Caste d’Italia: come i problemi dei giovani 25-34enni italiani iniziano (e finiscono) in famiglia

Istat: «Le caratteristiche della famiglia di origine condizionano le possibilità di lavoro dei giovani»

[17 maggio 2017]

Il 68,1% dei giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 34 anni vive ancora nella famiglia d’origine secondo quanto comunicato oggi dall’Istat all’interno del proprio 25eismo Rapporto annuale, un documento nel quale per la prima volta l’Istituto indaga in profondità «per capire quanto il contesto familiare influisca sulla condizione occupazionale dei più giovani e sul loro investimento in formazione». Particolare attenzione è dedicata dall’Istat alla fascia d’età che va dai 25 ai 34anni, ovvero quella riguardante giovani per i quali si ritiene che la transizione alla vita “adulta” dovrebbe essere prossima se non già superata.

«È proprio tra i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni che diventano più evidenti – osserva l’Istat – le differenti possibilità di entrare nel mondo del lavoro dovute all’estrazione sociale della famiglia: nel complesso, circa il 30% vorrebbe lavorare e cerca lavoro in modo più o meno attivo (disoccupato o forza di lavoro potenziale), ma la quota varia da un minimo del 21,3% dei giovani che fanno parte di una famiglia della classe dirigente fino ad arrivare al 39,2% dei giovani che appartengono alle famiglie a basso reddito di soli italiani. Nel complesso, rispetto al 2008, tra i giovani di 15-34 anni ancora inseriti nella famiglia di origine è diminuita la quota di occupati (dal 39,1% al 28,7% del 2016) ed è aumentata soprattutto l’incidenza dei disoccupati e degli studenti».

Anche riguardo al tipo di occupazione svolta «le caratteristiche della famiglia di origine condizionano le possibilità di lavoro dei giovani. L’incidenza di occupati atipici (il 38,1% sul totale dei giovani di 15-34 anni che vivono ancora in famiglia) presenta valori differenti tra i gruppi, oscillando tra il minimo del 28,9% nel gruppo delle famiglie degli operai in pensione e il massimo del 47,2% nelle famiglie a basso reddito con stranieri».

È importante inoltre evidenziare che a livello statistico «il gruppo della classe dirigente è l’unico nel quale oltre un quarto dei giovani tra i 25 e i 34 anni risulta ancora inserito in un percorso formativo, al fine di conseguire titoli di studio più elevati da spendere sul mercato del lavoro». Una tendenza che trova spiegazione all’interno di un meccanismo di “ereditarietà nei livelli di istruzione”, documentato dall’Istat.

Infatti, quasi la metà dei genitori con figli 25-34enni ha la licenza media e solo l’11,3% la laurea, mentre tra i figli quasi la metà ha il diploma e il 25,7% un titolo universitario; è importante però notare che «l’incidenza di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni con almeno uno dei genitori con titolo universitario, pari in media al 27%, raggiunge livelli assai più elevati tra quanti conseguono una laurea nell’area scientifica (42,2%), in quella giuridica (41,0%) o in architettura (31,9%). La notevole quota di questi giovani con almeno un genitore laureato nell’area giuridica e in architettura lascia intravedere l’azione di processi di “ereditarietà professionale” sulle scelte formative». In ogni caso, è necessario evidenziare come questa “ereditarietà professionale” sembra inserirsi alla perfezione all’interno di un sistema socio-economico non in grado di valorizzare la competenze – abbondantemente finanziate dalle casse statali attraverso la pubblica istruzione – comunque acquisite dai giovani italiani: «Fra i giovani con titolo di studio medio-alto, oltre la metà (51,6% di quelli d’età compresa tra i 15 e i 34 occupati con diploma o laurea ancora in famiglia) è sovraistruito rispetto alla professione svolta e in questo caso diviene peggiore la situazione delle famiglie a basso reddito con stranieri in confronto a quelle della classe dirigente».

«È soprattutto l’analisi del tipo di professione svolta a rendere evidenti – osserva infine l’Istat – le diseguaglianze che derivano dal contesto familiare di appartenenza: l’incidenza dei giovani tra i 15 e i 34 anni che svolgono una professione qualificata varia da un minimo del 7,4 per cento per chi proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri fino a giungere al 42,1 per cento nei gruppi delle pensioni d’argento e al 63,1 per cento in quello della classe dirigente».

Il risultato finale che emerge dall’indagine è così un mix esplosivo di frustrazione, disuguaglianza e sistema castale, che finisce – a fronte di pochi fortunati – per relegare oltre 8,6 milioni di giovani 15-34enni a vivere insieme alla famiglia d’origine. Senza interventi urgenti e forti in materia, si perde così il capitale più importante a disposizione dell’intero Paese.

L. A.