente arrivare un’apertura sull’emergenza lavoro. «Il presidente della Commissione europea Barroso – esulta l’esecutivo – ha infatti appena annunciato a Strasburgo per i Paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo, come l’Italia, una maggiore flessibilità di bilancio nel 2014 per investimenti produttivi e per rilanciare la crescita». Il governo italiano appare entusiasta, definendo il risultato come «forse il più importante di tutti nel rapporto con le istituzioni europee».

Lo slancio di ottimismo, però, frena subito non appena il cannone dei comunicati stampa smette di fumare. Secondo quanto comunicato da Barroso la deviazione dal deficit «deve essere collegata a spesa pubblica su progetti co-finanziati dalla Ue nell’ambito della politica strutturale e di coesione, delle reti trans-europee e della ‘Connecting Europe Facility’ con un effetto nel lungo termine positivo, diretto e verificabile sul bilancio». Una lettura positiva, un segnale di come il dogma dell’austerità stia diventando più debole anche all’interno del suo fortino europeo. Ma siamo lontani da una vera svolta, che probabilmente potrà arrivare soltanto dopo le elezioni tedesche, il prossimo autunno. I segnali che arrivano dalla Commissione, letti in quest’ottica, potrebbero apparire un poco più incoraggianti.

Per il momento, però, il muro del 3% del deficit pubblico sul Pil rimane ancora un totem invalicabile per la spesa dello Stato. I margini concessi dalla Commissione rimangono strettissimi. I Paesi “virtuosi”, ovvero quelli con un deficit al di sotto della fatidica soglia del 3% (come il nostro, da poco uscito dalla procedura d’infrazione), potranno liberarsi momentaneamente dall’obbligo del pareggio strutturale di bilancio per investire una certa somma in investimenti produttivi – che la Commissione dovrà valutare comunque «caso per caso» – ma senza sforare il 3%. Tradotto in euro, secondo le attuali previsioni (o meglio, speranze) del governo italiano potremmo riuscire a sgraffignare 6-8 miliardi di euro, che raddoppierebbero considerando che il cofinanziamento europeo, fino ad arrivare a circa 15 miliardi di euro. Si tratta di circa 1 punto percentuale di Pil.

Pochi spiccioli, ma sempre meglio di niente. Entro il 15 ottobre il governo dovrà così inviare alla Commissione la legge di stabilità precisando quali interventi vorrebbe finanziare con questo piccolo margine messo a sua disposizione. Sarà quindi molto importante riuscire a individuare pochi ma efficaci interventi da foraggiare: quelli che hanno come cuore un più efficiente utilizzo di risorse fisiche (materia ed energia) all’interno della macchina economica, così da riuscire almeno a imprimere una direzione definita e sostenibile alla “ripresa”.

Questo è quanto è dato fare dall’Europa, ad oggi. Ma non possiamo accontentarci per sempre delle briciole: il boccone ghiotto, quello della golden rule – ossia lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit – è ancora lontano, nonostante l’apertura della Commissione in un primo momento abbia fatto credere che si fosse avvicinato. «Bisognerà arrivarci prima o poi, aggirando il vincolo del 3%. Già negli stessi documenti della Commissione europea e del trattato chiamato impropriamente Patto fiscale c’è scritto che le situazioni di emergenza possono essere calcolate fuori bilancio»: appena prima che piombasse il fulmine a ciel sereno della Commissione, commentava così per greenreport.it il sociologo Luciano Gallino il possibile arrivo della golden rule, e il suo avvertimento ha oggi quasi un che di profetico. Ma potrebbe essere davvero efficace questo intervento? «Naturalmente dovrebbero essere investimenti diretti dello Stato o degli enti pubblici – precisa il sociologo – altrimenti il meccanismo non funziona».

Sul fronte dell’austerità fiscale, in ogni caso, in Europa c’è ancora molto da cambiare. «L’altra autentica follia è la decisione del rientro del debito pubblico fino alla soglia del 60%, nella percentuale di un ventesimo l’anno: si tratta di 50-55 miliardi di rientro l’anno. È del tutto chiaro – commenta Gallino per le nostre pagine – che, salvo una generazione o due di miseria come neanche durante l’ultima guerra è stata conosciuta, si tratta di un obiettivo del tutto irrealistico: si stenta a trovare pochi miliardi per magri interventi, e dovremmo trovarne 50 l’anno per vent’anni e passa. Senza contare che l’onere degli interessi è tale per cui in fondo il debito è impagabile, ma sembra che di questo non ne parli veramente nessuno». Eppure, per usufruire della deviazione dal pareggio strutturale di bilancio appena annunciata dalla Commissione, sarà necessario rispettare proprio il piano di rientro del debito.

«In una lettera inviata ai ministri delle finanze Ue il commissario europeo agli affari economici, Olli Rehn, ha spiegato – riporta il Corriere della Sera – che per usufruire della flessibilità nei vincoli di bilancio gli Stati beneficiari dovranno “rispettare la regola del debito pubblico” oltre a quella del deficit». Messa in questi termini, l’apertura della Commissione Ue appare più una truffa che un’opportunità. Per valutare l’effettivo passo avanti, tutto dipenderà dai margini interpretativi che questa nuova mossa europea garantirà ai governi nazionali per finanziare gli investimenti volti allo sviluppo economico.

Intanto, in Italia, a maggio, il tasso di disoccupazione ha toccato il nuovo record del 12,2%, mentre quella giovanile è al 38,5%. Contro l’emergenza lavoro, al momento, il piano del governo ha predisposto 1,3 miliardi di euro, a cui si sommano gli 1,5 europei per la youth guarantee. Davvero troppo poco, secondo Gallino.

«Nell’Unione europea – precisa il sociologo – ci sono attualmente 26 milioni di disoccupati e circa 120 milioni di individui a rischio povertà, secondo i criteri Eurostat – sui quali ci sarebbe pure da discutere – Dinanzi a cifre del genere sia quelle stanziate complessivamente dall’Unione europea che dal governo appaiono veramente insufficienti, tenendo poi conto che sono spalmate su diversi anni. Se tutto va bene, con tali risorse si possono creare alcune migliaia di posti di lavoro, a fronte dei 4 milioni di disoccupati italiani (che diventano 8 con i precari). Se si pensa che l’Ue ha spesa intorno ai 3.500 miliardi di euro per salvare le banche, dedicare così poche risorse all’occupazione è quasi ossessivo. Poteva anche essere necessario salvare le banche, dato che stavamo andando verso il disastro, però trovo la sproporzione tra le due somme scandalosa»