Dall'Australia ok alla più grande miniera del carbone della sua storia: esporterà in India

Come cambia il commercio mondiale delle risorse naturali, secondo l’Onu

In trent’anni il volume è raddoppiato, arrivando a 65 miliardi di tonnellate. Con profondi impatti ambientali

[15 ottobre 2015]

risorse minerarie non rinnovabili

Il 40% di tutte le risorse naturali impiegate per l’attività umana viene estratto in un Paese diverso da quello dove poi sarà impiegato, lasciando però al luogo d’origine l’onere di far fronte agli impatti ambientali. È quanto emerge dal rapporto Trade in Resources: A biophysical assessment, appena pubblicato dall’International resource panel (Irp) del Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep), che concentra la propria analisi su un arco di tempo di 30 anni: dal 1980 al 2010 il volume del commercio mondiale delle risorse è più che raddoppiato (arrivando a 65 miliardi di tonnellate), mentre il suo valore economico si è addirittura moltiplicato per sei. Una tendenza che, secondo l’Agenzia ambientale europea, è a oggi destinata ad aumentare nonostante i contraccolpi della crisi: da qui a 15 anni l’Eea stima infatti che l’estrazione mondiale delle risorse naturali raddoppierà ancora.

Questa crescita tumultuosa ha portato con sé una composizione cangiante di vinti e vincitori. «Tra i benefici del commercio internazionale è possibile includere un miglior accesso alle risorse e sempre più efficienti tecniche di produzione che sfruttano economie di scala. Tuttavia – ha sottolineato il direttore esecutivo dell’Unep, Achim Steiner – il conseguente incremento nel consumo e nella produzione in termini globali produce impatti ambientali, dall’inquinamento all’esaurimento delle risorse. E che questi impatti vengano trasferiti sulle nazioni più povere è motivo di preoccupazione. Continueremo a trarre vantaggi dal commercio internazionale, ma avremo bisogno anche di politiche che proteggano l’ambiente dai suoi effetti nocivi».

Una necessità ineludibile che protegge, è bene ricordarlo, non solo i Paesi in via di sviluppo dai quali tradizionalmente il Vecchio mondo importa risorse naturali, ma anche gli stessi Paesi di antica industrializzazione. Il rapporto dell’Irp, presentato ieri durante il World resoruces forum di Davos, sottolinea come i rapporti di forza nel commercio internazionale delle risorse stiano cambiando, e siano in parte già cambiati: i Paesi ad alto reddito continuano a esserne i principali beneficiari, ma economie emergenti come la Cina sono oggi grandi importatori, e conquistano crescenti fette di mercato.

Una tendenza che è proseguita – pur con rilevanti mutamenti – anche oltre al 2010, anno in cui si ferma l’analisi dell’Irp. Come ha sottolineato recentemente il Wto, Cina ed economie emergenti stanno vivendo una fase economica in cui la crescita economica si abbassa, e anche il commercio mondiale ne risente: le stime di crescita per il 2015 è stata ribassata dal +3,2 al 2,8%, un tasso molto simile a quello del Pil globale. Si tratta dello sprint più basso dal 1982, mentre solo nei primi anni 2000 il commercio internazionale generalmente inteso cresceva a velocità quasi doppia rispetto al Pil. Una tendenza dove anche il crollo del prezzo di molte materie prime esercita un suo importante ruolo.

Nonostante ciò, è di oggi la notizia che uno tra i Paesi dal Pil procapite ai vertici mondiali, ha dato il via libera all’apertura della più grande miniera di carbone della sua storia: un progetto faraonico e dai disastrosi impatti ambientali (la minierà sorgerà non lontano dalla Grande barriera corallina), dove a investire sarà un colosso minerario indiano, Adani. Sul piatto ci sono 16 miliardi di dollari e 60 milioni di tonnellate di carbone da esportare ogni anno: direzione Australia-India, e non il contrario.

Politiche e accordi commerciali e ambientali appropriati – come sottolinea l’Irp – sono oggi più che mai necessari per limitare l’eccessivo sfruttamento di risorse, la produzione di rifiuti e i danni ambientali che l’espansione del commercio ha finora portato con sé. Un’esigenza che riguarda ormai sia i Paesi di recente industrializzazione che quelli di antico lignaggio – come quelli europei – e una responsabilità della quale sono investiti i decision-maker di tutto il mondo: l’obiettivo rimane quello di assicurarsi che «il commercio internazionale sia uno strumento positivo per creare economie più prospere, un mondo più giusto e un ambiente globalmente più sano», per dirla con le parole di Janez Potocnik e Ashok Khosla, co-presidenti dell’Irp. L’attuale modello di estrazione delle risorse, purtroppo rimane ancora molto lontano dalla meta.