Cnr, ecco quali sono davvero le emissioni delle centrali geotermiche

Nel caso di Larderello in Toscana il fluido geotermico è di per sé composto per l’85-98% da vapore acqueo, e per il 2-15% rimanente gas incondensabili (al 95% CO2 prodotta naturalmente nel sottosuolo)

[29 novembre 2018]

All’interno dell’Atlante geotermico per il Mezzogiorno, il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha recentemente fatto il punto sui rischi ambientali connessi all’utilizzo della geotermia: un report molto utile per capire quali sono i reali impatti legati alle centrali geotermiche presenti nel nostro Paese – nella fattispecie in Toscana –, e quali le buone pratiche per la loro minimizzazione.

Si tratta di dati assai robusti. Come spiegano dal Cnr, la geotermia «ha un vantaggio e nello stesso tempo uno svantaggio rispetto ad altre fonti rinnovabili di recente sviluppo tecnologico: è utilizzata da secoli. Il suo impatto sull’ambiente è quindi ben noto, ed essendo avvenuto anche in epoche nelle quali la consapevolezza ambientale era inesistente, abbiamo già visto gli effetti peggiori che può causare. Ora abbiamo un’eredità gravosa ma nello stesso tempo preziosissima, che permette di contrapporre alle cause dell’impatto le soluzioni da adottare e l’efficacia comprovata di alcune tecnologie».

Risulta di particolare interesse il capitolo dedicato dal Cnr alle emissioni in atmosfera, che catalizzano spesso l’attenzione maggiore da parte dei territori interessati. Mettendo in chiaro che «le emissioni sono inferiori rispetto a quelle generate dalla produzione di energia da fonti combustibili», il Cnr spiega che «i fluidi (vapore o acqua calda) dei sistemi geotermici ad alta temperatura contengono una frazione gassosa (tipicamente intorno al 2-10% in peso, molto variabile nei diversi serbatoi geotermici) non condensabile, composta solitamente da CO2, H2S, NH3, CH4, e tracce di altri gas e sostanze chimiche disciolte, come ad esempio Hg, As, B, Rd». Tra questi «la CO2 rappresenta circa il 95% del gas incondensabile», mentre «l’H2S è il secondo componente maggiore (1-2%)».

In ogni caso, le concentrazioni dei gas contaminanti nel vapore geotermico «variano molto a seconda delle caratteristiche del serbatoio». Nel caso di Larderello in Toscana (si veda l’immagine in alto, ndr), ad esempio, il fluido geotermico è di per sé composto per l’85-98% da vapore acqueo; si riscontrano poi «tracce» di particolato, e gas incondensabili per un 2-15% (all’interno dei quali la parte del leone la fa la CO2, 95%).

La principale sostanza emessa dalle centrali geotermiche è dunque «la CO2, un gas non condensabile proveniente dal sottosuolo», e anche nei contesti dove le relative emissioni sono mediamente elevate, come nel caso dell’Amiata (secondo il noto studio Basosi e Bravi, 2014), c’è una differenza sostanziale rispetto alla CO2 emessa bruciando combustibili fossili: come ha ricordato anche nelle scorse settimane Alessandro Sbrana, professore ordinario di Geochimica e vulcanologia all’Università di Pisa, l’anidride carbonica «non viene prodotta nel ciclo di produzione geotermoelettrico, ma viene generata in maniera naturale (non dal processo industriale) nei serbatoi geotermici». Per questo la CO2 «viene rilasciata (non prodotta) dalle centrali geotermiche».

«Sia il rapporto Gea (2012) che Geolec (2013b) – aggiungono dal Cnr – sostengono che sarebbe corretto calcolare le emissioni antropogeniche di CO2 da impianti geotermici sottraendovi i quantitativi di CO2 che verrebbero comunque emessi naturalmente dal suolo. In molte aree, tra cui Larderello, le emissioni naturali erano evidenti prima della costruzione degli impianti, e sono praticamente scomparse, o comunque diminuite drasticamente, con il loro avvio». In particolare, a «Larderello è stato calcolato che le emissioni di CO2 dalle centrali equivalgono la mancata emissione naturale, e che quindi l’esistenza delle centrali non introduce ulteriore CO2 nell’ambiente (Bertani & Thain, 2002)».

Questo non vuol dire comunque che non sia necessario cercare di migliorare ancora. Per quanto riguarda le emissioni, grazie a investimenti pari a oltre 100 milioni di euro, nel corso degli ultimi anni in tutte le centrali geotermiche Enel italiane sono stati installati impianti Amis per l’abbattimento del mercurio e dell’idrogeno solforato, una tecnologia alla quale possono essere abbinati a seconda dei casi abbattitori per l’ammoniaca (come nel caso di Bagnore 4) o i demister, utili a ridurre le emissioni di aerosol. Il controllo sulle emissioni effettive in uscita dalle centrali geotermiche spetta all’autorità pubblica e nella fattispecie all’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat), che diffonde periodici report di monitoraggio senza criticità di sorta; lo stesso si può dire per i monitoraggi indipendenti, come quello condotto sull’Amiata dal Comune di Piancastagnaio.

Grazie agli sforzi prodotti dalla Regione Toscana e i suoi territori geotermici, per guidare la coltivazione sostenibile della risorsa geotermica presente nell’area sono alla firma una nuova legge e un protocollo d’intesa con Enel, che porterebbero a un ulteriore miglioramento degli impatti ambientali, puntando a un abbattimento delle emissioni pari al 98% e alla cattura della CO2 in uscita dalle centrali geotermoelettriche per impiegarla in altre filiere industriali (come quella agroalimentare).

Tutto questo però risulta paradossalmente bloccato dalla decisione del Governo nazionale – attraverso lo schema di decreto Fer 1 elaborato dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) – di cancellare per la prima volta gli incentivi alla geotermia, nonostante l’Unione geotermica italiana (presieduta dal Primo ricercatore del Cnr Adele Manzella) si sia recata in questi giorni al Mise spiegando che «sono proprio gli incentivi a garantire la possibilità di nuove iniziative e lo sviluppo di nuove tecnologie, volte a migliorare l’efficienza di conversione e il rispetto dell’ambiente».