Come conciliare la presenza dell’acciaieria con l’ambiente? Grazie alle bonifiche

Cevital, fiato sospeso a Piombino: slitta la firma per la cessione a Jindal

Gli indiani hanno chiesto tempo per effettuare alcuni approfondimenti sui termini dell'intesa

[23 febbraio 2018]

«Dovessimo prendere Ilva – disse esattamente un anno fa Sajjan Jindal, presidente di Jindal South West, uno dei più importanti gruppi siderurgici al mondo – mi piacerebbe guardare a Piombino». La cronaca ci ha lasciato poi una storia diversa. Jindal, che faceva parte della cordata AcciaItalia, ha perso la gara per l’Ilva ma deciso comunque di puntare su Piombino come testa di ponte per il mercato europeo. È questa la strategia che è parsa emergere ieri sera al ministero dello Sviluppo economico, durante un intenso vertice che ha visto anche la presenza della Regione Toscana per individuare una soluzione allo stallo Cevital: la cessione della partecipazione dell’intero capitale sociale di Aferpi Spa, Piombino logistic Spa e GSI Lucchini Spa da parte di Cevital spa e Cevitaly srl a JSW steel Ltd.

«L’accordo c’è – titolavano ieri sera da Firenze – gli algerini di Cevital cedono agli indiani di Jindal l’intera società, con tutti gli oneri e gli onori che ne conseguono, dagli accordi di programma alle concessioni. La firma sull’intesa verrà messa al Ministero dello sviluppo economico domani mattina alle 9.00». Nel tardo pomeriggio però non è ancora arrivata, lasciando Piombino col fiato sospeso.

Il presidente della Regione Enrico Rossi, che ha seguito lo svolgersi degli eventi per l’intera mattinata al ministero dello Sviluppo economico, lasciando il palazzo di via Veneto si dice comunque ancora fiducioso circa l’esito positivo della trattativa. Il testo inviato in India ieri sera era quello concordato tra i referenti italiani delle due società, un risultato che il presidente della Regione Toscana continua a ritenere estremamente positivo, ed importante per il futuro di tanti lavoratori: gli indiani hanno però chiesto tempo per effettuare alcuni approfondimenti circa i termini dell’intesa, e quindi in Italia si resta in attesa di vedere la firma.

Se e non appena ci sarà il via libera ufficiale, com’è comune auspicio a Piombino, scatterà il momento della due diligence, ovvero il controllo da parte di Jindal sulla situazione del sito produttivo e delle condizioni effettive per arrivare all’accordo definitivo; un periodo che durerà fino a fine marzo. Il closing – ovvero la chiusura effettiva della trattativa con la firma definitiva sul contratto – è previsto subito dopo. E poi? «Se ogni cosa andrà come atteso – commentavano ieri dalla Regione – sarà un bel regalo di Pasqua per tutti i soggetti interessati, a partire dagli oltre duemila addetti diretti e da quelli dell’indotto dell’acciaio». Jindal si sarebbe infatti impegnata a mantenere in essere tutta la forza lavoro, anche se un piano industriale ancora non c’è: una volta arrivati al closing sarà l’accordo definitivo dovrà essere approvato da tutte la parti in causa (a partire dal ministero), per poi concentrarsi sul piano industriale che dovrà essere presentato. Per fare cosa?

Filtrano indiscrezioni secondo le quali sarebbe intenzione di Jindal tornare a colare acciaio riaccendendo l’altoforno, spento a Piombino con grande amarezza – ma anche minori impatti ambientali – ormai nel lontano 2014. In questo caso non si potrà tornare a contrapporre ambiente e lavoro, un conflitto che appartiene al passato. Nelle aziende realmente in salute, oggi, ambiente e salute marciano insieme. E trovare la giusta quadratura del cerchio a Piombino come altrove non sarà facile, ma comunque indispensabile.

«Il futuro industriale del nostro paese, e segnatamente quello dell’industria siderurgica, sarà possibile – argomenta a tal proposito sulle pagine de La Stampa – Tuttogreen Rossella Muroni, ex presidente nazionale di Legambiente – solo con questo nuovo approccio culturale al problema, rovesciando cioè le priorità e assumendo la tutela dell’ambiente come chiave di un diverso sviluppo. Assumere questo punto di vista non significa aderire a posizioni anti industria e all’idea che si lascia la produzione ai paesi emergenti, in poche parole alla Cina, mentre da noi ci si dedica all’economia smaterializzata. Al contrario chi si batte per una riconversione ecologica dell’economia e della società ha bisogno di fabbriche aperte e in salute […] È necessario che la priorità ambientale si traduca nella scelta di bonifica e messa in sicurezza del pregresso. A Taranto, come a Piombino, con le fabbriche aperte va messa in atto la bonifica». Ed è proprio su questo terreno dove ancora oggi scontiamo pesanti ritardi che primariamente si giocherà la partita dello sviluppo sostenibile, a Piombino – con o senza altoforno.