Pubblicato il nuovo rapporto su "I diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia"

Bambini, un settimo degli italiani nasce e cresce in povertà assoluta

Povertà, l’Istat smorza gli entusiasmi sull’occupazione: nel primo trimestre 2015 le ore lavorate sono diminuite

[18 giugno 2015]

povertà bambini italia

Più una risorsa è scarsa, maggiore dovrebbe essere il suo valore; in Italia spesso questo non accade, anche con i bambini. Per definizione, sono loro la maggiore risorsa per il futuro, di una famiglia come di una nazione. Eppure il numero delle nascite è in continuo calo, con un bilancio demografico tra nuovi nati e morti tornato schiacciato al livello raggiunto durante la prima guerra mondiale, nel 1917-18. Il Paese è cosciente di questo regresso? Sta reagendo?

Dai dati diffusi con l’ottavo rapporto su “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia“, presentato ieri alla presenza del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, emerge come il governo neanche si curi della quantità e qualità investita nelle risorse per l’infanzia. Come sottolineato dal Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo Crc, composto da 90 associazioni tra cui Caritas e Save the Children), dopo due decenni ancora non esiste «un monitoraggio a livello istituzionale, manca una strategia nazionale e una visione di lungo periodo nell’allocazione delle risorse. Le carenze, tuttavia, non sono solo di tipo economico, ma anche di raccolta e coordinamento delle informazioni».

Sta dunque ai dati volenterosamente messi in fila dal Gruppo Crc l’ingrato compito di tracciare un quadro dell’emergenza italiana, durante questi anni di crisi: non è facile digerire che in una della economie più floride al mondo, quale rimane quella italiana, 1 bambino su 7 nasca e cresca in una famiglia in condizioni di povertà assoluta, e 1 su 20 viva in aree ad alto rischio di inquinamento ambientale, con conseguente aumento dei rischi di mortalità.

Un doppio dramma, perché «è in questa fase precoce della vita che si pongono le basi per lo sviluppo delle capacità cognitive, dell’intelligenza emotiva, delle competenze sociali, della personalità, della relazione con noi stessi e con il mondo; sia che tale relazione si fondi sull’incertezza e la sfiducia o sull’apertura e la fiducia. Quanto accade, o viceversa quanto non accade, nei primi anni di vita ha effetti su tutta l’esistenza, tanto che si dice che “i primi anni durano per sempre”». I riflessi delle mancanze di oggi incideranno a lungo sulle possibilità dei singoli, e sull’apporto che potranno dare all’Italia come cittadini.

Nonostante i timidissimi tentativi fatti nel corso degli ultimi anni, la coordinatrice del Gruppo Crc Arianna Saulini di Save the Children Italia ricorda che la povertà minorile in Italia è in continuo aumento – dal 2012 al 2013 i minori in condizioni di povertà assoluta sono passati da 1.058.000 (10,3%) a 1.434.000 (13,8%) – e ribadisce l’urgenza di un Piano nazionale di contrasto alla povertà, che tenga in debita considerazione le famiglie con figli minorenni e che sia in grado di mettere a sistema in maniera organica le varie e frammentate misure messe in campo in questi anni.

«Ci sono bambini che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne compromettono lo sviluppo fisico, mentale scolastico, relazionale – sottolinea Saulini – Tra questi eventi, indicati come fattori di rischio, figurano condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure genitoriali inadeguate, violenza domestica ed esclusione sociale. Per questo chiediamo – aggiunge Saulini – che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni di vita del bambino». I costi che tutta la società dovrà sostenere per tentare di rimediare agli squilibri patiti dai bambini sono difatti altissimi, molto più ingenti di quelli per interventi “preventivi”.

Un contesto in cui torna prepotentemente in scena la necessità di introdurre misure di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, tra l’altro in prima fila anche tra le motivazione che spingono le coppie italiane a non avere figli. L’impegno della Caritas e di molte altre associazioni per l’introduzione di un reddito minimo in Italia, anche se non citato direttamente nel rapporto del Gruppo Crc, la dice lunga sull’urgenza di un’azione politica in tal senso.

E ancora più espliciti sono i dati Istat diffusi ieri su un altro fronte collaterale, quello dell’occupazione, dopo il consueto balletto di cifre. Nel primo trimestre 2015, nel complesso dell’industria e dei servizi, il monte ore lavorate è «diminuito in termini destagionalizzati dello 0,2% rispetto al trimestre precedente», mentre è rimasto invariato rispetto al 2014, nonostante gli incentivi intercorsi. I numeri si auspica miglioreranno in futuro, ma non sembra davvero questo il modo di governarne la crescita.