Quale sviluppo sostenibile per l'Ue?

C’è molto poco verde nel Libro bianco sul futuro dell’Europa

Frassoni (Verdi europei): «La Commissione non ha il coraggio di immaginare una via da seguire»

[2 marzo 2017]

Il Libro bianco sul futuro dell’Europa è stato presentato ieri dal presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker: rappresenta il contributo della Commissione europea al vertice di Roma atteso per il prossimo 25 marzo, a 60 anni esatti da quando i sei Stati membri fondatori firmarono i Trattati di Roma. Da Roma passerà ancora una volta il destino dell’Europa.

Il Libro bianco (qui il testo integrale, ndr) segna così l’inizio di un processo in cui l’Ue a 27 deciderà il futuro dell’Unione. Per quanti oggi mettono in dubbio l’utilità di un’Europa unita può essere utile dare un’occhiata al grafico che riassume in apertura i periodi di pace e guerra susseguitisi nel Vecchio continente dal 1500 a oggi: da oltre mezzo millennio non ci sono mai stati 70 anni o più di pace duratura in territorio europeo eccetto quelli che stiamo vivendo, con un’Europa unita nella bandiera dell’Ue. Anche oggi, in un mondo dominato dall’incertezza, le dimensioni europee sono l’unico scoglio abbastanza grande cui gli Stati membri possono aggrapparsi per non venire travolti dagli altri colossi della globalizzazione – gli Usa di Trump, la Russia e la Cina in testa. Entro il 2060 nemmeno uno degli Stati membri raggiungerà l’1% della popolazione mondiale – osservano da Bruxelles – ragione pressante per restare uniti e ottenere maggiori risultati.

«Per generazioni – osserva la Commissione – l’Europa ha sempre rappresentato il futuro». La domanda cruciale per l’Unione è se ancora oggi rappresenta il futuro che vogliamo. Il Libro bianco delinea cinque scenari, ognuno dei quali fornisce uno spaccato di quello che potrebbe essere lo stato dell’Unione da qui al 2025, a seconda delle scelte che l’Europa effettuerà; il problema è che dal punto di vista dello sviluppo sostenibile (ossia, letteralmente, di un modello di sviluppo che sia in grado di sostenersi nel tempo), il Libro bianco elaborato dalla Commissione Juncker evita semplicemente di fornire risposte.

Si citano i successi finora conseguiti, ricordando che la diplomazia europea «ha un peso reale e contribuisce a rendere il mondo più sicuro e sostenibile», come dimostrano «il ruolo guida che l’Ue ha avuto nella conclusione dell’accordo di Parigi sul clima e nell’adozione da parte delle Nazioni Unite degli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030». Tutto vero. Ma non c’è traccia di semi che dovrebbero germogliare in futuro: l’Europa rappresenta ancora oggi il baluardo nelle normative e nei parametri (nonché nelle sensibilità) ambientali nel mondo, ma ha tirato i remi in barca e – come dimostra il trend degli investimenti nel settore delle energie pulite, con l’Italia protagonista in negativo – rischia di finire presto a coda di realtà più aggressive come la Cina, malata di inquinamento cronico ma sempre più determinata a tornare in salute.

Lo stesso, rinunciatario atteggiamento si coglie nell’approccio adottato dalla Commissione a uno dei problemi in assoluto più pressanti per l’Europa (e per l’Italia in particolare), quello del lavoro che non c’è, o che è sempre più precario. Vi è «un divario fra le aspettative e la capacità dell’Ue di soddisfarle – si schermisce la Commissione Ue – Prendiamo l’esempio della disoccupazione giovanile: malgrado i numerosi vertici ad alto livello e le utili misure di sostegno adottate dall’Ue, gli strumenti e i poteri sono ancora in mano alle autorità nazionali, regionali e locali. Le risorse disponibili a livello europeo in campo sociale  rappresentano solo lo 0,3% di ciò che gli Stati membri spendono complessivamente in quell’area». Se questi sono i presupposti, nonostante l’Ue a 27 rappresenti la seconda potenza economica al mondo dopo gli Usa, perché dunque i giovani cittadini dovrebbero guardare con fiducia all’Europa?

«In questo Libro bianco – commenta Monica Frassoni, vicepresidente dei Verdi europei – la Commissione non ha il coraggio di immaginare una via da seguire, anzi, è agli Stati membri che chiede di scegliere tra i vari scenari. Questo processo decisionale produrrà lotte a non finire, perché al momento i governi nazionali sono profondamente divisi. Se la Commissione non è in grado di prendere decisioni e se gli Stati membri sono divisi, è tanto più importante il ruolo del Parlamento europeo come luogo dove iniziare a sviluppare una discussione sul nostro futuro comune e sulle politiche prioritarie dell’Unione europea.  Non ci devono essere 27 discussioni nazionali concentrate sui rapporti di forza fra i governi, ma un vero dibattito europeo. Per noi è molto chiaro cosa deve essere realmente l’Ue: uno spazio di governo democratico e sovranazionale capace di riorientare le politiche comunitarie fuori da una austerità cieca e verso un’azione di trasformazione dell’economia e della società in senso ecologico e democratico, che metta in primo piano la solidarietà, lavori verdi, efficienza energetica, lotta al cambiamento climatico». A Roma, il 25 marzo, speriamo si parli di questo.