Ogni anno prelevati oltre 1,6 milioni di metri cubi di materiali

Cave di inerti e pietre ornamentali, chi ci guadagna in Toscana?

Il rapporto sviluppato da Legambiente a livello nazionale si sofferma sui dati regionali

[14 febbraio 2017]

Quanti sono i materiali prelevate dalle cave toscane ogni anno, e con quali benefici per la collettività? Per rispondere a questa domanda Legambiente, all’interno del suo ultimo Rapporto dedicato, inizia osservando il numero delle cave presenti sul territorio regionale: ne risultano 380 attive e 1.208 tra abbandonate e dismesse. Secondo i dati più recenti le quantità di inerti (sabbia e ghiaia) estratti in Toscana ammontano a 1.104.739 metri cubi/anno, cui si sommano 531.748 metri cubi/anno di pietre ornamentali. Chi ci guadagna?

Per quanto riguarda invece le pietre ornamentali, Legambiente guarda al caso di Carrara: a fronte di un giro d’affari di 175.770.000 euro, il 9,3% arriva al Comune sottoforma di canone (18.900.000 euro). «Le Alpi Apuane – si legge nel rapporto – rappresentano un caso emblematico di convivenza fra il più grande comprensorio estrattivo di pietre ornamentali del mondo e il principale Parco Naturale della Regione Toscana. Ogni anno infatti nel solo distretto di Carrara si estraggono circa 1 milioni di tonnellate di marmo in blocchi e 4 milioni di detriti con effetti impressionanti non solo al livello paesaggistico. Il risultato dell’attività dei circa 100 siti estrattivi presenti è tutt’altro che invisibile: cime “mozzate”, crinali incisi, discariche minerarie (ravaneti) visibili a chilometri di distanza, milioni di tonnellate di terre di cava abbandonate, inquinamento delle falde acquifere. A questo si aggiunga la difficile convivenza a cui è sottoposta la popolazione dei comuni limitrofi esposta a polveri, rumore e vibrazioni causate dell’intenso traffico di mezzi pesanti. Oggi il Comune di Carrara incassa dal marmo meno di 20 milioni di euro l’anno, una bella cifra che però rappresenta una frazione di quanto incassato dalle imprese locali». In questo contesto i tentativi portati avanti per migliorare la situazione hanno portato a risultati insoddisfacenti: «Dal marzo 2015 infatti era stato deciso che le cave di marmo diventassero tutte pubbliche e di proprietà del Comune di Carrara e, grazie alla Legge Regionale 35, tutti i circa 90 siti estrattivi dovevano pagare il canone richiesto. La Legge prevedeva anche che al loro scadere le concessioni sarebbero state prorogate fino a 25 anni dall’approvazione del – la legge, alla condizione che i titolari delle cave, entro un biennio, avessero assunto l’impegno con tanto di convenzione a lavorare almeno il 50% del marmo estratto in loco, cioè nei territori delle Apuane. Purtroppo tutto ciò è stato nuovamente rivoluzionato con la sentenza della Corte Costituzionale del 20 settembre 2016 che ha accolto il ricorso presentato dal Governo».

«Il rapporto Cave nazionale, pubblicato da Legambiente – commentano da Legambiente Toscana il Presidente Fausto Ferruzza e il Responsabile parchi e biodiversità Matteo Tollini – conferma con la cruda evidenza dei numeri l’impatto pesantissimo che le cave di marmo hanno sul delicato e prezioso ecosistema delle Alpi Apuane. L’escavazione di 5 milioni di tonnellate all’anno di marmo (l’80% delle quali in detriti e polvere) da monti dichiarati Global Geopark dall’UNESCO, tutelati dalla rete europea Natura 2000 e dal Parco Regionale, non è più sopportabile. La Regione Toscana e il Presidente Rossi hanno l’urgente responsabilità di confermare scelte volte a tutelare la natura e il paesaggio. Per questo, è fondamentale adesso designare un presidente del Parco all’altezza del compito, rendere efficaci le task force per la sicurezza e la legalità nelle cave e far applicare tutti i dispositivi disciplinari del Piano Paesaggistico Regionale».

Per quanto riguarda invece il settore degli inerti, assumendo come prezzo di vendita dei materiali inerti la media tra quelli indicati dalle Camere di Commercio (circa 20 €/mc), Legambiente stima un entrata annua per la Regione derivante dai canoni per l’estrazione di sabbia e ghiaia pari a 553.474 €/anno, ovvero il 2,5% del volume d’affari annuo nel settore (pari a 22.094.780 euro). Una percentuale in linea con quella nazionale, pari al 2,3%. Se invece venisse applicato il canone richiesto altrove, ad esempio nel Regno Unito, gli introiti sarebbero ben più ingenti: 3.535.165 €/anno.

Ma quello dei canoni troppo bassi è solo uno dei problemi. Esaminando gli impatti ambientali delle cave toscane, dopo il caso della Apuane Legambiente si sofferma su quello di Campiglia Marittima e di San Vincenzo (LI), con 5 cave presenti sul territorio, dalle quali si estrae sia pregiato calcare microcristallino (materia prima ad oggi insostituibile per numerosi processi industriali) sia inerti invece perfettamente sostituibili con materiali riciclati, tanto più che l’attività siderurgica ha lasciato “in eredità” ingentissimi quantitativi di rifiuti speciali adatti allo scopo.

«L’area interessata (dalle cave, ndr) ricade all’interno di un SIC (Monte Calvi di Campiglia) e di un’area naturale protetta istituita proprio dal Comune di Campiglia Marittima per la particolare importanza naturalistica del territorio. Ad aggravare il contesto è la presenza, messa a rischio, del Parco Archeominerario di San Silvestro e della Rocca medievale», che ha portato a una «battaglia aperta tra ambientalisti e fautori del Parco contro i piani di cava di Monte Calvi dell´Amministrazione, che prevedono che l´attività estrattiva del calcare per le acciaierie di Piombino prosegua fino al 2018 […] L’aspetto più assurdo è che la cava inizialmente sfruttata solo per le necessità all’interno del ciclo siderurgico delle fabbriche di Piombino (dove l’altoforno è spento dal 2014 e l’attività rimasta ad oggi prosegue a singhiozzo, ndr), è cresciuta fino a oltre 1 milione di tonnellate di materiale all’anno dopo la decisione nel 1998 di liberalizzare la vendita del calcare da parte del Comune». Legambiente precisa inoltre che «la concessione prevede che l’attività estrattiva non si fermi prima del 2018, ma visto il rallentamento negli ultimi anni, a causa della crisi del settore edilizio, la cava potrebbe continuare almeno fino alla fine del 2022. La società presentò al Comune nel 2015 una proposta di un nuovo piano di coltivazione per allungare le escavazioni di ulteriori 20 anni alla quale il Comune ha risposto negativamente, sottolineando che gli strumenti urbanistici da quasi vent’anni affermano che le attività estrattive a Campiglia devono andare ad esaurimento con questi piani vigenti».