Verso il leninismo/maoismo capitalista e la civilizzazione ecologica?

La strana Cina delle riforme

[13 novembre 2013]

In Cina, la terza sessione plenaria del 18esimo Comitato centrale del Partito comunista (Pcc) ha tirato fuori dal consunto cappello maoista una serie di riforme che «Mettono il Paese su un u nuovo punto di partenza del suo sviluppo» e che sembrano la risposta della nuova leadership cinese eletta dall’ultimo congresso del Pcc alla crescente irrequietezza di una società sempre più urbanizzata e disuguale di fronte al potere assoluto di un Partito che ha le sue origini nella lunga marcia dei contadini affamati dell’esercito rosso di Mao.

Tra le misure ormai irrimandabili, il gotha del Pcc si è impegnato a stabilire «Un sistema solido per proteggere l’ambiente ecologico del Paese» e in un comunicato ufficiale ribadisce che «Per costruire una civilizzazione ecologica, è imperativo stabilire un sistema solido e proteggere l’ambiente ecologico grazie a questo sistema. Bisogna migliorare il sistema dei diritti di proprietà delle risorse naturali in quanto capitali, così come l’amministrazione del loro utilizzo». Il documento approvato dal Comitato centrale del Pcc esorta a «Tracciare una linea rossa per la protezione ecologica, a mettere in atto un sistema conveniente  di utilizzo delle risorse e di compensazione ecologica ed a riformare il sistema per la protezione e l’amministrazione dell’ambiente ecologico».

Ma i comunisti cinesi non sembrano ancora aver capito il rapporto tra quello che loro chiamano ambiente ecologico e risorse. Uno, dopo aver letto della necessità di una civilizzazione ecologica si aspetterebbe una pianificazione democratica dell’uso delle risorse, invece sentite cosa dicono i capi del Pcc in un altro comunicato uscito in contemporanea dallo stesso Comitato centrale: il Pcc «La Cina approfondirà la sua riforma economica per assicurare che il mercato giochi un ruolo decisivo nella distribuzione delle risorse». In occidente si è gridato subito alla grande novità, ma in realtà gli strani comunisti-capitalisti cinesi, dopo aver sterminato nel 1989 gli studenti che a Piazza Tienammen chiedevano libertà e giustizia, fin dal 1992 , l’anno in cui tirarono fuori dal cilindro la realizzazione di un’economia socialista di mercato, spesso hanno definito “fondamentale” il mercato per la distribuzione delle risorse. E’ finita come vediamo: con la Cina soffocata dallo smog venefico, i fiumi inquinati e la disuguaglianza alle stelle in un Paese dove la parola “socialismo” sembra nascondere la faccia più brutale di un mercato gestito da un Partito che applica il leninismo al capitalismo, in funzione della sua sopravvivenza e del mantenimento di un potere che più che all’uomo nuovo si ispira all’eterna obbedienza confuciana per chi comanda.

Ora il Pcc dice che il nuovo balzo in avanti della Cina avverrà «Conservando e migliorando il suo sistema economico fondamentale, il Paese si sforzerà di migliorare il sistema moderno di mercato, quello della macro-regolamentazione e dell’apertura dell’economia. Il principale compito per permettere al mercato di decidere della distribuzione delle risorse è quello di stabilire un mercato aperto ed unificato dotato di una concorrenza ordinata». Va da sé che ad ordinare, oggi come ieri, la concorrenza sarà l’eterno Pcc.

Gran parte delle (migliaia) di rivolte avvenute in Cina in questi ultimi anni sono dovute all’accaparramento di terreni da parte dei funzionari locali del Pcc e dei “principini”, i figli degli alti papaveri del Partito che si sono buttati anima e corpo nella speculazione edilizia facendo enormi fortune. Ora il Comitato centrale comunista dice che «I terreni che possono essere utilizzati per i progetti di costruzioni nelle città e nelle campagne saranno raggruppati in un mercato unico».

Ma quello che ha fatto più eccitare i commentatori e gli imprenditori occidentali è che il Pcc abbia detto che «In un sistema di mercato moderno, le imprese devono avere il diritto di operare in maniera indipendente ed attuare una concorrenza giusta, mentre i consumatori devono essere liberi di scegliere e di spendere il loro denaro. Anche le merci devono essere scambiate in maniera libera ed equa». Il Pcc si impegna «Ad eliminare le barriere del mercato ed a migliorare l’efficienza e l’equità nella distribuzione delle risorse. Creerà anche dei regolamenti giusti, aperti e trasparenti per il mercato e migliorerà il meccanismo di fissazione dei prezzi attraverso il mercato».

Sembra la definitiva resa del comunismo al mercato capitalista e invece è la definitiva smentita della vecchia  (e mai dimostrata e smentita in molti Paesi del mondo) teoria che il libero mercato porta automaticamente la democrazia, visto che il Pcc non intende lasciare in alcun modo il suo ruolo di “avanguardia” del popolo che negli anni è diventato autotutela di un regime costretto a cambiare dallo spettro del crollo dell’Urss ma che utilizza ancora quei  meccanismi di selezione della classe dirigente.

Le aperture ad una maggiore partecipazione dei cittadini ed ad un maggior ruolo dei “partiti democratici” fantoccio  fanno di necessità virtù, Gorbaciov e Piazza Tienammen sono ricordi ancora troppo brucianti per un regime che ha fatto con i cinesi un patto basato su un maggiore benessere (e una sostanziale impunità nei traffici quotidiani) in cambio del mantenimento del potere da parte del Partito comunista, presentato come l’eterno padre premuroso di un popolo non ancora pronto alla democrazia e che nemmeno la desidera, visto che l’avanguardia politica la porta verso il futuro.

Ma la dottrina ossificata del leninismo/stalinismo/maoismo cinese mischiata al turbo-capitalismo e ad una disuguaglianza che avvelenano letteralmente l’aria e la terra cinese si sono rivelate una miscela esplosiva difficile da maneggiare anche per i prudentissimi compagni cinesi. Anche se bisogna dire che il Pcc non ha certo perso il controllo di una società e di un Paese giganteschi e complicati e che le “riforme” sono la chiara dimostrazione che quell’apparato, che ormai nasconde la sua mutazione genetica dietro la falce e martello e la dottrina marxista-leninista, è ancora in grado di guidare la società cinese verso un mercato senza ancora democrazia e se non ci fosse il fastidioso “intoppo” della devastazione ambientale di una crescita sfrenata lo farebbe con ancor più sicurezza.