Speculazione, commodity e febbre del mercato di Borsa: gli interventi delle istituzioni

Cina, cosa c’è dietro la bolla delle materie prime

Il caso del minerale di ferro: in 1 giorno scambiati titoli per un volume superiore ai materiali fisicamente importati nel Paese in 1 anno

[19 maggio 2016]

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DA SHANGHAI. Cosa si nasconde dietro la “bolla” che minaccia il mercato delle materie prime in Borsa? Dopo la crisi economica esplosa nel 2008, la Cina decise di correre ai ripari fondando un sistema economico basato sulla domanda interna e non più trainato dall’export. Non considerò però alcune conseguenze, quali l’aumento delle tasse (i beni di consumo non sono più alla portata di tutti) e l’aumento del tasso della disoccupazione, elementi che hanno contribuito a creare sempre più incertezze nel sistema economico cinese. Inoltre la svalutazione dello yuan, misura presa dal governo per aumentare la competitività dei prodotti cinesi e favorire quindi la ripresa delle esportazioni, innestò ancora più instabilità nel mercato azionario, che nella prima parte del 2016 ha fatto oscillare le Borse asiatiche e spaventato il resto del mondo.

I mercati delle materie prime e del petrolio sono quelli che hanno risentito di più dell’indebolimento dell’economia cinese. Il rallentamento delle attività di import-export della Cina, considerata fino a poco tempo fa il motore della crescita mondiale, sta  disincentivato gli investimenti in tali transazioni.

Già all’inizio dell’anno le Borse cinesi di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong hanno registrato ribassi con perdite dei rispettivi listini di oltre il 7%, generando il timore di uno scoppio della bolla dei listini cinesi.

In questi giorni, la Cina si sta concentrando nuovamente nel reprimere l’eccessiva speculazione sulle materie prime dopo che il “daily trading” eccessivo ha fatto impennare i prezzi, innescando un irrefrenabile crollo dei mercati azionari cinesi e il timore di un’altra bolla nei suoi mercati domestici.

Il rame, che al London Metal Exchange aveva toccato punte di oltre 5mila dollari per tonnellata, è sceso fino a 4.685 $, e il valore degli scambi sul mercato di Hong Kong è stato più del doppio della cifra combinata di Londra, Francoforte e Parigi.

Broker come GF Securities sono stati tra i maggiori beneficiari della l’impennata. Haitong International Securities Group è salito di quasi il 40% in una settimana, mentre Citic Securities – il più grande mediatore della Cina – è salito di ben un quarto. La capitalizzazione del mercato scambi di Hong Kong e Clearing, l’operatore di borsa, è cresciuto di un terzo a 36 miliardi di dollari, rendendolo il più grande scambio del mondo.

I piccoli risparmiatori, che mai avevano considerato un investimento in Borsa, si stanno ritrovando contagiati dalla “Stock market fever” (febbre del mercato di Borsa). Infatti, l’arrivo improvviso di miliardi di dollari da investitori cinesi ha spinto il mercato al suo più alto picco in sette anni, mentre i volumi di scambio abbattono tutti i record. In alcuni contratti futures il volume di scambio giornaliero su materie prime, come il minerale di ferro, è stato così grande che ha superato le importazioni annuali della Cina. Il fatturato in futures acciaio di Shanghai ha eclissato tutte le azioni negoziate sui mercati azionari cinesi.

Negli ultimi giorni il valore dei contratti futures scambiati attraverso le tre principali Borse cinesi si è invece ridotto del 42%, dal momento che gli investitori hanno speso 1,7 miliardi di yuan investendo su tutto quello che si può immaginare, dalle barre di acciaio alle uova. «Vediamo un sacco di persone che giocano in Borsa senza comprendere il mercato azionario e soprattutto senza sapere come valutare il rischio – ha detto Hou Anyang, direttore degli investimenti SEA Asset Management, un fondo di copertura con sede a Shenzhen – Siamo preoccupati, ma non c’è niente da fare. Sono i piccoli investitori che si fanno male».

In questi ultimi giorni, le azioni cinesi sono state bloccate dopo che l’Indice Shanghai Composite è sceso del 6% per acciaio e minerale di ferro, innescando nuovamente dei cortocircuiti con l’indice di riferimento in calo dell’11,7% rispetto ai primi quattro giorni di negoziazione dell’anno; l’indice di Hong Kong riflette dati che mostrano le peggiori vendite al dettaglio trimestrali della città a partire dal 1999.

Le principali Borse dei futures sono intervenute a calmare le acque. Nell’ultima settimana la Shanghai Futures Exchange, la Dalian Commodity Exchange e la Zhengzhou Commodity Exchange hanno alzato più volte le commissioni di negoziazione e le richieste di depositi di garanzia, finalizzate a frenare la speculazione e limitare la fluttuazione dei prezzi.

La China Securities Regulatory Commission (Csrc), si dichiara pronta a imporre limiti più rigidi alle oscillazioni di prezzo e ha varato controlli più severi con l’obiettivo di alleviare i rischi di speculazione.

Questo ha provocato una perdita di interesse da parte degli investitori: infatti, rispetto al picco del 22 aprile quando in un solo giorno si sono sfiorati 80,6 milioni di contratti con un controvalore equivalente a ben 261 miliardi di dollari, i volumi di scambio si sono più che dimezzati.

Tuttavia, come anticipato, la caduta libera dei titoli azionari nella Borsa cinese e il susseguente arresto delle negoziazioni stanno probabilmente preparando il terreno per una crisi finanziaria a livello globale, così come affermato da Tom Price, analista di Morgan Stanley: «L’ultimo picco speculativo della Cina ha sbalordito i mercati globali».

Lo scoppio della bolla rischia di travolgere gli oltre 90 milioni di cinesi – impiegati, operai e contadini, molti dei quali senza alcuna esperienza in campo finanziario – che si sono buttati sul mercato azionario attirati dalla possibilità di fare soldi facili con la speculazione in Borsa. Una prospettiva alimentata dalle politiche di sostegno del governo cinese alla corsa del mercato azionario.